10 gennaio 2015
In questi giorni di passione per l’amata “douce France”
vengono in soccorso le letture di una vita che in quella Terra hanno trovato
succhi e nutrimenti spirituali senza pari. «La vraie patrie
est celle où l’on rencontre le plus de gens qui vous ressemblent»,
diceva Stendhal in Roma, Napoli e Firenze riferendosi all’Italia,
sua «patrie» d’elezione. A
Stendhal era venuta a mancare la mamma che lo aveva
instradato all’amore per il nostro Paese cantandogli arie d’opera nella nostra
lingua, lasciandolo orfano di nove anni. Michel Crouzet, il suo maggior
biografo ha scritto che l’Italia era diventata piuttosto, nella sua
coscienza desiderante, la sua «matrie», il luogo in cui rintracciare, anche
nelle numerose donne anelate o amate, il ricordo di quella mamma
“italianisante”.
Per analoghe e corrispettive ragioni a molti
intellettuali siciliani la Francia è parsa la “patrie” o la “matrie”
ideale perché credettero di incontrare in essa «beacoup de gens» che più
somigliava loro. C’è infatti un legame speciale che collega gli
intellettuali siciliani alla Francia. Sciascia prendeva il vagone-letto per la
Francia che partiva diretto, senza cambi, dalla stazione di Palermo, per
andarsi a rifornire di libri e di “articles de Paris” tutte le volte che poteva.
Uno di questi fu il libro di Hélène Tuzet Viaggiatori stranieri in
Sicilia nel XVIII secolo che fece tradurre.
Lo scrittore di Racalmuto scrive delle cose molto acute ne
La Sicilia come metafora – una lunga intervista rilasciata alla
giornalista francese Marcelle Padovani – su questo speciale
rapporto che lega l’Isola alla Francia dai tempi dei Vespri quanto meno. Dice
Sciascia in questo libro che «nell’epoca dell’Illuminismo […] si vedono i
letterati prendere a modello i razionalisti francesi. Se si consultano i
registri di dogana e di polizia, si costata allora che l’importazione di libri
francesi è sbalorditiva: Rousseau, Voltaire, L’Encyclopédie, Montesquieu […]
Stendhal dirà in seguito che i libri in francese vendevano poco in Italia,
tranne che in Sicilia, dove ogni libro toccava il centinaio di copie».
Prosegue, Sciascia, elencando tutti gli intellettuali siciliani, grandi e
piccoli, che prendono l’abitudine di frequentare Parigi e la Francia: tra gli
altri Michele Palmieri di Miccicché «autore di due volumi di memorie stampati a
Parigi e che furono letti da Stendhal e da Alexandre Dumas. Peraltro non
dobbiamo scordare che alcuni episodi stendhaliani provengono dritti dritti da
Palmieri». È a Parigi che lo storico Michele Amari si procura tutto il
materiale necessario per redigere una delle opere fondamentali della
storiografia romantica La storia dei musulmani di Sicilia. La tradizione
continua con Navarro della Miraglia che si reca a Parigi dopo il 1860 e vi
scrive un libro in francese Ces messieurs et ces dames. Ma, cosa più preziosa,
pare che sia stato lo stesso Miraglia a introdurre il “verismo” francese in
Sicilia istituendo un legame tra gli scrittori isolani Capuana, Verga, De
Roberto con la corrente letteraria del “naturalismo” allora in voga
nell’Esagono.
Se andate a visitare la casa di Verga in via sant’Anna a
Catania e date una sbirciatina ai dorsi dei volumi della sua libreria vi
troverete libri francesi in grande quantità. Quando Paul Bourget venne a
Catania, se ricordo bene, incontrò i tre numi Verga, Capuana e De Roberto,
francesizzanti tutti e tre, e che in quegli anni stavano rifondando il romanzo
italiano (vedi il bel volume di Carlo Alberto Madrignani Effetto Sicilia,
Quodlibet Macerata, 2007). Tomasi di Lampedusa, che conosceva altrettanto bene
la letteratura inglese, ha scritto un delizioso Invito alle lettere
francesi del Cinquecento, per non dire di Brancati che ad Armance di
Stendhal ruba l’ispirazione per il suo Bell’Antonio e di cui basta aprire
un volume per imbattersi in Chateaubriand, in Flaubert a ogni piè sospinto. Per
finire con Antonio Aniante, un catanese di Viagrande che visse quasi tutta la
sua vita a Parigi e che da gallerista lanciò nientemeno che De Chirico come
racconta in Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi senza aver
cura di tenere per sé nemmeno un suo quadro dannandosi in seguito per questa
imperdonabile sventatezza.
E dove vanno i sicilianuzzi emigranti nel film di Pietro
Germi Il cammino della speranza ? In Francia ovviamente. Per venire alla
cronaca d’oggi, se chiedete al catanese Giampiero Mughini chi fuor li maggior
tui (prima che si bevesse il cervello con i calciatori, aborrrrro!!!) vi
risponderà con una sfilza di francesi da Larochelle a Brasillach coi quali
peraltro dialoga nei suoi volumi. Sfugge a questa filiera Pirandello, che fu
deferito al Consiglio di disciplina ed espulso dall’Università di Roma per aver
solidarizzato con un prete suo compagno di banco che aveva ridacchiato alla
erronea traduzione di Plauto del prof. Occioni, per sua disgrazia Rettore
Magnifico dell’Università, e finire quindi a Bonn, in Germania,
dove, forse, apprende la sua “mezza filosofia” (sulla scorta della
Lebensphilosophie allora in voga in Germania?) della forma e della vita, dell’essere
per sé e dell’essere per gli altri, della verità e della finzione, del teatro
nella vita e della vita nel teatro, della maschera e il volto, dell’io del
non-io per dirla con Brancati.
Anch’io da semplice lettore sono stato soggiogato dalle
lettere francesi. Ricordo che ai tempi della mia formazione avevamo nella mia
città natale di Catania il “Centre culturel français” (in una traversa dietro
Piazza Università) ancora in attività ma chiuso in seguito in tempi di
revisione di costi e di un ritracciamento della grandeur dell’Esagono. Quando
andai a Milano, poco più che ventenne, fu per me perciò naturale frequentare il
“Centre” di via Bigli, a due passi dalla casa di Montale, allora ivi
funzionante, e in seguito trasferitosi in corso Magenta. Al Centre milanese lessi
il romanzo Aden Arabie di Paul Nizan di cui un passo mi è
affiorato a galla davanti allo sfacelo di questi giorni:
« Chacun trouve au fond de ses réveils tous les désordres du temps je ne
sais combien de fois réduits à la médiocre échelle d’une inquiétude
privée ». Ciascuno trova al termine dei propri risvegli tutto
il disordine del mondo ridotto alla miserabile scala di una inquietudine
privata. La “scala” in cui i tormenti del mondo si riducono è miserabile perché
certamente miserabili siamo noi, ma anche perché miserabili sono in sé e per sé
i désordres du temps.

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