Alfio Brina
A ben vedere, da sempre in Italia, la sinistra ha assunto il ruolo di buona amministrazione, di onestà, di rispetto delle regole e di rigore nella gestione della cosa pubblica. L’esperienza storica della gestione degli enti locali nelle regioni rosse e non solo, lo conferma. Di contro, la destra, ha sempre cavalcato la politica della spesa allegra, dei favoritismi, della corruzione, delle clientele, dell’evasione fiscale e degli sprechi.
La DC nei suoi quarant’anni di governo, nell’intento di tagliare l’erba sotto i piedi a comunisti e socialisti, ha costruito uno Stato sociale e un sistema socio – economico fortemente statalizzato. Oltre alla Scuola di ogni ordine e grado, alla Sanità, alle Poste e all’INPS, appartenevano - e in parte appartengono ancora - allo Stato: le Banche, l’IRI, L’Eni, l’Enel, la Ferrovie, le Autostrade, l’Alitalia, la Telecom, la Rai, le compagnie di Navigazione che collegano le isole, La Finmeccanica, la Cantieristica navale, la Siderurgia, alcune industrie Alimentari, l’Alfa Romeo, le manifatture dei Tabacchi, la Galileo ecc. ecc.
Sono inoltre finanziati dallo Stato: i Partiti, i Sindacati (attraverso i CAF), i Giornali, il Cinema, il Teatro, la Musica, le
Fondazioni culturali, le strutture Museali, lo Sport ed il sistema Cooperativo operante nel comparto socio assistenziale.
Cardine del sistema pubblico era il posto di lavoro fisso. Questa condizione ha consentito ai sindacati di estendere la loro presenza organizzata, premere per aumentare gli organici nelle diverse aziende ed incrementare i livelli retributivi, configurandosi, oggettivamente, come un potere in grado di condizionare non solo le gestioni operative dei vari comparti, ma le stesse scelte strategiche delle compagnie ed industrie di Stato. Basti pensare all’Alitalia, alle Ferrovie, alla Rai ecc.
La commistione tra potere politico e potere sindacale ha determinato uno scadimento nelle gestioni aziendali, rispondenti non a criteri di efficienza economica, ma ad obiettivi sociali di mantenimento dei livelli occupazionali. Questo ha prodotto deficit crescenti, ripianati puntualmente dallo Stato. Anche le scelte dei dirigenti aziendali sono state fatte non sulla base dei meriti individuali, ma su indicazione delle segreterie dei partiti governativi. Le voragini amministrative e la crescita esponenziale del debito pubblico sono state originate da questo stato di cose.
Voi della sinistra dov’eravate? Chiedono i grillini. E voi cosa avete fatto per contrastare l’espandersi dell’indebitamento pubblico? Chiede Renzi ai dirigenti della vecchia guardia del PD. Già, caro Matteo, eravamo all’opposizione e dall’opposizione non c’è modo d’incidere sulla gestione diretta delle aziende pubbliche. Inoltre è difficile, da sinistra contrastare una politica populista che distribuisce posti di lavoro ed elargisce benefici. La gente urla e scende in piazza quando gli togli qualcosa. Quando dai loro qualcosa nessuno protesta. Che poi questo dare si traduca in un aumento del debito pubblico poco importa. La conferma l’abbiamo avuta nel recente scontro con Berlusconi sull’eliminazione dell’IMU. Tutti sapevamo che l’operazione avrebbe avuto conseguenze disastrose sulle finanze dei comuni e su quelle statali, ma la spinta populista ha fatto breccia sull’opinione pubblica sconfiggendo il buon senso e piegando le stesse resistenze parlamentari. L’IMU è stata cancellata, ma la cancellazione ha trascinato nel dissesto finanziario migliaia di comuni italiani.
Oggi dobbiamo puntare al risanamento dei conti pubblici e nello stesso tempo incentivare la ripresa dei consumi e dell’attività produttiva con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro, non nel settore pubblico, obeso dal carico di personale, bensì in quello privato. Per realizzare questa doppia convergenza di obiettivi si deve incidere sul famoso “cuneo fiscale” riducendo significativamente la pressione sui dipendenti e sulle aziende. Tagliare il cuneo fiscale significa ridurre le entrate tributarie e questo porta squilibrio al bilancio dello Stato. E’ necessario pertanto, in pari tempo, ridurre la spesa pubblica attraverso una drastica eliminazione degli sprechi e delle spese superflue e mandare avanti con maggiore incisività la lotta contro la corruzione e l’evasione fiscale. Tutto questo non basta ancora per passare dalla recessione alla crescita. Qui entra in campo la famosa flessibilità che Renzi va invocando da mesi presso l’Unione Europea affinché consenta ai paesi maggiormente indebitati di attivare investimenti produttivi in deroga al patto di stabilità. La disponibilità da parte dell’UE è condizionata al varo delle riforme strutturali che sono la riforma del lavoro, l’ulteriore liberalizzazione del mercato, la riforma della giustizia e della pubblica amministrazione ed il ridimensionamento di ogni forma di corporativismo. L’Italia è il paese delle corporazioni. I dipendenti di Camera e Senato (2.400) aderiscono a 21 organizzazioni sindacali. I dipendenti dell’Opera di Roma hanno una struttura sindacale corporativa distinta per orchestrali, coristi, musicisti, personale tecnico, artigiani, sarti, scenografi ecc. Per giungere ad accordi bisogna trattare con ogni e diversa organizzazione. Tutto questo va cambiato perché porta alla paralisi che è l’opposta dell’efficienza. La destra ha concorso ad ingarbugliato la matassa italiana. Spetta ora alla sinistra individuare il bandolo e mettere un po’ d’ordine nelle cose, diversamente il Paese rischia di smarrire il proprio futuro. La sinistra non deve smarrire il senso dell’orientamento. Pensare al futuro dei giovani e del paese oggi è la vera scelta di sinistra.

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