Medicina Democratica: Pace armata fra Ausimont e Solvay


[beppegrillo-437] Pace armata fra Ausimont e Solvay. Il PM definito “pazzo” a chiedere per la prima volta in Italia la condanna di una industria per avvelenamento doloso.
Al processo in Corte d'Assise ad Alessandria il "patto di non belligeranza" scricchiola negli affondi degli avvocati difensori facendo affiorare le reciproche responsabilità di dolo  dei due colossi chimici. L'articolo 439 del codice penale non perdona: Chiunque avvelena acque destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per consumo, è punito con la reclusione non inferiore a 15 anni.
Ribattezzato “patto della Gardianne de taureau”, l’accordo di non belligeranza sottoscritto l’estate scorsa fra Ausimont ex Montedison e Solvay, sta reggendo nell’aula della Corte di Assise di Alessandria? In precedenza i rapporti tra i due colossi erano improntati sullo scarica barili (tossico cancerogeno) reciproco: “Mi hai rifilato lo stabilimento di Spinetta Marengo che era una mela marcia”, “Lo sapevi benissimo, altrimenti perché l’avresti pagato un tozzo di pane? Eppoi l’hai peggiorato.”. Il “patto della Gardianne de taureau” (dal nome del piatto tipico servito nella terra dove approdò la Madonna con Maddalena, delizioso spezzatino di carne di toro marinata nel vino e cotta a fuoco lento, che potete gustare anche voi all’Hotel Restaurant La Camargue) sembra voglia reggere, almeno per quanto
riguarda i toni usati dagli avvocati Ausimont, che stanno arringando per primi. “State attenti a come parlate, altrimenti dopo vi facciamo un culo così”: senza mezzi termini Solvay aveva avvertito di nuovo prima dell’udienza.
Così tutta l’aggressività resta scaricata sul pubblico ministero Riccardo Ghio che, premettendo uno sbeffeggiante “con tutto il rispetto”, viene definito un matto: “parole in libertà, indegne, una vera follia, una mente malata, un camuffatore”.
Se il tono verso Solvay di Carlo Baccaredda Boi è stato soft, però nei contenuti sono trapelati-inevitabilmente- continui spunti di elevata polemica contro la multinazionale belga. Ad esempio. Ausimont, dice Baccaredda, non ha mai nascosto a Solvay documenti e archivi compromettenti (archivio Parodi, archivio Canti, archivio Pace), glieli ha affidati in custodia. E dunque Solvay mente, dolosamente, a dire che non conosceva le magagne ambientali. Anzi, le discariche ovvero, dice Baccaredda, “gli stoccaggi provvisori in via di smaltimento”, sono state consegnate a Solvay autorizzate controllate protette da argilla, insomma non pericolose. Qualcun altro (Solvay) le ha poi rese tossiche e cancerogene.
Ammesso e non concesso, dice Baccaredda, che le falde siano state inquinate dalle discariche (ipotizza che si siano inquinate da sole? N.d.r.), ciò è dipeso dalle disastrose produzioni precedenti il 1994 (in carenza di leggi e comunque prescritte) e dagli sversamenti seguenti al 2002 (cioè ad opera di Solvay). Ausimont, per il suo periodo di competenza processuale 1995-2002, è innocente come un bambino. Anzi, ha il merito in quel periodo di aver fatto di Spinetta Marengo una specie i paradiso terrestre, poi, si sa, è subentrata Solvay… Baccaredda è scandalizzato: cosa c’entrano dunque Carlo Cogliati (presidente Ausimont prima del 1995 e dopo il 2002, N.d.r.) e i sodali Giulio Tommasi e Francesco Boncoraglio, che il principe del foro sta difendendo? Tommasi soprattutto è innocente: era, sì, responsabile di tutti i PAS (Protezione Ambiente Sicurezza) di tutti gli stabilimenti italiani, ma solo sulla carta, a quel titolo andava solo a ritirare (o addirittura glielo spedivano a casa) il ciccioso stipendio. Al massimo, dice Baccaredda, si occupava di antinfortunistica (tute, guanti, scarpe N.d.r) o eccezionalmente di Bollate ma su espressa procura di Carlo Cogliati (ecco un vero responsabile! sottinteso), cosa volete mai che sapesse Tommasi di Spinetta che dista ben 90 chilometri da Milano, dei documenti che non glieli facevano leggere tanto meno firmare, chè non se ne intendeva quale “ricercatore, casualmente amministrativo, addetto alla formazione e all’antinfortunistica”. Signori Giurati, ha concluso Carlo Baccaredda Boi, non fatevi catturare dalle suggestioni di “con tutto il rispetto” quel pazzo del Pubblico Ministero. Le parti civili non vale neppure la pena di nominarle.
Malgrado, dopo il Baccaredda day, dovesse essere chiaro alla Giuria che Giulio Tommasi con questo processo c’entra come i cavoli a merenda, Marco De Luca, non prima di aver ammonito i giurati che le condanne alle imprese nuocciono agli investimenti e all’occupazione, ha pensato bene di difenderlo ulteriormente dalle parole suggestionabili di Riccardo Ghio: “parole folli, indegne di quest’aula”, con tutto il rispetto of course. Ma come si fa, dice saviamente De Luca, ad accusare Tommasi di dolo? De Luca è scatenato (indigestione di Gardianne de taureau? suggestione dei Couilles de taureau? ignaro però che i tori sono macellati quando “trop vieux pour couvrir”). Ma come si fa ad accusare Tommasi di dolo: “Un ex ricercatore che casualmente si è trovato a lavorare dietro a una scrivania” (a sua insaputa era responsabile della Funzione PAS ma da quella scrivania non è mai sceso al piano inferiore dove c’era l’archivio Parodi né ha mai messo piede a Spinetta, neppure aveva il numero telefonico N.d.r.). A Spinetta, continua De Luca, le funzioni di PAS Protezione Ambiente Sicurezza erano delegate (da chi? da Tommasi? da Cogliati? N.d.r.) al direttore (Corrado Tartuferi, facile accusarlo tanto è morto N.d.r:) e al responsabile PAS locale (Giorgio Canti, son cazzi suoi N.d.r.). Che ne sapeva, Tommasi, di Spinetta? Che ne sapeva dei cartelli “acqua non potabile” nei bagni dei dirigenti, poteva forse sognarsi del duomo piezometrico (cos’è?), dell’omessa manutenzione idrica, dei veleni colati in falda, poteva mai venirgli in mente che l’acqua andava a finire in bocca a qualcuno? Tommasi non era consapevole di niente. Ergo, se non c’è consapevolezza non c’è neanche il “dolo”. Dunque Tommasi, dice De Luca concludendo la dotta esposizione, va prosciolto sia per “dolo intenzionale” (non è cattivo d’animo) sia per “dolo diretto”: manca il movente (o è stato il ciccioso stipendio?) sia per “dolo eventuale” (la consapevolezza dei 21 veleni in falda idrica dell’acquedotto). E neanche lo condannino per “colpa”, bensì proscioglimento con formula piena (e restituzione dello stipendio rubato? N.d.r.).
Lasciamo stare quel pavido Massimo Abanelli che, pur teste della difesa, pressato dalla presidente Sandra Casacci aveva dovuto fare i nomi del vertice dell’organigramma Ausimont: Cogliati, Tommasi, Boncoraglio. Li difende contemporaneamente Carlo Sassi. C’è suspence. Vediamo se rispetta il “patto della Gardianne de taureau”, che è pur sempre una “pace armata”. Sassi non possiede due nomi o due cognomi come tutti gli avvocati Ausimont che si rispettino, però possiede due anzi è un triorchita. Le fa girare le parole come palle, un vero giocoliere delle parole.
Mostra (in parte) l’articolo 439 del codice penale: “Chiunque avvelena acque destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per consumo, è punito con” con la reclusione non inferiore a 15 anni.
Chiunque interpreta (www.altalex.com) che il reato si considera configurabile anche nel caso in cui le sostanze nocive siano state versate sul terreno in modo tale da contaminare pozzi contenenti acque che, dopo la necessaria clorazione, sarebbero divenute potabili, nonché nei casi di avvelenamento di acque non destinate direttamente all’alimentazione.
Chiunque in buona fede interpreta che l’avvelenamento delle acque deve essere compiuto prima che le stesse siano state somministrate alle singole persone che le potrebbero consumare, solo così può dirsi tutelata la salute pubblica, diversamente si avrebbe una lesione individuale.
Sassi invece ci lascia tutti di sasso con la sua interpretazione dell’art. 439: il legislatore ha scritto “destinate” e non “destinabili”. L’acqua di Alessandria in falda (una delle più grandi del Piemonte) non è avvelenata tutta e immediatamente destinata all’alimentazione. Invece è “destinabile” e dunque non è reato. Quando tutti i pozzi dell’acquedotto saranno chiusi, ne riparleremo. Inquinamento non è avvelenamento, omessa bonifica non è avvelenamento. Grande Sassi.
Grande quando impenna il suo secondo cavallo di battaglia: la bomba ecologica della Fraschetta, il cocktail dei 21 veleni in falda, nel periodo in cui è imputata Ausimont, cioè dal ’95 al 2002, non è peggiorata rispetto a prima, dunque non c’è reato di “dolo”. Il peggioramento è arrivato con Solvay. Solvay evidentemente ha lasciato precipitare la situazione fino ad arrivare allo scoppio del bubbone nel 2008.   (Tra parentesi: prima del ’95 c’era sempre Ausimont con Carlo Cogliati come presidente, e dopo il 2002 c’era sempre presidente Cogliati con Solvay). Comunque l’acrobata Sassi non sta rispettando il patto, commentano i legali Solvay. Dopo ore, è un po’ stanco Carlo Sassi, quando se la prende con le leggi fisiche, quella di gravità per la quale l’acqua avvelenata dalle discariche come tutti i gravi tende ad andare dall’alto della falda superficiale verso il basso della falda profonda; oppure l’alto piezometrico per cui i veleni scaricati vanno su e giù (e s’allargano) quando si alza il livello di falda. Più probabile che sia l’inquinamento sopraggiunto della Solvay? Eh sì, non sta rispettando il patto. In compenso la consulente Patrizia Trefiletti aveva annuito entusiasta.    
Medicina Democratica
Lino Balza           

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