da un antologia di Daniela Balestrero
DAL SALICE ALL’INFINITO
Tutto doveva essere perfetto: la sua poltrona, di fronte
alla
finestra aperta, quanto bastava per vedere il suo salice, la
distesa di prati e i campi di grano.
Seduto con il blocco-notes in mano e un lapis blu.
Gli piaceva usare un notes per scrivere i suoi racconti, li
piaceva sfogliarli velocemente, come si fa con i disegni dei cartoni animati.
“Diventano vive, veloci, pare si animino” diceva.
Come i suoi pensieri.
Scriveva sempre in matita come se dovesse cancellare quello
che non gli
piaceva.
Solo, se avesse potuto sottolineare con un lapis rosso le
cose belle, i pensieri sereni, i sentimenti dolci e volassero in alto, nel
cielo come palloncini e scoppiassero come fuochi d’artificio silenziosi e
colorati.
E si potessero cancellare sofferenze e ricordi … con una
gomma qualsiasi.
Le mani un po’ tremanti e sudaticce trattenevano il foglio
bianco; che bianco sarebbe rimasto per poco.
All’orizzonte, oltre il salice, c’erano per lui luoghi
conosciuti, che descriveva nei minimi dettagli, nei particolari più
inquietanti, nelle anime dei protagonisti.
Mai visti prima e mai incontrati, cuori che piangevano
sentimenti e anime erranti che raccontavano le loro storie.
E lui scriveva. Scriveva.
La mano sempre più ferma, calma e decisa, come sotto
dettatura, con dovizia di dettagli, colline, case, vicoli, nulla gli sfuggiva o
gli era sconosciuto.
Ne aveva fatti così tanti di viaggi nella sua vita, che ora
li poteva descrivere uno ad uno, dalla sua poltrona dinnanzi al salice.
Ricordava profumi, colori, ed il passato si srotolava
davanti ai suoi occhi come una vecchia pergamena.
Limpida,
pulita, essenziale, come i suoi viaggi.
Come le parole che riempivano fogli e fogli, senza
sbavature, senza cancellature.
Con un lapis blu.
Aveva visitato mille luoghi, visto mille volti, conosciuto
uomini, donne , bambini.
Camminato fra montagne e spiagge, prati e radure, boschi e
deserti, città e vallate.
Si era abituato
ad annusare odori di qualsiasi genere, di locali bui e umidi, di profumi
ed essenze, spezie, piante, fiori e serre.
Ma nulla era simile a ciò che le sue narici percepivano ora,
alle sensazioni che stava provando in quel momento.
Un aroma particolare, indecifrabile persino per lui, un
miscuglio di rose e viole.
Selvaggio e delicato.
Persistente e leggero.
Inebriante.
Prendeva forma intorno a lui, come argilla tra le mani di un
vasaio.
Le mani tremavano un po’, il lapis gli scivolava tra le dita
e il fluire delle parole si blocca a metà del foglio: per pensare, per
setacciare i ricordi, con lentezza minuziosa, alla spasmodica ricerca
dell’origine di quell’aroma che aveva invaso la sua anima.
I suoi 40 anni, troppi per il corpo, pochi per il cuore, li
rendevano la generosità dei suoi racconti, all’ombra dell’albero che gli aveva
regalato la pace.
“La mia solitudine è viva” diceva.
E le sue storie erano vive, come se “ci stessi dentro”.
Aldo riprese il lapis fra le dita, non c’era nulla da cancellare, ma ancora tanto,
tanto da scrivere.
Quel profumo apparteneva sicuramente ad una donna, ne era
certo, ma ne aveva incontrate così tante!
L’aroma invadeva la stanza, arrivava al salice, o forse era
il contrario…
Una sagoma prendeva forma nella sua mente, a farla sua, ad
amarla e viverla intensamente.
Come fosse vera. Come esistesse già.
Quella donna che aveva cercato inconsciamente in tutti quei
viaggi, ma che non aveva trovato.
Non ancora, almeno.
Era la prima storia che non riusciva a raccontare,
apparteneva a lui, ma non era capace a descriverla, a vedere il suo volto.
Tutto questo lo inquietava e lo eccitava, lui: il famoso
Aldo si trovava a disagio di fronte ad un “profumo”, al punto da non essere più
concentrato come una volta.
La sua mente si offuscava, e non se lo poteva permettere,
non lo voleva permettere.
Chi era costei che minava una parte della sua vita?
Il suo amato lavoro, la sua passione di sempre?
Quando si trattava di sé stesso, i dettagli si mischiavano,
il dolore e la gioia non erano più così nitidi e separabili.
Raccontava le storie degli altri, in tutti i suoi dettagli,
ma di lui si sapeva ben poco.
Lui era gli “occhi degli altri”, ma la sua curiosità era
diventata un’esigenza; quella era la “sua” storia e non un viaggio qualunque,
in un punto qualsiasi del mondo.
Alzò gli occhi, il salice era là, ombroso amico di sempre.
Doveva raggiungerlo, sedersi sotto i suoi rami, ed
aspettare.
Assaporare quel profumo ed aspettare.
Uscì, lentamente camminò tra i prati dall’erba verde, tra le
prime spighe di grano, fino ad arrivare al salice ed appoggiarsi al tronco.
Ora, era lui, la storia, e non la sapeva scrivere, non la
poteva ancora scrivere.
Tornò al suo notes e al lapis blu, a raccontare i viaggi di
sempre, ispirato dall’amore di un profumo di rose e viole.
Era il tramonto, che colori stupendi!
Amava il tramonto: lo considerava il riassunto di tutta una
giornata e poteva offrire ancora, la magia della notte.
Non era riuscito, quel giorno, a fare la sua passeggiata
fino al salice e li lanciò un rapido sguardo tra i raggi stanchi della sera.
Un’ombra era appoggiata al tronco, una sagoma nuova, in
quello che era il suo posto.
Lunghi capelli scuri, scivolavano su un leggero abito a
fiori.
“Rose e viole…” Pensò in un attimo, lanciando in fretta
sulla poltrona lapis e notes.
Non vedeva ancora il suo viso, ma sentiva il suo profumo.
“ Ora potrò scrivere la mia storia con il lapis rosso..”
pensò, prima di correre verso il salice.

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