by Eliana Petrizzi
-Tarda mattina
I piedi scalzi sulle pietre e nel terreno. Neanche cento metri e già si lamentano. E’ giusto che imparino cos’erano una volta i piedi.
-Incontrare un manipolo di accaniti provinciali che per tutto il tempo non fanno che rimpiangere le spiagge appena lasciate, i confort delle loro case italiane, la Nutella. Vengono in questi posti chiedendo un bagno caldo, vestiti di tutto punto.
-Contadino accovacciato a lungo nell’ombra di una pietra miliare, sulla strada per
Mandalay.
Donna con fascio di foglie di tè. Le chiedo una foto: resta immobile senza cambiare espressione, le braccia lungo il corpo, nuda all’improvviso di ogni cosa.
-I bambini dei villaggi, quando entro nelle loro case, saltano in piedi e mi dicono “Good morning teacher”.
-Sulle strade, motocicli di fortuna e carri trainati dai buoi. Anche da lontano la differenza si vede: gli uomini sui motori vanno spenti e come fermi; quelli sugli animali hanno il movimento fiducioso di piccoli frutti sui rami.
-La venditrice di frittelle al mercato di Phyu mi saluta gentilmente e abbassa lo sguardo. Aspetta che sia io a desiderare.
-I templi di Bagan, come le piramidi egizie: tanto splendore per contenere cosa? A dimostrazione che alla lunga solo le cose inutili la spuntano.
-Donne sedute a terra lungo i cigli delle strade, le mani intrecciate come ceste pronte al carico.
-Amarapura
Il pittore sul ponte dipinge gouache per i turisti. Banale, dice uno alle mie spalle. Nei dipinti: un fiume, un albero, una casa, un ponte, una figura che va o che torna. Mi chiedo in cos’altro consista la vita.
-Yangoon
Negli slogan pubblicitari, nelle pose delle donne sui manifesti, nelle merci in vendita, il pudore dei villaggi, con l’ansia di darsi delle metropoli.
Réclame di bibite vitaminiche, shampoo e saponi. La marca di sapone più famosa in Birmania si chiama PARIS.
Camera d’albergo: scatola di cemento senza finestre, a stento il posto per il letto. Rumore di passi nel corridoio, poi conversazione monocorde tra coniugi coreani: la sciatteria delle coppie di lungo corso, come dappertutto.
-Stormo di uccelli su Mingun, in volo come un nastro sciolto.
-Davanti al monastero, un uomo lava un fuoristrada Toyota ultimo modello. 4 monaci lo fotografano a turno coi loro Samsung S4, poi si fotografano a vicenda
.
Città brutta, chiassosa che, però, dopo le due del mattino, ha il silenzio dei villaggi, interrotto solo da un grillo o da un gufo.
-Piccole le donne, piccole le arachidi e i mandarini, docili i cani, tersi i paesaggi, calmi i bambini.
Nessun animale ammazzato per strada: topi e serpenti si lasciano passare. I cimiteri: lapidi che sembrano pietre tra gli alberi alle spalle dei villaggi, parte del paesaggio, senza grandi pretese.
-Il turismo fa bene, ma a chi? Nei villaggi, i bambini salutano, cercando di vendere con dignità dolcetti di zucchero di palma, frittelle di pesce secco, fiori. Nelle città, inseguono i turisti, elemosinando soldi a mani vuote.
-Nido di uccelli in alto su un albero. Gerardo ha detto: “Sembra un batuffolo di polvere impigliato tra i rami”.
Ma anche quella è una casa.
-Trasportatori di riso bevono il tè seduti in acqua tra le piante del fiume. Quando mi vedono passare sorridono, schernendosi come bambine.
-Giovane spaccatrice di pietre sulla via per Mandalay. Dietro un ventaglio di foglie di bambù piantato nella sabbia, il figlio di pochi mesi adagiato nel cappello della madre.
-Prima di partire per posti come questo, prego. Dopo, non capisco come ho potuto.
-Francesi: irrilevanti e sciatte per partito preso; un poco d’acqua bollita, raffreddata in una teiera neanche troppo pulita. E questa sarebbe eleganza?
-Yangoon, sera
Palazzo popolare con finestre chiuse, altre aperte, molte spente in una gamma spietata di grigi. L’onda dell’oceano pietrificata nel punto più alto della cresta, la montagna che si alza immobile prima di franare a valle, la nuvola di un uragano che in certi chiarori conserva la speranza di risparmiare un riparo almeno. Sopraffazione terrificante, e tuttavia maestosa.
-Se resto calma, il tempo mi segue come un bue. Se le cose a volte non funzionano va bene lo stesso, perché il mondo è soprattutto un vasto numero di imperfezioni. Conservo il sorriso come un campanello di bicicletta che tintinna sobbalzando sui fossi.
-Verso il meno. Che i pensieri perdano risonanza e peso, soprattutto la vanità delle poche volte in cui sono buoni. Essere tra le cose come presenza basta e avanza.
-Tangoo
A gennaio, l’estate coi suoi turchesi pieni di ore.
-Nei campi, alberi sciolti nel mansueto delle distanze, il bruno della terra, il legno degli aratri, abiti dai colori solidi e pacati. Il riso per il pane, le bestie per il lavoro, la terra per il frutto, l’albero per il fuoco. Il grazie per ogni cosa e la fiducia che aiuta i miracoli. Nei volti, la calma certezza di essere nudi al mondo. Le capanne strette nel fresco di sentieri dove, finito il lavoro non passa più nessuno.
-L’avorio fine delle ore, il duro dolce del niente da dire. Stupore continuo per cose che non conosco, a ricordare che i momenti più pieni sono sempre quelli vuoti di me.
-Tra i templi di Bagan, turista tedesca sola, ben curata, col viso pieno di dolore: una casa che galleggia sul fiume dopo l’uragano.
-In una capanna che dalle mie parti sarebbe un rifugio di struggente miseria, trovo il senso profondo della casa. Sconfitta già sulla soglia, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta.
-Avere la pazienza dell’acqua che aspetta per giorni nei pozzi. Cercare l’uomo, che a volte solo cambiando aria s’incontra, come si riconosce l’odore di casa da quello rimasto tra i capelli spostati dal vento.
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