Alfio Brina da: Città Futura on-line
La destra americana, durante la presidenza Bush, aveva elaborato la dottrina che giustificava l’esportazione della democrazia nei paesi retti da regimi autoritari, anche mediante il ricorso alla forza, Il mondo avrebbe trovato armonia, pace, benessere e sviluppo, solo attraverso l’estensione del modello di democrazia occidentale, che prevede la scelta dei governanti attraverso le elezioni. Questa teoria è stata fatta propria da Tony Blher e da George Bush, per giustificare la guerra in Afganistan ed in Iraq, ma in realtà per mettere le mani su aree geografiche dotate di consistenti giacimenti petroliferi e per rinnovare, mediante i conflitti bellici, i rispettivi arsenali militari. A livello politico, tale dottrina si è dimostrata fallimentare.
Le elezioni palestinesi hanno visto l’affermarsi del movimento di Hamas nella striscia di Gaza indebolendo l’autorità palestinese di Abu Mazer, interlocutore affidabile per una soluzione politica del conflitto istraelo-palestinese. In Egitto le elezioni hanno portato al governo i Fratelli Mussulmani e l’esercito è dovuto intervenire per ripristinare l’ordine in quel paese e riprendere il potere con l’elezione del generale SiSi. In Iraq, la guerra contro Saddam ha creato scompiglio in tutto il Medio Oriente. Così in Afganistan. In Libia, Francia ed Inghilterra hanno, in nome della democrazia, fatto la guerra a Gheddafi, destabilizzato
quel paese, favorendo implicitamente il sorgere di movimenti Jihsdisti e separatisti.
Usa, Francia e Inghilterra hanno tentato di riproporre la stessa operazione in Siria, finanziando e sostenendo i ribelli anti Assad, rivelatisi in seguito estremisti legati ad Al Qaeda. I piani per bombardare la Siria sono stati bloccati dalle iniziative diplomatiche di Putin, dal Papa e dalla diplomazia vaticana, nonché da un fermo pronunciamento negativo dei Parlamenti inglese e francese.
Risultato di questa strategia è stato l’affermarsi di un nuovo fondamentalismo islamico di forte impronta religiosa impegnato in una guerra santa contro gli USA e l’occidente cristiano.
Il diffondersi del Califfato ha indotto gli Stati Uniti a cambiare strategia in Medio Oriente. La Siria ha offerto la propria collaborazione militare agli USA nella lotta contro il movimento dello Stato Islamico (IS), sicché la Siria, da “Stato Canaglia”, che tutti erano pronti a bombardare, è diventata, con la benedizione di Putin e del Papa, alleata dell’Occidente.
L’affermazione del Califfato e dello Stato Islamico in Mesopotamia costituisce una catastrofe per l’Occidente. Sul piano geopolitico e culturale. Scompare, infatti, lo Stato nazione e la forma partito che i partiti “Baath” vagamente laici e socialisti, di Saddam in Iraq e di Assad in Siria, erano riusciti a garantire governabilità ai rispettivi Stati per diversi decenni. Il Califfato di Al Baghdadi supera i confini degli Stati nazionali delimitati dai paesi coloniali e basa la sua coesione in chiave estremistica religiosa e anti occidente. Le conseguenze per l’occidente sono il rischio di un inasprimento del terrorismo nei propri territori e il divampare di conflitti e guerre nel Medio Oriente.
L’UCRAINA
La crisi Ucraina investe più direttamente l’Europa. La popolazione ucraina è costituita da più etnie: quella ucraina è la più consistente ed è insediata ad ovest del paese, mentre quella russa, circa il 20 per cento della popolazione è situata prevalentemente ad est, ai confini con la Russia. Sono presenti inoltre popolazioni di origine ungherese, rumena ed ebrei Di conseguenza per quel paese è obbligatorio, cercare una soluzione politica diplomatica che permetta a queste pluralità di soggetti di convivere in una dimensione federativa che salvaguardi l’unitarietà dello Stato centrale.
I vari governi ucraini costituiti dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica hanno registrato momenti di alta e bassa conflittualità con la Russia.
Sul territorio ucraino transitano i gasdotti che portano il gas russo in Europa. Gli ucraini pretendono grossi pedaggi per il passaggio di dette condutture, inoltre non pagano il gas che consumano, come economia nazionale, ai fornitori russi. Sempre nel territorio ucraino erano dislocate importanti basi militari Sovietiche incominciando dalla base navale del Mar Nero, situata in Crimea.
Un accordo tra Ue e Russia, stipulato all’epoca di Elsin, stabilisce inoltre che i paesi dell’ex Unione Sovietica devono rimanere neutrali militarmente. L’ala più oltranzista dei governanti ucraini chiede di entrare nell’Unione Europea e di aderire alla Nato. E’ evidente che questo significa portare a ridosso dei confini russi le basi militari dell’Alleanza Atlantica. Già la Polonia ha aderito all’UE e poi alla Nato chiedendo agli americani di istallare basi missilistiche a ridosso dei confini con la Russia, con Bush che sosteneva servissero alla difesa atlantica contro gli Jihadisti di Al Qaeda e non per colpire la Russia.
L’Unione Europea non ha nessun interesse ad inasprire i rapporti con la Russia. L’UE deve pertanto avanzare proposte diplomatiche per una soluzione politica del conflitto incentrata su un assetto federalista dello Stato ucraino. Il ricorso all’inasprimento delle sanzioni economiche come chiede il governo ucraino e l’Amministrazione americana sono controproducenti per noi europei che abbiamo bisogno non solo del gas e del petrolio russo, ma di intensificare lo scambio e l’integrazione economica con quel paese in tutti i comparti: dall’agricoltura all’industria, dalla cultura al turismo. L’obiettivo politico da perseguire come Unione Europea deve essere quello di favorire, attraverso gli scambi, l’evoluzione democratica della società russa.
IL GOVERNO RENZI
Renzi si propone di cambiare il Paese. Questo cambiamento poggia su due costanti: un cambio generazionale e una rivoluzione di genere. Più spazio ai giovani e più spazio alle donne. Che l’Italia sia affetta da staticità ed immobilismo è un dato di fatto. In politica molti personaggi sono in Parlamento e ai vertici dei partiti da oltre trent’anni. Nei Consigli di amministrazione delle Banche idem, cosi nei Consigli di Amministrazione delle aziende industriali pubbliche, in quelle private domina ancora il capitalismo familiare, con i figli che succedono ai padri quando questi ultimi cedono il passo, di qui la scarsa propensione ad investire e a rinnovarsi. Nelle Università il ricambio è molto lento. Stesso discorso vale per la Magistratura, i Sindacati, le organizzazioni di categoria ecc.
Il nostro è un paese dominato dalle corporazioni sorte insieme ai Comuni e consolidatesi in epoca rinascimentale e durante il fascismo. Hanno una struttura corporativa sia i sindacati che le organizzazioni imprenditoriali. I corporativismi sono strutture di difesa dei propri membri, impermeabili o comunque resistenti ad ogni cambiamento. Questa realtà costituisce un impaccio ad affrontare il nuovo, imposto dalle continue trasformazioni determinate dall’evoluzione informatica e tecnologica in generale e dalla globalizzazione dei mercati. Basti pensare alla lentezza con cui il pubblico impiego recepisce e fa uso dei nuovi strumenti informatici (d’ora in poi verrà bandito l’uso della carta nelle procedure burocratiche dei pubblici uffici e dei tribunali). Pure la nostra scuola registra un forte ritardo nell’uso e diffusione di questa nuova strumentazione, anche se i nostri ragazzi si sono appropriati di queste nuove tecnologie in forma privata attraverso le famiglie. Ritardi si avvertono nello studio ed apprendimento di lingue straniere e negli scambi di esperienze dei nostri studenti con il mondo del lavoro e con la realtà di altri paesi.
La sfida del cambiamento deve riguardare ormai ogni campo ed ogni settore: dall’organizzazione del lavoro ai contratti.
Questa è una fase rivoluzionaria che richiama e deve coinvolgere ognuno di noi.
E’ evidente che le riforma di cui ci occupiamo in questa fase, sono di segno diverso rispetto alle grandi riforme degli anni ’70 ed ‘80 (riforma di famiglia, quella delle pensioni che ha introdotto la pensione sociale e di reversibilità, e poi quella sanitaria che ha esteso a tutti il diritto alla salute; la riforma fiscale, della casa, dei trasporti, della scuola, lo Statuto dei lavoratori ecc.). Quelle erano riforme “Ridistributive”, attuate in una fase di espansione economica. Riforme pensate per allargare il mercato interno e per diffondere il benessere verso coloro che ne erano esclusi. In quel periodo il riformismo dei sindacati incontrava il consenso di gran parte della società italiana, imprenditori compresi.
In questi ultimi decenni l’estendersi dello Stato sociale, ma soprattutto il diffondersi di prassi clientelari, degli sprechi, della corruzione, delle ruberie e degli scandali hanno messo in crisi il sistema fiscale. Le entrate non sono più in grado di far fronte al dilagare incontrollato della spesa pubblica. La separazione tra centri preposti al reperimento delle entrate (lo Stato) e centri erogatori della spesa (enti locali e Asl), ha tolto ai secondi il vincolo della responsabilità.
Lo Stato sociale costruito negli anni ’70 e ’80 entra così in crisi sul finire degli anni ‘90. I vari governi in un primo tempo fanno fronte ai deficit ricorrendo all’indebitamento pubblico. Ma il ricorso all’indebitamento pubblico a lungo andare anziché una soluzione rappresenta un limite insormontabile per i costi di gestione e per le difficoltà a reperire risorse sui mercati. Ecco perché le riforme del nostro tempo sono improntate al ridimensionamento dello Stato sociale.
Si tratta di procedere con buon senso e con criteri di equità. Tutte le riforme messe in cantiere dai governi Monti, Letta e Renzi sono destinate a togliere – rispetto a prima - qualcosa a qualcuno, per ridurre la spesa pubblica.
RENZI E IL RENZISMO
Renzi ed il Renzismo si collocano in questo contesto storico-sociale. La sua forza non deriva solo dal 40,8%, dei voti ottenuti dal PD nelle elezioni europee del 25 maggio scorso, bensì dal fatto che nella situazione data l’attuale governo non presenta alternative.
Non c’è dubbio che il suo stile stride con l’impianto culturale e democratico contenuto nella Costituzione Italiana e con tutta la cultura politica assimilata nel corso dei decenni dalla prassi partitica in Italia.
Governo e Partito fanno capo al leader. I leader cercano il contato continuo, direttamente con l’opinione pubblica scavalcando le strutture di partito, le organizzazioni sociali e istituzionali. Il Parlamento, con le sue liturgie dibattimentali, quando non rappresenta un ostacolo, viene avvertito come un freno. Con il leaderismo, un filo sottile separa la prassi democratica dalla tentazione autoritaria.
La democrazia del pubblico è un tutt’uno con la persona del leader, con la forza attrattiva della sua immagine e del suo linguaggio accattivante che parla alle emozioni. Costretto a tenere la propria attenzione e quella del governo fissa sul pubblico, Renzi rischia di ripetere il paradigma che ha imputato ai suoi avversari: il dire di fare piuttosto del fare. L’altro pericolo è che scompare in questo modo il ruolo e la funzione del partito come soggetto di collegamento con la base degli iscritti, fonte di elaborazione, di proposta e di cambiamento della società.
E’ in atto non solo in Italia un processo, che molti chiamano di “Democrazia Autoritaria”. La governabilità impone ai vari stati sistemi elettorali maggioritari. I sistemi maggioritari fanno capo ad un “Leader” che dopo aver presentato il proprio programma, cerca di realizzarlo forzando quelle resistenze che mirano ad ostacolarlo. Questo avviene negli USA, in Inghilterra, in Germania, in Francia, in Russia, in Turchia e in tanti altri paesi. Per la democrazia, l’importante è che la Costituzione di ogni paese prevede scadenze precise per il rinnovo dei parlamenti ed un sistema elettorale che consenta ai cittadini il ricambio o la conferma del governo. Per le Nazioni Unite, infatti, “ Un paese è democratico quando è possibile il ricambio di governo per via elettorale, senza ricorrere all’uso della forza”.
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