5 DONNE A TAVOLA, by Jaqueline Malandra


by Jaqueline Malandra
RACHEL Scheps, Ucraina occidentale, 1911
Nello shtetl, il villaggio ebraico chiamato Makarov, la piccola cucina di Rachel era scura, piena di fumo e di odori speziati. La carpa cuoceva, il dolce alle noci si raffreddava sul davanzale e c’era ancora da tirare il collo all’oca e farcirlo!
Che cosa volevano quegli ufficiali a cavallo?
Rachel nascose la scatola dello zucchero che conteneva i pochi rubli risparmiati a fatica.
‘Bruciamo il villaggio, bruciamo tutti gli ebrei!’
‘Ma che succede?’
‘Sporchi ebrei, avete ucciso il primo ministro!’
Non c’era tempo per discutere, solo per afferrare poche cose e legarle in un fagottino, poi fuggire dalla porta sul retro.
Si ritrovarono tutti nella schul, la piccola sinagoga di legno, chi con una valigia, chi con il violino.
Non c’è tempo da perdere, disse il rabbino, un carro ci aspetta sulla strada per andare via da qui, non è la prima volta che bruciano lo shtetl.
Nella furia Rachel aveva dimenticato di indossare la parrucca. Si mise in testa un fazzoletto e salì sul carro.
Quanti ricordi restavano nella piccola cucina scura, fumosa e piena di odori, quanti pranzi preparati con gioia per la piccola famiglia, quante feste al villaggio!
Sapevano che sarebbero fuggiti, vissuti altrove, poi che sarebbero tornati, spente le fiamme, riaccesa la stufa in cucina, per vivere ancora una nuova vita, poi forse sarebbero andati lontano per vivere altrove la stessa vita, insomma tutto si ripeteva, diverso e uguale, ogni volta, in ogni luogo. 
Anna, Kiev, 1918
Anna non era mai entrata in cucina. 
Quando voleva parlare con la cuoca, suonava un campanello in salotto e la ragazza arrivava per prendere gli ordini.
‘Stasera abbiamo ospiti, prepara galletti in salsa per 10 persone o salmone in crosta e… come vini…’.
Ma un giorno il fuoco rimase spento e la cucina chiusa, tutti partivano dalla grande casa. 
Anna si aggirava in giardino mentre gli altri finivano di raccogliere le loro cose, ‘Portate solo un abito di ricambio, diceva
suo marito, vi accompagno in Crimea poi torno’.
Una zingara moldava entrò dal cancello che rimaneva aperto e superò la casetta del custode, vuota. 
‘Che cosa vuoi? Vattene!’Fece Anna. 
‘Ti devo parlare’.
Datele dei copechi e cacciatela, disse Anna ai pochi domestici rimasti.
‘Hai appena seppellito un figlio e presto…’
Presto cosa?
Niente, presto lascerai per sempre questa casa.’
‘Ma sei pazza, partiamo fino alla fine della guerra poi torniamo’
‘Per voi la guerra non finirà mai e nessuno di voi tornerà. La vostra vita cambierà completamente’.
‘Che cosa dici, saremo in miseria?’
‘Non sarà miseria ma povertà’.
E, presi gli spiccioli, si allontanò.
Nel 1920 Anna, dopo aver perso altri due figli, che rimasero senza sepoltura, lasciava per sempre la Russia. 
ELENA – Costantinopoli, la mensa dei poveri
Nel 1920 Elena aveva 20 anni e la sua vita era finita dal giorno in cui la costa russa era sparita di colpo dai suoi occhi pieni di lacrime, sul battello con cui fuggiva. Aveva perso tre fratelli, il fidanzato, la migliore amica. Ora tutti i giorni attraversava il ponte di Galata con la pentola destinata a nutrire i pochi superstiti della famiglia.
Una sera, intorno al tavolo di cucina, nella casa di legno dalla quale erano fuggiti i Turchi, fecero una seduta spiritica. La madre di Elena voleva sapere in che anno si sarebbero sposate le figlie e con chi. Lo spirito disse: Elena, 1920.
‘Ma con chi’? chiesero.
‘Con  Ivan’.
Elena e Ivan alzarono le mani e interruppero la catena. Erano segretamente fidanzati.
VERA, Praga 1924
Nel vecchio appartamento dato in subaffitto a diverse famiglie la cucina era in comune. La padrona di casa apparecchiava anche per i figli morti in guerra.
Vera uscì dalla sua stanza-casa scostando la tenda che un tempo era stata parte del suo abito di corte e tornò in cucina dove aveva messo in pentola un pezzetto di manzo, costatole una spilla di brillanti alla borsa nera. 
Ma la carne era sparita! 
Non poteva che piangere davanti alla pentola piena d’acqua, cercando di non ricordare i fastosi pranzi di una volta. ‘Ma eravamo così ricchi senza saperlo?’
KATJA, Parigi, 1940
Ricordare o dimenticare? Tornare o restare?
Possibile che tutto dovesse ripetersi, che non fosse bastata quella prima, grande, terribile guerra?
Katja contava i centesimi, non basteranno per la borsa nera, cosa mangeremo stasera? E domani?
Ho finito i colori, ma ecco un carboncino, andrò a proporre i miei ritratti a qualche commerciante, magari mi daranno qualche cosa in cambio.
E sul retro di un vecchio disegno Katja ritraeva i ‘bottegai’ arricchiti, datemi qualche cosa per mia figlia, ha solo 10 anni, domani mio marito prende la paga, vi potremo saldare.
‘Vendiamo ai Tedeschi, pagano meglio. Il ritratto va bene, ce ne farete degli altri. Tenete questo pezzetto di lardo secco e due patate per la cena’.
Il giorno dopo, nella cucina ormai senza riscaldamento e buia per colpa delle restrizioni, prima di andare a scuola, la ragazzina sollevò il coperchio della pentola fredda e si rallegrò di trovare ancora un po’ d’acqua sporca della minestra avanzata, la scaldò e la bevve con gusto come unica colazione, prima di uscire nel gelo di quell’inverno eccezionalmente freddo. 
L’autrice è la figlia di quella ragazzina ed è cresciuta a surgelati e scatolette. Entrambe sono cuoche ‘così così’.
Jaqueline Malandra

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