Balduzzi: A proposito della discarica di Bussi: come si decide in scienza e coscienza


Le cronache recenti del processo in Corte d’Assise sulla discarica pescarese di Bussi offrono alcuni spunti per ragionare sui significati della garanzia di indipendenza ed autonomia dei magistrati. Renato Balduzzi vi riflette sul numero odierno di Avvenire, all’interno della rubrica settimanale Pane e Giustizia da lui curata. Riportiamo di seguito e in allegato il testo dell’articolo, che può leggersi anche sul sito web del giornale.
Ufficio stampa del prof. Renato Balduzzi
da Avvenire del 21 maggio 2015 (a cura di Renato Balduzzi) A proposito della discarica di Bussi: come si decide in scienza e coscienza
La vicenda della discarica pescarese di Bussi è un interessante esempio delle vere questioni circa l’amministrazione della giustizia. I fatti muovono dall’assoluzione, in Corte d’Assise di 1° grado, dall’imputazione di avvelenamento doloso di acque e dalla derubricazione a “colposo” del reato di inquinamento, con presunte pressioni esercitate sui giudici popolari. Non entro naturalmente nel merito, lo si farà eventualmente come Csm, la cui prima commissione ha avviato l’istruttoria della vicenda, anche per valutare a chi spetti esaminare il caso. Dalle notizie sin qui raccolte, sembra centrale la nozione di “dolo”, mentre la questione del cosiddetto segreto della camera di consiglio parrebbe meno
significativa. Vorrei invece fare due osservazioni, per dir così, di contesto.
La prima concerne il tema della serenità del giudizio. In Assise è ancora più evidente perché i sei giudici popolari (su otto) non hanno normalmente o comunque possono non avere competenze giuridiche, quindi il compito dei due togati è delicatissimo. Giancarlo Caselli ha illustrato bene come questo compito sia diventato ancora più delicato a seguito del cambiamento del rito penale da inquisitorio (con le prove formate prima del dibattimento) ad accusatorio (con le prove formate, in via di principio, nel dibattimento). Affinché i giudici, in particolare quelli popolari (non dimentichiamo che in Corte d’Assise vanno i reati più gravi, omicidi e stragi), possano decidere secondo “coscienza”, occorre che venga correttamente formata la loro “scienza”, e dunque vengano create le premesse per la loro stessa indipendenza, a partire dalla necessità che essi vengano messi in condizione di non temere ritorsioni.
La seconda osservazione è strettamente collegata alla prima. Al tempo dello Statuto Albertino, la giustizia emanava dal Re ed era amministrata in suo nome dai giudici che egli istituiva. Tutto chiaro. Oggi, sotto la nostra Costituzione, la giustizia non emana più dal Re, ma è amministrata in nome del popolo, che vi partecipa direttamente nei casi e con le forme stabilite dalla legge, di cui le giurie popolari sono l’esemplificazione più importante. Assicurare che i giudici popolari siano sereni è un’esigenza che si pone per tutti i magistrati, togati o non togati.

Commenti