by Alfio Brina Città Futura on-line
Il sociologo Ilvo Diamanti, in un suo recente articolo, ha messo in evidenza come il crescente clima di sfiducia nei confronti dei magistrati, sia dovuto anche a ragioni di carattere politico. Attualmente la quota di elettori che esprime fiducia verso i magistrati è intorno al 41% nella base del PD, ma scende al 29% nella base del M5S, al 25%, fra gli elettori di FI e al 18% fra quelli della Lega. Nell’insieme, la Magistratura è guardata con ostilità da destra, con diffidenza dal M5S, mentre trova maggiore favore a sinistra. Anche se va notato come negli ultimi cinque anni, il pregiudizio contro i magistrati abbia interessato anche gli elettori di centrosinistra il cui sostegno ha fatto registrare una contrazione di circa 20 punti. Questo conferma –dice il sociologo – come si sia creata una frattura di natura politica tra opinione pubblica e magistratura.
Tra le diverse cause di questa caduta di fiducia, Diamanti ritiene si debba imputare al fatto che molti magistrati hanno assunto un ruolo politico e che da “ controllori” di un sistema compromesso e poco credibile si sono trasformati essi stessi in “attori politici”. Molti – continua - sono stati e sono in
Parlamento: da Violante a Scalfaro, da Di Pietro a Ingroia, Anna Finocchiaro, D’Ambrogio, ecc.. Poi Emiliani a Bari, De Magistris a Napoli, mentre Casson è candidato a Venezia.
Personalmente non credo si possa far risalire la causa della frattura alla scelta personale di alcuni magistrati di optare per la politica. Le ragioni di questa caduta vanno ricercate piuttosto nella lentezza con cui la magistratura riesce a rispondere alla domanda di giustizia che scorga dalla società. Le lungaggini dei processi stridono con la velocità ed il grado di delegittimazione di un leader o di un amministratore che un’inchiesta può provocare, salvo risolversi, dopo lunghi anni, a carriere distrutta, in un nulla di fatto e con l’assoluzione dell’imputato.
La scelta tra ladri e guardie, ci porta, fin da bambini a detestare i ladri e a parteggiare per le guardie. Noi siamo quindi dalla parte delle guardie e della magistratura. Detto questo, il problema non può più essere affrontato unicamente con scelte di campo o con atteggiamenti di carattere ideologico.
La società moderna chiede una giustizia più rapida ed efficiente anche per stabilire chi è colpevole e chi innocente.
Occorrono nuove ragioni che sostengano le scelte della Costituzione, mantenendo la fedeltà alla legge e insieme rispondendo alle domande di giustizia che mutano prima ancora che la legge registri i cambiamenti. L’indipendenza della magistratura è strumento della capacità dei processi di affrontare il divenire. Il giudice, nell’applicazione di regole formali, attua, nel processo, il suo potere di fare il diritto vivente, giustificando, in tal modo, la sua indipendenza. La Costituzione non va intesa in maniera riduttiva e conservatrice. Essa è una chiave del futuro perché è un patto di vita associata, che sconta l’imprevedibilità della storia e predispone regole che conservino la possibilità di affrontare le trasformazioni. C’è bisogno di una magistratura che realizzi l’opzione dello Stato a registrare i cambiamenti, ad individuare i vecchi e i nuovi diritti, adeguando la sua azione verso l’interesse dei cittadini.
La domanda di diritti individuali originata da bisogni effettivi, si alimenta dal costituzionalismo particolare oltre che da testi normativi sovranazionali come la Carta dei diritti dell’uomo, la carta di Nizza, il trattato di Lisbona.
Nella lentezza degli Stati, le sentenze delle Corti, rispondono alla domanda di giustizia e creano nuove regole.
Non spetta ai magistrati dire quali rapporti sociali nasceranno dalla crisi economica globale. Ma essi debbono comprendere quanto la funzione giudiziaria sia esposta alla domanda di cambiamento. Perché la realtà registra l’insufficienza del meccanismo giudiziario a rispondere alla domande dei cittadini e mette in dubbio la funzione dell’indipendenza e al tempo stesso avanza una prepotente domanda di giustizia.

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