Ricordando Federico Fellini


by Barbara Rossi, La voce della luna
Tra "La voce della luna" e "Mulholland Drive": la necessità del silenzio
"Eppure se ci fosse un po' di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio...forse qualcosa potremmo capire" (La voce della luna)
"Silencio..." (Mulholland Drive)
In apparenza (ma il rapporto, il sempiterno conflitto tra l'apparire e l'essere rappresenta una delle possibili chiavi di lettura di entrambi i film) e a un livello di lettura puramente epidermico, l'eccesso di divergenze narrative e formali potrebbe giustificare una domanda sul senso di istituire una relazione tra l'opera ultima (1990) del regista riminese e la nona (2001) dell'eclettico regista americano.
Eppure, come in fondo continuano insistentemente a consigliarci entrambi con la totalità del loro cinema, se si guarda attentamente, se davvero si presta attenzione, al minuto, al dettaglio, a certi indizi quasi-invisibili, beffardamente disseminati dalla mano di uno sconosciuto demiurgo appena dietro l'angolo (e l'orizzonte del nostro sguardo), le affinità emergono, come se un filo rosso che passa, senza soluzione di continuità, dall'uno all'altro.
C'è il grande sogno del cinema, come illusione e rappresentazione: le grossolane feste di paese, canterine e danzanti, la luna catturata e trasmessa su piccolo schermo, la sala da ballo 'sui generis' dove Gonella nostalgicamente volteggia sulle note di un valzer di Strauss, ne "La voce della luna"; il vacuo e vuoto rito dei party e dei provini hollywoodiani, lo scambio di identità fra individui, attori (o aspiranti tali) e loro ruoli, il fremente e conturbante spettacolo teatrale del Club Silencio, con le sue fantasmagorie
surreali, e la strada lucida e nera che si snoda, come un nastro di celluloide sino a lambire le colline della 'città dei sogni', in "Mulholland Drive".
C'è il cinema come sogno, ambiguo meccanismo onirico, espressione di un inconscio (personale e collettivo) nevroticamente ossessivo, malato, perso (in entrambi i film) dietro i miti e i riti di un quotidiano divenuto volgare, superficiale, consumistico e in cui l'essere, tragicamente, non può che coincidere con l'apparire.
C'è la consapevolezza (malinconica in Fellini; disperata e, di conseguenza, suicida in Lynch) dell'impossibilità di modificare il volto delle cose, di trasformare se stessi, o anche soltanto di trovare un metodo palliativo, un lenimento alla propria pena: se non rifugiandosi ingenuamente, come fanno 'i matti' Gonella e Salvini, nella poesia del creato e dell'uomo; o soccombendo ai sogni, non importa se elaborati dalla propria mente o stampati sul copione, come accade a Betty/Diane.
C'è, infine, ed è forse l'elemento-chiave di entrambe le opere, la voce del silenzio (che è, autenticamente, 'voce della luna': del sogno che non si trasforma in incubo, rischiando di fagocitare la realtà tutta, il vissuto quotidiano dell'uomo; del sogno-poesia-immaginazione-follia lucida e insieme ascolto dei bisogni, del proprio e dell'altrui canto).
Quel silenzio tessuto di voci che, ci dice Fellini lasciandoci, nel nostro tempo smemorato quanto bisognoso di ricordi infantili, di sogni lirici e lievi e di realtà non edulcorate, sanno ascoltare, oramai, soltanto i visionari.
Quel silenzio, quell'acquietarsi della mente e del cuore, che deriva dall'ascolto consapevole dei propri desideri, come dalla presa di coscienza degli inevitabili limiti: lo stesso silenzio che Lynch ci esorta a ricreare dentro il teatrino rosso della nostra anima, prima di cadere fragorosamente - come Diane/Betty - dentro l'inarrestabile deriva della propria vita.

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