Celebrazione della Liberazione e del sacrificio del partigiano Fedor Poletaev. Orazione di Renato Balduzzi
Questa mattina, a
Cantalupo Ligure, il prof. Renato Balduzzi ha partecipato alla
celebrazione del 70° anniversario della liberazione e del sacrificio del
partigiano Fedor Poletaev, tenendo l’orazione ufficiale. Ne riportiamo di
seguito il testo.
Ufficio stampa del
prof. Renato Balduzzi
Siamo qui, settant’anni dopo, a fare memoria della Liberazione e del
sacrificio di Fedor Poletaev, soldato russo la cui morte per liberare una terra
che non era la sua ha assunto un valore in qualche modo universale.
Mi ha sempre colpito la circostanza che, nei primi anni dopo gli
avvenimenti sovente tragici di quell’epoca, gli incontri volti a fare memoria
di quei fatti si caratterizzassero per la prevalenza, in essi, del silenzio, di
un grande silenzio, come se la memoria stessa non potesse trovare parole
adeguate per dare conto di quella sofferenza, di quell’angoscia anche. E allora
il silenzio, il restare muti poteva e può ancora apparire come la forma più
evidente per
dare rilievo al mistero della violenza, delle guerre, del male
fatto da un uomo a un altro uomo. E, in fondo, nell’etimologia della parola
mistero c’è proprio lo stare muti, chiusi di fronte a un enigma.
Nel corso degli anni le “orazioni” ufficiali hanno sostituito il
grande silenzio, ma credo che di quel primo periodo noi dobbiamo conservare il
senso di meditazione e di silenzio, attraverso soprattutto una sobrietà delle
parole.
La presenza delle ragazze e dei ragazzi delle scuole elementari mi
induce a cominciare proprio da loro, dalla cultura in cui essi sono immersi e
nativi che noi, meno giovani, avviciniamo con qualche maggiore incertezza e
titubanza. E’ la cultura del messaggio breve, del cinguettio, che esprime la
modalità oggi prevalente della comunicazione. Una cultura dilagante, tanto che
proprio qualche giorno fa una sentenza del Consiglio di Stato, a proposito di
un tweet di un ministro che annunciava un intervento su un problema specifico
riguardante un determinato bene culturale, ha dovuto chiedersi quale sia
l’efficacia da dare a questo tipo di comunicazione, quando è impiegata
nell’attività politica e persino amministrativa. Una cultura che offre tanti
vantaggi in tema di immediatezza, efficacia, tempestività della comunicazione,
ma che comporta qualche difficoltà supplementare quando, come oggi, si vuole
fare memoria di comportamenti del passato, in quanto è più difficile, in questo
contesto comunicativo, rappresentarsi e dar conto della complessità delle
situazioni storiche, dove bene e male, torti e ragioni tendono a confondersi e
a intrecciarsi, così che comprenderne la complessità diventa il solo modo per
dare un giudizio storico e quindi per poterci rapportare, qui e ora, a quelle
situazioni, per tentarne una risposta educativa, capace cioè di estrarre dalla
nostra esperienza storica i materiali di base per esprimere il nostro
protagonismo.
Ecco perché è allora indispensabile l’approccio della scuola alla
Resistenza, un approccio capace di restituirne la complessità come condizione
per poter comprendere e dare un giudizio.
La narrazione della Resistenza è evidentemente il punto di partenza:
per noi, oggi, è la narrazione di uno dei suoi episodi più emblematici, appunto
la morte donata di Fëdor Andrianovic Poletaev, quel sergente dell’Armata rossa,
padre di famiglia, sposato con tre figli, catturato dai tedeschi e deportato in
Italia, fattosi partigiano e caduto nella battaglia di Cantalupo Ligure il 2
febbraio di settant’anni fa. Il gigante Fiodor, come lo chiamarono i partigiani
suoi compagni.
Ma la narrazione, perché non rimanga esterna a ciascuno di noi,
semplice notizia o nozione destinata a essere soppiantata da altre notizie e
nozioni, richiede un nostro coinvolgimento, la capacità di rispondere alla
domanda su che cosa avremmo fatto noi in quel momento, quale sarebbe stata la
nostra risposta, da spettatori passivi e scettici, oppure da protagonisti
coinvolti e impegnati. Perché questo coinvolgimento avvenga è però necessaria
una condivisione almeno minima della narrazione.
E qui ci scontriamo con un problema non ancora risolto, quello della
pluralità delle narrazioni tra chi fece una scelta di campo e chi non la fece o
fece quella del campo opposto. Ancora oggi la memoria non è pacificata, la
Resistenza rimane divisiva. Anzi, proprio parlare di pacificazione della
memoria rischia di suonare ambiguo, se non chiariamo bene che cosa vogliamo
intendere. Memoria pacificata non vuol dire, non può voler dire memoria
pasticciata o, peggio, mistificata. Ci vogliono punti fermi, che proprio
l’esperienza della scuola può aiutare a mettere in evidenza e a sottoporre alla
riflessione della coscienza di ciascun studente.
Vi propongo un punto fermo, e lo riprendo non da considerazioni mie,
ma da un passaggio del messaggio che il presidente della Repubblica italiana
Sergio Mattarella ha rivolto alle Camere nel giorno del suo giuramento, lo
scorso 3 febbraio. Ricordato che il Presidente della Repubblica è il garante
della Costituzione e che la garanzia più forte della Costituzione consiste
nella sua applicazione, nel viverla giorno per giorno, il presidente si è
chiesto che cosa significhi garantire la Costituzione e ha detto con chiarezza
che, tra l’altro, “significa ricordare la Resistenza e il sacrificio di tanti
che settanta anni fa liberarono l’Italia dal nazifascismo”. Ecco, questo è un
punto fermo, è una memoria pacificata e non pasticciata.
La Costituzione, appunto. Uno dei suoi principali estensori,
Giuseppe Dossetti, ebbe a ricordarne la genesi e a sottolineare che essa “porta
l’impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale”. Cerchiamo
di capire insieme che cosa volesse dire Dossetti. Egli non negava che alla base
della Costituzione ci fossero state le vicende italiane del fascismo e del
postfascismo, la Resistenza anzitutto, né il confronto-scontro tra ideologie.
Ma sottolineava che alla base della Costituzione c’è stata la grande sofferenza
del popolo italiano, i sei lunghi anni della seconda guerra mondiale. Le tre firme,
emblematiche, apposte alla promulgazione della Costituzione il 27 dicembre 1947
(quella del capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, erede della
tradizione liberale; quella del presidente dell’Assemblea Costituente Umberto
Terracini, fondatore con Gramsci e Togliatti, del partito comunista italiano e
quella del Presidente del Consiglio dei ministri Alcide de Gasperi, primo
successore di Luigi Sturzo alla segreteria del partito popolare), diventano
così, in questa lettura, la testimonianza di una narrazione e di un
coinvolgimento.
Una Costituzione che va conosciuta e garantita tutta, in tutte le
sue parti: quando fa rimare solidarietà e sussidiarietà, quando richiama i
diritti della famiglia e al tempo stesso quelli dei diritti singoli nelle altre
formazioni sociali, quando afferma la centralità del lavoro dipendente e non
dimentica peraltro le ragioni dell’impresa e dell’iniziativa economica privata.
Sta a noi, alle generazioni che la devono applicare, trovare il giusto
equilibrio tra principi nessuno dei quali può venire totalmente sacrificato.
Una Costituzione che il Parlamento italiano sta aggiornando e che
non dobbiamo stravolgere. Qui il discorso si fa ovviamente delicato e non può,
in questa sede, che essere accennato. Siamo alla vigilia di una svolta
autoritaria, come temono molte voci, anche autorevoli, della cultura e della
politica? Oppure stiamo semplicemente arrivando alla conclusione di un lungo e
sinora infruttuoso tentativo di ritocco costituzionale, per adeguare alcune
parti della carta costituzionale al cambiamento senza intaccarne il nucleo
essenziale? Per poter dare una risposta non superficiale a domande così
impegnative dobbiamo chiederci quale sia il nucleo di una Costituzione e la
risposta non può che essere trovata in un testo antico, ma sempre utile: l’art.
16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 24 agosto
1789, secondo cui “ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia
assicurata e la separazione dei poteri non sia determinata, non ha affatto una
Costituzione”. Dunque Costituzione è garanzia dei diritti e separazione
effettiva dei poteri. L’intreccio tra una riforma elettorale fortemente
maggioritaria e distorsiva, in senso tecnico, della rappresentanza e una
revisione costituzionale che incarna la rappresentanza nella prima Camera
rendendo marginale la seconda, senza cambiare significativamente le maggioranze
richieste per la formazione degli organi di garanzia (Presidente della
Repubblica, Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura) mette
in discussione quel nucleo forte della Costituzione? Non voglio dare qui la
risposta, ma semplicemente dire che la domanda è legittima e che la vera
risposta sta forse nelle conclusioni del già citato discorso del Capo dello
Stato: “garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso
forte della legalità”.
Concludo. In alcune sue poesie, e anche in un volume intitolato “Mi
guarda Siena”, uno dei più grandi poeti italiani, Mario Luzi, immagina di
tornare nella città tanto amata e non soltanto di guardarla, ma che essa guardi
il poeta. Ecco, questa immagine può riguardare anche il nostro rapporto con la
Resistenza, con quei fatti, con quegli eroismi, con quelle scelte difficili:
non siamo soltanto noi a ricostruire quelle narrazioni, a fare memoria di quei
fatti.
E’ la Resistenza tutta, è oggi Fiodor con il suo sacrificio che ci
guarda e ci chiede: e tu, che cosa avresti fatto? E tu, che cosa fai ora per
vivere giorno per giorno quella Costituzione che è nata da quelle sofferenze?
Conosci la Resistenza, conosci la Costituzione?
Soltanto
rispondendo con sincerità a queste domande possiamo ripetere oggi, senza
arrossire: viva l’Italia, viva la Resistenza, viva la Costituzione!

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