by Pier Luigi Cavalchini Città Futura on-line
Come è forse noto abbiamo un nuovo personaggio che, per il momento, viene considerato dai mass-media italiani come una macchietta ma che, purtroppo, è ben altro ... e ce ne accorgeremo. Mi sto riferendo allo sceicco Al-Baghdadi che con la sua ISIS (e con la complicità di alcuni Paesi, ... ma ne parliamo dopo) si sta mangiando pezzo per pezzo tutto l'Irak del Nord.
Poco importa, diranno i più. "Si ammazzino pure tra di loro, basta che non vengano qui a disturbare..." Anzi,"non li vogliamo vedere nemmeno sui canali TV" , rischieremmo di rovinarci quel poco di "pace" che ci è rimasta. Ma, temo, l'autodecerebralizzazione durerà poco e, le battute ipotizzate, facili e prevedibili, saranno solo un ricordo come "Zelig" o "Lascia o Raddoppia". Ormai è chiaro che in Est Siria e Nord Irak sta impazzando una guerra che non è solo più regionale (se mai lo è stata) ma è diventata cruciale per gli interessi di mezzo mondo. A cento chilometri ci sono i giacimenti petroliferi di Kirkuk (attualmente il terzo bacino mondiale in produzione di "brend" di prima qualità) e proprio dalla fascia Kirkuk - Alessandretta sarebbe dovuta passare una delle tante pipe-lines che avrebbero portato altro oro nero direttamente sul Mediterraneo. Ma prima la guerra in Siria, poi l'allagamento a est, stanno dando il colpo di grazia a questa possibilità. Si tenga conto, come è altrettanto notissimo, che tale "fascia protetta" sarebbe dovuta essere l'alternativa agli oleodotti interamente russi, a quelli misti russo-turco-bulgari o - nell'intenzione di chi ci ha impegnato milioni di dollari - addirittura una variante possibile alle tradizionali condotte arabo-saudite. Polpette da milioni di dollari al giorno che, a
seconda della spinta politica dominante, qualcuno vede allontanarsi o, più raramente, avvicinarsi.
Per questo tipo di operazione, chiaramente antiKurda, (popolo residente da millenni sul territorio) ci sono responsabilità e motivazioni che vanno conosciute e valutate fino in fondo.Prima di tutto, pero', può essere utile capire in quale scacchiere stanno avvenendo operazioni belliche degne del più tetro Medioevo con il sicuro uso di mezzi fuorilegge che - forse - una sentenza di qualche prossimo (lontano) processo della Corte dell'Aja andrà a sanzionare. Stupri etnici, esecuzioni di massa, eliminazioni mirate (e, ovviamente, senza nessun tipo di istruttoria) delle "intelligenze" locali, conseguenti esodi di massa, sono ormai all'ordine del giorno (quelle poche volte che se ne parla) e macchiano, ancora una volta, la coscienza di un Occidente sempre più preso dal suo ombelico.
Le pressioni sulle popolazioni "yezidi", cioè gli antichi Zoroastriani Medi, linguisticamente ed etnicamente legati alla grande comunità indoeuropea curdo-iranica, sono lì a ricordarci quali sono le poste in gioco che, d'altra parte, sono la riproposizione di fatti simili avvenbuti negli ultimi duecento anni. La scheda seguente di Kalil Rashov può esserci utile.
"Il gruppo di Yezidi più numeroso vive attualmente in Iraq, dove il loro numero viene stimato in oltre 400.000 persone. Dopo l'avvento al potere del partito Baath nel 1968 venne emanata una direttiva politica, secondo la quale gli Yezidi dovevano "tornare alle loro origini arabe". Considerati un gruppo distanziatosi dall'Islam, vennero messi in atto programmi per cambiare drasticamente la demografia nelle zone abitate da Yezidi.
Il distretto di Sinjar
All'inizio del 1975 il governo fece sequestrare le armi degli Yezidi, mentre allo stesso momento vennero armate le tribù arabe della regione. Dopo la sconfitta del movimento nazionale curdo il 9 maggio 1975 il governo iracheno ordinò l'evacuazione di tutti gli oltre 160 villaggi yezidi e la deportazione degli abitanti verso 12 centri appositamente creati. Sia i villaggi degli Yezidi sia i loro luoghi sacri vennero distrutti. Sette di questi dodici centri erano siti a nord della catena montuosa del Sinjar, gli altri cinque a sud. Nel corso di questa politica di arabizzazione il regime Baath diede ai centri yezidi dei nomi arabi. Inoltre si intensificarono i tentativi di conversione all'islam degli Yezidi.
I loro villaggi diventarono delle caserme, in ogni villaggio c'erano degli uffici di polizia, dei militari, e dei Servizi segreti. Per aumentare ulteriormente la pressione sul popolo degli Yezidi e costringerli a spostarsi tre di questi centri, Gir Zerik (= Al Adnania), Xirbe Quewala (= Al Qhattania) e Sipa Schekh Xidir (= Al Gasirah), vennero collegati al distretto arabo di Al Ba'ag, nel sud del paese. Il Consiglio della rivoluzione diede anche l'ordine segreto di cacciare la popolazione Yezida verso il distretto arabo di Al Hadir, oltre 100 km al sud del distretto di Sinjar. Così facendo si voleva distruggere il loro territorio tradizionale reinsediandoli in una zona a maggioranza araba per poter finalmente annientare la loro identità.
All'inizio del 1975 il governo fece sequestrare le armi degli Yezidi, mentre allo stesso momento vennero armate le tribù arabe della regione. Dopo la sconfitta del movimento nazionale curdo il 9 maggio 1975 il governo iracheno ordinò l'evacuazione di tutti gli oltre 160 villaggi yezidi e la deportazione degli abitanti verso 12 centri appositamente creati. Sia i villaggi degli Yezidi sia i loro luoghi sacri vennero distrutti. Sette di questi dodici centri erano siti a nord della catena montuosa del Sinjar, gli altri cinque a sud. Nel corso di questa politica di arabizzazione il regime Baath diede ai centri yezidi dei nomi arabi. Inoltre si intensificarono i tentativi di conversione all'islam degli Yezidi.
I loro villaggi diventarono delle caserme, in ogni villaggio c'erano degli uffici di polizia, dei militari, e dei Servizi segreti. Per aumentare ulteriormente la pressione sul popolo degli Yezidi e costringerli a spostarsi tre di questi centri, Gir Zerik (= Al Adnania), Xirbe Quewala (= Al Qhattania) e Sipa Schekh Xidir (= Al Gasirah), vennero collegati al distretto arabo di Al Ba'ag, nel sud del paese. Il Consiglio della rivoluzione diede anche l'ordine segreto di cacciare la popolazione Yezida verso il distretto arabo di Al Hadir, oltre 100 km al sud del distretto di Sinjar. Così facendo si voleva distruggere il loro territorio tradizionale reinsediandoli in una zona a maggioranza araba per poter finalmente annientare la loro identità.
La regione di Al Scheikhan
Al-Scheikhan è una zona di insediamento degli Yezidi nella parte irachena del Kurdistan: questa zona rappresenta un crocevia sensibile e strategicamente rilevante tra le montagne del Kurdistan. La regione di Al Sheikan, abitata in maggioranza da Yezidi, si trova ai piedi dei Monti Chins Bafian, 46 Km. A Nordest di Mosul. Nel 1975 fu iniziata una pesante politica di arabizzazione. Anche in questa regione gli Yezidi vennero cacciati dai loro villaggi e reinsediati in nove altri insediamenti. Questo è stato il destino di diversi abitanti yezidi cacciati dai propri villaggi e reinsediati nei campi di Mahat e Pauan. Al posto degli abitanti originari vennero insediati coloni arabi, finanziati con denaro e armati. Gli abitanti yezidi del campo di Alrisala invece provenivano da luoghi che erano stati inondati a causa della costruzione della diga di Mosul.
Il 16 marzo 1978 il Consiglio della Rivoluzione emise il Regolamento n. 358, con cui le proprietà terriere degli Yezidi venivano espropriate per essere consegnate a coloni arabi. A 15 km a nordovest di Mosul si trovano le due città di Bashiqa e Bahsani, che rappresentano i due centri yezidi più importanti dell'Iraq. Bahsani è un centro religioso molto importante con una presenza altissima di luoghi sacri. Le due città hanno complessivamente oltre 15.000 abitanti. Il regime iracheno da anni sta tentando di alterare l'equilibrio etnico a favore degli Arabi, con l'insediamento di oltre 10.000 famiglie di origine araba, per le quali dovrebbero essere costruite anche 10 moschee.
Tutta la politica di arabizzazione del regime iracheno crea grosse paure nella popolazione yezida. Il più grosso crimine subito dagli Yezidi si verificò nel 1998 nell'ambito della cosiddetta Campagna Anfal, subito dopo la fine della guerra tra Iraq e Iran, durante la quale vennero uccisi 182.000 Kurdi dall'esercito iracheno. In quella occasione scomparvero anche 176 Yezidi, soprattutto madri, bambini e persone anziane, che si erano consegnate all'esercito iracheno in seguito all'amnistia del 6.9.1988. Il loro destino è fino ad oggi sconosciuto, sebbene molti indizi facciano pensare che siano stati giustiziati e che molti di loro siano rimasti vittime di esperimenti con armi chimiche.
Il 16 marzo 1978 il Consiglio della Rivoluzione emise il Regolamento n. 358, con cui le proprietà terriere degli Yezidi venivano espropriate per essere consegnate a coloni arabi. A 15 km a nordovest di Mosul si trovano le due città di Bashiqa e Bahsani, che rappresentano i due centri yezidi più importanti dell'Iraq. Bahsani è un centro religioso molto importante con una presenza altissima di luoghi sacri. Le due città hanno complessivamente oltre 15.000 abitanti. Il regime iracheno da anni sta tentando di alterare l'equilibrio etnico a favore degli Arabi, con l'insediamento di oltre 10.000 famiglie di origine araba, per le quali dovrebbero essere costruite anche 10 moschee.
Tutta la politica di arabizzazione del regime iracheno crea grosse paure nella popolazione yezida. Il più grosso crimine subito dagli Yezidi si verificò nel 1998 nell'ambito della cosiddetta Campagna Anfal, subito dopo la fine della guerra tra Iraq e Iran, durante la quale vennero uccisi 182.000 Kurdi dall'esercito iracheno. In quella occasione scomparvero anche 176 Yezidi, soprattutto madri, bambini e persone anziane, che si erano consegnate all'esercito iracheno in seguito all'amnistia del 6.9.1988. Il loro destino è fino ad oggi sconosciuto, sebbene molti indizi facciano pensare che siano stati giustiziati e che molti di loro siano rimasti vittime di esperimenti con armi chimiche.
Il Genocidio
Sotto il regime di Saddam Hussein tutto il sistema di vita degli Yezidi venne completamente distrutto a causa delle deportazioni e delle espropriazioni. Gli Yezidi non dovettero abbandonare solamente i propri villaggi nella zona di Sheikhan e Sinjar: otto villaggi nella zona della città di Dohuk vennero completamente distrutti e gli abitanti vennero deportati a Shariya. Gli abitanti yezidi dei villaggi nella zona di Elqush, furono costretti a reinsediarsi nei villaggi di Sheikha e Niseriye. Gli Yezidi dei villaggi della zona di Feyde furono invece costretti a trasferirsi nel villaggio di Babire. Nella zona di Silivani furono distrutti 13 villaggi yezidi. La tribù yezida degli Hewiri venne deportata dalla propria zona. Gli Yezidi della zona di Simeledovettero abbandonare i propri 13 villaggi e reinsediarsi nel villaggio di Khanike.
Tutti gli Yezidi che cercarono di contrastare la violenza e le ingiuste imposizioni del regime iracheno, o che posero la questione sul piano politico tentando di discutere su questa questione, vennero arrestati, rapiti e nella maggiorparte dei casi uccisi. Nei nuovi luoghi di reinsediamento la situazione economica mediamente buona delle famiglie yezide peggiorò velocemente. Gli Yezidi dovettero assistere invece a come gli Arabi avessero raggiunto un buon livello di benessere sulle loro terre espropriate."
Dal 2008 le cose sono lentamente cambiate e, di fatto, con il nuovo governo Kurdo (irakeno solo sulla carta) non solo vi è la piena possibilità di professione della fede zoroastriana in tutto l'Irak del nord ma ne vengono salvaguardate le rimanenti vestigia. Una delle più importanti, da me visitata non più di dieci mesi fa insieme alla delegazione italiana di "Verso il Kurdistan", è la realtà di Lalish dove si possono ancora vedere (dopo un recupero che non deve essere stato semplice negli anni post Saddam) le sale di cerimonia, i punti di raccolta delle offerte e, per fortuna, le antichissime opere in bassorilievo rappresentanti momenti religiosi della vita zoroastriana del periodo Medio (600 a.C - 300 d.C). Il solo pensiero che quelle stesse persone che ci hanno accolto, quelle famiglie di fede zoroastriana che, come noi, visitavano il centro di Lalish, ora debbano soffrire vessazioni (o peggio) mi fa rabbrividire,. Così come mi fanno fortemente preoccupare le ultime notizie provenienti dalle agenzie internazionali (p.es la Adn Kronos) che fanno riferimento ornai ad un coinvolgimento diretto anche del piccolo centro di Mahmur, da noi visitato e ben conosciuto di cui abbiamo apprezzato la capacità di reazione (visto che si trastta di un ex campo profughi trasformato in città accogliente) e la semplicità nei modi di vita.
A Mahmur (o Mahmura) c'è, infatti, una delle realizzazioni più significative del gruppo locale di attivisti pro Kurdistan che insiene ad un centinaio, almeno, di altri italiani, sono riusciti ad avviare, a rendere possibile (anche contro gli intoppi di ordine burocratico) e a far funzionare come presidio medico locale. O, almeno, lio era, vista la situazione attuale. E, purtroppo, non serve dire "io c'ero", "io ci sono srtato", "io l'ho visto", ecc. qui c'è solo da rimboccarsi le maniche per fermare quello che sta succedendo e che, come detto, ha mandanti ben chiari.
In primis l'inerzia dell'Europa e dell'ONU che, di fatto avallano una situazione in fortissima evoluzione e che, evidentemente, nessuno vuole affrontare. Secondariamente gli Americani che, dopo aver sostenuto il governo federale irakeno di Bagdad (quello di Al Maliki) si trovano a dover predere nettamente le distanze dallo stesso, non intervenendo e "facendo pagare" qualche piccolo/grande torto subito dalle tre componenti dell'Irak attuale (zona Sciita a sud, zona Sunnita al centro, zona Kurda al nord). Piccoli/grandi sgarbi che si sono concretizzati di volta in volta in una maggiore attenzione agli scambi economici con Giappone e Cina prima, con l'Iran a partire dal 2013; irritazioni che sono culminate, ultimamente, con un riavvicinamento all'alleato di sempre: la Russia. Aggiungiamo che l'Arabia Saudita non vede l'ora di diminuire (come è stato per più di dieci anni) la produzione irakena di greggio (così come sta facendo con quella del Golfo Persico iraniamo), ed avremo un quadro completo di interessi e "aderenze". "Mors tua , vita mea" e poco importa se sei Kurdo o sciita arabo o sunnita. E' chiaro che un ritorno in grande stile dell'Irak (anche sotto forma di federazione) dà fastidio. Anche se quella più importante e fondamentale, continua ad essere la spinta turca a facilitare tutto ciò che non è curdo a costo di avere uno stato islamico medioevale alle porte. Anche qui sono all'ordine del giorno notizie che ci confermano traffici d'armi, scambi di "intelligence" e altro... tutto e solo con l'obiettivo di sradicare una realtà autonoma curda, anche se in territorio non turco.
Cosa ci riserverà il domani? Purtroppo è prevedibile un'escalation della crisi con un prossimo coinvolgimento diretto dell'Iran, specie se verranno toccati in qualche modo i giacimenti degli Zagros e di Kirkuk ma ... di questo non intendo parlare. Per il momento consideriamo l'idea una "remota possibilità", anche se ....
Tutti gli Yezidi che cercarono di contrastare la violenza e le ingiuste imposizioni del regime iracheno, o che posero la questione sul piano politico tentando di discutere su questa questione, vennero arrestati, rapiti e nella maggiorparte dei casi uccisi. Nei nuovi luoghi di reinsediamento la situazione economica mediamente buona delle famiglie yezide peggiorò velocemente. Gli Yezidi dovettero assistere invece a come gli Arabi avessero raggiunto un buon livello di benessere sulle loro terre espropriate."
Dal 2008 le cose sono lentamente cambiate e, di fatto, con il nuovo governo Kurdo (irakeno solo sulla carta) non solo vi è la piena possibilità di professione della fede zoroastriana in tutto l'Irak del nord ma ne vengono salvaguardate le rimanenti vestigia. Una delle più importanti, da me visitata non più di dieci mesi fa insieme alla delegazione italiana di "Verso il Kurdistan", è la realtà di Lalish dove si possono ancora vedere (dopo un recupero che non deve essere stato semplice negli anni post Saddam) le sale di cerimonia, i punti di raccolta delle offerte e, per fortuna, le antichissime opere in bassorilievo rappresentanti momenti religiosi della vita zoroastriana del periodo Medio (600 a.C - 300 d.C). Il solo pensiero che quelle stesse persone che ci hanno accolto, quelle famiglie di fede zoroastriana che, come noi, visitavano il centro di Lalish, ora debbano soffrire vessazioni (o peggio) mi fa rabbrividire,. Così come mi fanno fortemente preoccupare le ultime notizie provenienti dalle agenzie internazionali (p.es la Adn Kronos) che fanno riferimento ornai ad un coinvolgimento diretto anche del piccolo centro di Mahmur, da noi visitato e ben conosciuto di cui abbiamo apprezzato la capacità di reazione (visto che si trastta di un ex campo profughi trasformato in città accogliente) e la semplicità nei modi di vita.
A Mahmur (o Mahmura) c'è, infatti, una delle realizzazioni più significative del gruppo locale di attivisti pro Kurdistan che insiene ad un centinaio, almeno, di altri italiani, sono riusciti ad avviare, a rendere possibile (anche contro gli intoppi di ordine burocratico) e a far funzionare come presidio medico locale. O, almeno, lio era, vista la situazione attuale. E, purtroppo, non serve dire "io c'ero", "io ci sono srtato", "io l'ho visto", ecc. qui c'è solo da rimboccarsi le maniche per fermare quello che sta succedendo e che, come detto, ha mandanti ben chiari.
In primis l'inerzia dell'Europa e dell'ONU che, di fatto avallano una situazione in fortissima evoluzione e che, evidentemente, nessuno vuole affrontare. Secondariamente gli Americani che, dopo aver sostenuto il governo federale irakeno di Bagdad (quello di Al Maliki) si trovano a dover predere nettamente le distanze dallo stesso, non intervenendo e "facendo pagare" qualche piccolo/grande torto subito dalle tre componenti dell'Irak attuale (zona Sciita a sud, zona Sunnita al centro, zona Kurda al nord). Piccoli/grandi sgarbi che si sono concretizzati di volta in volta in una maggiore attenzione agli scambi economici con Giappone e Cina prima, con l'Iran a partire dal 2013; irritazioni che sono culminate, ultimamente, con un riavvicinamento all'alleato di sempre: la Russia. Aggiungiamo che l'Arabia Saudita non vede l'ora di diminuire (come è stato per più di dieci anni) la produzione irakena di greggio (così come sta facendo con quella del Golfo Persico iraniamo), ed avremo un quadro completo di interessi e "aderenze". "Mors tua , vita mea" e poco importa se sei Kurdo o sciita arabo o sunnita. E' chiaro che un ritorno in grande stile dell'Irak (anche sotto forma di federazione) dà fastidio. Anche se quella più importante e fondamentale, continua ad essere la spinta turca a facilitare tutto ciò che non è curdo a costo di avere uno stato islamico medioevale alle porte. Anche qui sono all'ordine del giorno notizie che ci confermano traffici d'armi, scambi di "intelligence" e altro... tutto e solo con l'obiettivo di sradicare una realtà autonoma curda, anche se in territorio non turco.
Cosa ci riserverà il domani? Purtroppo è prevedibile un'escalation della crisi con un prossimo coinvolgimento diretto dell'Iran, specie se verranno toccati in qualche modo i giacimenti degli Zagros e di Kirkuk ma ... di questo non intendo parlare. Per il momento consideriamo l'idea una "remota possibilità", anche se ....
Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post