di
Claudio Martelli
La
prova di forza imposta da Renzi con l’elezione di Mattarella ha strappato il
velo e denudato la situazione reale che preesisteva. Ora è diventato evidente
che il centro destra, se rimane in una situazione di subalternità a Renzi, semplicemente
sparisce, sparisce prima ancora di separarsi irrimediabilmente dalla Lega…
Meno
di un anno fa, alle elezioni europee, hanno perso buona parte dei loro
elettori. E’ passato un anno e si accorgono di perdere anche gli eletti. Ben
160 parlamentari hanno già cambiato casacca. Chi sono? Sono gli alleati di
Renzi: il Nuovo Centro Destra di Alfano, Scelta Civica un tempo di Mario Monti,
Forza Italia di Berlusconi. Tutti “responsabili”… Alle vongole. A vantaggio di
chi perdono? Di Matteo Renzi, naturalmente. Questione di carisma, di
leadership, di attrazione magnetica e di potere. La giovanile baldanza del
nostro premier non è evaporata alla prova dei fatti; semmai si è consolidata, e
anche indurita, nell’esercizio del comando, nell’accumulo di potere e nella
generale sottomissione. Comando pieno, risoluto, spregiudicato che lascia agli
alleati poche chances: se gli stai vicino e lo assecondi Renzi ti toglie
spazio, identità, capacità di iniziativa autonoma. Se un alleato vuole qualcosa
gliela può anche concedere, ma allora apparirà ancora più chiaramente che è lui
che decide. Infine ti stringe, ti immobilizza e ti prosciuga.
In
verità, sorte analoga è capitata anche a chi alleato di Renzi non è, ma non è
abbastanza distante. Così Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), il partito di
Nicki Vendola, decimato nella sua maggioranza parlamentare a vantaggio del
Partito Democratico, oggi è sotto il livello delle europee, sulla linea di
galleggiamento appena fuor d’acqua. Idem il Movimento Cinque Stelle: cacciati o
emigrati, aumentano i transfughi per un qualche dissenso, per un sospiro di
ribellione, per lo sfinimento di un Grillo che non fa più ridere, non fa più
notizia, non fa. Eppure, nei sondaggi è ancora al 20% mentre è cresciuta la
Lega di Salvini. Insomma, i soli a reggere o a rafforzarsi sono i partiti anti
sistema, anti euro, anti Renzi. Il ciclone Renzi ha squassato il pavimento
politico, ma se deputati e senatori, di destra e di sinistra, lasciano i
partiti da cui hanno ricevuto il mandato non è solo in virtù di Renzi. E’,
soprattutto, conseguenza della molle inconsistenza di partiti inventati e della
pochezza di un Parlamento pieno zeppo di nominati, non di eletti. Deputati e
senatori inventati dai rispettivi capi, alla prima difficoltà si gettano in braccio
a un altro leader, a un nuovo capo che sembra avere più stoffa e poter disporre
di più seggi da distribuire al prossimo giro elettorale. Vecchi o nuovi non
sono abituati a conquistarsi il seggio disputandolo – davanti agli elettori –
all’avversario della parte avversa, han preso l’abitudine di venir issati su un
seggio parlamentare dal capo di turno.
Già,
le prossime elezioni. Renzi le
vorrebbe a scadenza naturale e la scadenza naturale sarà il 2018. Mancano più
di tre anni, un’eternità o comunque uno spazio temporale più che sufficiente
per definire, a modo suo, – cioè, spesso, malamente – regole e confini del
nuovo sistema politico. Quello che oggi scorgiamo in embrione e che sembra
destinato a sostituire quello su cui si è imperniata la seconda repubblica.
L’alternativa tra centro destra e centro sinistra cede il passo a un partito
centrale, egemone, un partito unico del potere politico, pubblico,
istituzionale e di governo; unico perché nettamente più forte di ciascuno dei
suoi rivali divisi. Grillo, Salvini, Berlusconi, Alfano, tutti inconciliabili,
non sono in condizione di fare altro che di perdere, di perdere tanto a lungo
quanto campano. Politicamente parlando s’intende.Poco più di un anno fa, con le
primarie, Renzi ha conquistato il Partito Democratico con l’esplicito programma
di rottamare la sua vecchia classe dirigente e di sostituirla con una nuova.
Ero stato facile profeta nell’annunciare che da quel momento cominciava il
count-down per il governo Letta. (Onestamente bisogna riconoscere che i motivi
c’erano tutti e tutti ruotavano intorno alla scarsa incisività di
quell’esperienza di governo). Insomma, preso il partito, Renzi ha preso anche
il governo. Giustamente, aveva fretta di rompere una situazione stagnante in
cui il Partito Democratico declinava insieme con le sue componenti storiche, i
post comunisti e i post democristiani di sinistra. Io non credo che quelle
culture politiche facciano eccezione al generale dissolvimento di tutte le
tradizioni politiche italiane. Non ci sarebbe il motivo. Tantomeno la novità.
Del resto è anche vero che nel confronto diretto dentro lo stesso schieramento
gli esponenti ex democristiani – il due volte vittorioso Prodi, poi Rutelli e
Letta – hanno espresso la leadership più frequentemente degli ex PDS -Veltroni
e Bersani – entrambi sconfitti con onore.
La
subalternità dei post comunisti ai postdemocristiani non è cominciata con
Renzi, ma la novità è Renzi, non Mattarella. Novità è stato anche sciogliere in
un istante lo storico dilemma dell’adesione o no del Partito Democratico al
Partito Socialista Europeo, spiazzando i refrattari: gli a-socialisti come
Veltroni e come i popolari ed ex Margherita, da Franco Marini a Sergio
Mattarella. “Era la cosa più logica da fare, – ha detto Renzi – il gruppo
socialista europeo oltre a essere il più affine, è quello dentro il quale
possiamo esercitare il ruolo più importante, potremmo diventarne il primo
partito”. Così Renzi ha sbrigato e chiuso anche la “pratica” del socialismo
italiano ed europeo. Intanto, il Partito Democratico ha occupato il centro del
sistema politico. Certo, al suo interno, sopravvive una tradizione, un retaggio
di sinistra, operaia e di ceto medio, che però si è gestita senza alcuna
volontà e capacità di innovazione. Nel lessico di D’Alema i post-comunisti
cercavano ancora di ribellarsi al destino di “essere figli di un dio minore” ed
esprimevano ancora l’ambizione alla leadership. Nel lessico di Bersani,
improntato a una bonomia un po’ rinunciataria, il partito è diventato “la
ditta”. E “la ditta” non avendo più una strategia, un prodotto e un marketing,
cioè, in termini politici, idee, energie, leadership e appeal – si è dissecata
e sta cadendo come le foglie morte, mentre la sua giovane generazione, l’ultima
dei post-comunisti, è in tutto o in parte, perplessa o persuasa, ormai
schierata con Renzi. Del resto, come potrebbe esserci un’alternativa
all’interno del Partito Democratico se non c’è una nel paese? E, allo stato,
nel paese non ci sono nemmeno opposizioni di un qualche peso, qualcuno o qualcosa
che assomigli a un’opposizione vera non c’è.
Di
Grillo s’è detto che non fa politica e di un’alternativa, almeno potenziale,
non c’è né l’ombra e neppure il sogno. E’ questo il problema democratico
italiano: o rinasce il centro del centro-destra e con esso il bipolarismo o
rinascerà una Democrazia Cristiana 2.0, il partito di Renzi, un partito
centrale e pigliatutto, che tiene prigioniero quel che rimane della vecchia
“ditta” di sinistra mentre erode spazio politico e consensi elettorali al
vecchio, esausto centro destra costringendo i superstiti a scegliere: “o me o
Salvini”. Fino a ieri con tanto di benedizione di Berlusconi. Ora, la prova di
forza imposta da Renzi con l’elezione di Mattarella ha strappato il velo,
denudato la situazione reale che preesisteva. Ora è diventato evidente che il
centro destra, se rimane in una situazione di totale subalternità a Renzi,
semplicemente sparisce, sparisce prima ancora di separarsi irrimediabilmente
dalla Lega. In assenza di qualcuno che lo fermi Alfano sembra ostinarsi nel
perseguire l’auto annientamento.
Viceversa, Salvini ha
proiettato la Lega, affratellata con il Front National di Marine Le Pen, a una
vittoria personale ed elettorale di partito, dando per scontata la sconfitta
dello schieramento di centro destra. Solo una coalizione rinnovata e la
possibilità di cercare la vittoria contro Renzi potrebbe far desistere Salvini
dal suo disegno roboante ma a vocazione minoritaria. Questa verità è diventata
un’evidenza così stringente che persino Berlusconi ne ha preso atto annunciando
che d’ora in poi farà un’opposizione seria, “a 360 gradi” e che ricostruirà il
centro destra. Presto vedremo cosa seguirà a questi proponimenti. Quale
occasione migliore di quella offerta dall’imminente discussione su una brutta
legge elettorale e una pessima riforma del Senato? Berlusconi avrà il coraggio
e l’intelligenza di contro proporre a Renzi e al suo cambiare per cambiare una
vera riforma? O s’incaponirà come al solito inseguendo qualche utilità
marginale presunta – tipo i capilista bloccati o il premio alla coalizione
anziché al partito – e perdendo di vista la possibilità di cambiamenti
sostanziali? In questo secondo caso non solo perderà la battaglia con Renzi ma
anche quella per ritornare protagonista e ricompattare il centro destra.
Viceversa una proposta seria e una battaglia seria potrebbero riaprire la
discussione anche nel Partito Democratico, anche nel Movimento 5 Stelle. Un
leader unico, un partito unico, una Camera unica contengono il rischio di un
monopolio del potere e i monopoli del potere non piacciono alla gente e neanche
a molti parlamentari.



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