A Pino Daniele
Se, in teoria, di rubare il futuro possono essere ritenuti
tutti responsabili, in pratica il cerchio si restringe. Anzi, ad osservar
meglio, si tratta di più cerchi concentrici – una sorta di gironi danteschi –
in cui sono presenti i colpevoli, collocati appunto in base al grado di
deprivazione operata ai danni dei principali innocenti.
Ma a chi viene rubato il futuro?
Al contrario del concetto incipitario, in questo caso la
risposta è univoca: i derubati sono i più piccoli. Ma i grandi, non erano
anch’essi piccoli ai quali eventualmente fu sottratto il futuro? In
parte sì,
vale a dire che se non si corre ai ripari oggi, non solo si ripeterà per le
prossime generazioni ma si estenderà ancora di più.
In un Paese civile i bambini, tutti i bambini, rappresentano
la priorità assoluta.
Ridotti spazi mentali
I numeri sono inequivocabili. Secondo gli ultimi dati*,
in Italia oltre un milione e quattrocentomila minori vive in condizioni di
povertà assoluta. Ma il nodo “apparentemente” più inestricabile è costituito
dagli spazi mentali: biblioteche, cinema, teatri, centri polifunzionali
(auditorium, palestre e simili), nonché le scuole, in cui, appunto, le menti
possono essere stimolate; negli altri casi, loro malgrado, sono destinate ad
atrofizzarsi, nonostante le altissime potenzialità le quali, purtroppo,
rimarranno deduttivamente inespresse.
Lo scenario non sembra triste, lo è. Tra i più piccoli nati
nei luoghi o nonluoghi (così come definiti da Marc Augé) in cui sono pressoché
assenti gli spazi mentali, solo qualcuno – grazie a qualche casualità – avrà
accesso ai percorsi che gli consentiranno di operare la scelta tra tutte le
possibili contenute in un ventaglio solitamente aperto solo ai cosiddetti
fortunati, coloro che nascono non in luoghi speciali, ma semplicemente civili,
in cui gli adulti si prendono cura dei più piccoli.
Nonostante la situazione sia differentemente variegata in
tutta Italia, tuttavia un tratto rimane trasversale, come una lama conficcata
nelle giovanissime vite ignare: il futuro dei bambini e ragazzi non è ancora
prioritario. La cultura di un Paese può cambiare orientamento solo sotto la
pressione di quella parte della società che non si lascia incantare dalle
promesse o dai contentini, neanche quando sono porti sotto forma di grandi
eventi che, spesso, hanno soltanto lo scopo di abbagliare momentaneamente e
non, piuttosto, di fornire basi solide, le quali possono trovare degno posto
solo nelle iniziative durevoli – in cui è possibile scorgere lunga prospettiva
– da tradurre in quegli spazi fisici dove i pensieri si incontrano e camminano
e crescono insieme.
Un compito così importante deve essere assolto da coloro nei
quali i cittadini, molto spesso non contraccambiati se non ignorati, ripongono
fiducia. Mi riferisco a coloro che rivestono un ruolo istituzionale, ai vari
livelli amministrativi: a partire dai ministri della Cultura e
dell’Istruzione fino agli assessori dei più piccoli comuni italiani. La
pressione da esercitare su di essi, anche quando si dovessero distinguere per
meriti, non dovrà mai conoscer tregua.
Un plauso, in ogni caso, meritano tutte quelle associazioni
che, molto spesso sostituendosi alle latitanti istituzioni, nelle periferie e
nei nonluoghi più abbandonati si impegnano quotidianamente per restituire
dignità all’essere umano, e ai più piccoli in primis.
Al fine di illustrare, quanto più esaustivamente possibile,
la situazione generale, Save the Children (la più importante organizzazione
internazionale dedicata a salvare i bambini in tutto il mondo) ha stilato per
il quinto anno consecutivo l’Atlante dell’infanzia (a rischio), nel quale le
parole, che divengono anche mappe esemplificative, sono integrate da un viaggio fotografico, realizzato appositamente da
Riccardo Venturi, grazie al quale è possibile esplorare zone, strade,
periferie, luoghi educativi e di relazione – in parte raccontati dall’Atlante –
in cui si scorgono anche spazi esemplari, verso i quali proiettarsi.
Sebbene i numerosi deprecabili fatti di illegalità e non
solo, avvenuti soprattutto in Italia, possano aprire la strada alla rassegnazione,
e talvolta a buon motivo, tuttavia esiste ed esisterà sempre un diritto per il
quale bisognerà battersi: una vita vera, da consegnare senza menzogne ai più
piccoli.
Note

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