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Ambientato all’indomani del 1948, qunado la sconfitta del Fronte Popolare chiuse un periodo della nostra storia, scritto agli inizi degli anni Sessanta, quando già il nuovo corso inauguratosi in Italia col centrosinistra deludeva le attese che lo avevano preparato, questo eccezionale e ormai proverbiale romanzo, Premio Campiello 1965, svela forse oggi la molteplicità dei piani di lettura ai quali si presta. E’ anzitutto, s’intende, come vuole la vicenda, un libro che riassume in tutta la sua dolorosa complessità la crisi spirituale e morale di una generazione – quella uscita dall’antifascismo e dalla Resistenza – frustata nell’ambizioso sogno di una progettazione totale; è inoltre l’inquietante elegia di un’Italia che ricade, non si sa come, in nuove compromissioni anche quando sembra avviata a liberarsi da vevvhi equivoci; ma per una sorta di eterogenesi dei fini trascende via via le occasioni iniziali e può essere letto al di qua degli anni in cui si riferisce o di quelli in cui fu scritto sia come un’analisi oggi più che mai attuale, della situazione dell’intellettuale italiano ambiguamente stretto tra velleità d’indipendenza e condizionamento ideologici sia come la verifica verticale di una specie di male congenito alla nostra società se non di permante malattia dell’anima. In tal senso il protagonista di questo romanzo – per non parlare della vivezza delle tante figure minori – resta non solo tra i più persuasivi, ma tra i più esemplari personaggi creati dalla narrativa italiana del Novecento

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