Per il Piemonte il 2013 è stato l’anno delle conferme. I processi e le nuove indagini hanno ribadito la diffusa presenza della mafia nella regione e in particolare l’attivismo della ‘ndrangheta, radicata in maniera capillare nel mondo delle costruzioni. Le maxi operazioni realizzate negli ultimi anni (le più importanti sono Minotauro, Albachiara e Colpo di Coda) hanno retto alla prova dell’aula.
Dei 163 imputati rinviati a giudizio per 416-bis nei procedimenti più importanti, 107 sono stati condannati per associazione mafiosa, 33 sono stati assolti, in un caso si è deciso per il non luogo a procedere e in un altro l’imputazione è stata derubricata ex articolo 418 del Codice penale (articolo che punisce chiunque abbia prestato aiuto o sostegno, pur senza concorrervi, all’associazione criminale), e 12 sono ancora in attesa della sentenza. Le cifre sono state riportate dall’ex Procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli alla Commissione parlamentare antimafia, in occasione della sua audizione del 19 dicembre 2013. “Complessivamente sono stati comminati 944 anni e 6 mesi di reclusione.
Per la violazione del 416-bis, senza tener conto dei reati specifici, sono stati comminati 885 anni, 4 mesi e 10 giorni di reclusione”. Il 77% degli indagati è stato condannato (anche se moltissime sentenze non sono ancora definitive). Condanne che dimostrano la ormai consolidata presenza mafiosa nel tessuto economico, istituzionale e sociale piemontese.
Per quel che riguarda gli affari della ‘ndrangheta in Piemonte i giudici scrivono che “l’acquisizione e la spartizione di lavori presso i cantieri edili” rappresenta l’“aspetto fondamentale del programma criminoso dell’associazione”. Gli arrestati in Piemonte, infatti, sono quasi tutti imprenditori edili, costruttori, immobiliaristi o sedicenti tali. Durante le indagini le telecamere degli investigatori hanno ripreso diversi summit di mafia in cui gli affiliati di rango, mentre decidevano promozioni e conferivano “doti”, si occupavano soprattutto della spartizione di lavori e cantieri. Il mondo dei lavori pubblici e privati è il loro habitat naturale, al punto che alcuni affiliati ricorrono a un linguaggio in codice “da edili” per parlarsi al telefono. Così, per esempio, parlare della nomina di qualcuno a “capo cantiere” vuol dire, per gli affiliati, essere promossi a una dote superiore.
In Piemonte la ‘ndrangheta riesce a interferire a valle e a monte dei lavori, e nel secondo caso lo fa ricorrendo
soprattutto alla potente arma del voto di scambio.
Lo dimostrano i due comuni sciolti per mafia, Leinì e Rivarolo Canavese, per i quali nel 2013 è stata prorogata la gestione commissariale. Lo stesso può dirsi per il comune di Chivasso, che non è stato sciolto ma che è stato interessato da indagini analoghe.
Attraverso il voto di scambio avviene quello che i magistrati definiscono il “sinallagma”, il baratto tra sostegno elettorale e accesso agli appalti: “Il dato oggettivo che emerge dagli accertati rapporti tra esponenti della ‘ndrangheta ed esponenti dell’apparato istituzionale e del mondo politico è la sinallagmaticità del rapporto: l’appoggio fornito dai primi a ‘uomini delle istituzioni’ è comunque finalizzato a richiedere in futuro il conto di tale appoggio”, è scritto nella sentenza in abbreviato di Minotauro. Un aspetto sottolineato anche nella relazione 2013 della Dna: “Una certa parte del mondo politico, composto anche da personaggi di origine assolutamente piemontese, appare permeabile alle lusinghe dei benefici che possono ricavare da collegamenti, collusioni o vere e proprie complicità con ambienti criminali di stampo mafioso”. A tal proposito, il 2013 ha visto la condanna in primo grado dell’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Bruno Trunfio, ex assessore ai lavori pubblici del comune di Chivasso e vicesegretario comunale dell’Udc, condannato per associazione mafiosa.
Anche i patrimoni mafiosi dimostrano la forte presenza della ‘ndrangheta nel settore delle costruzioni piemontesi. Come ricorda ancora la Relazione della Dna in merito all’operazione Minotauro “è interessante osservare che sottoposte a sequestro preventivo sono state una ventina di imprese, di cui 13 operanti nel settore edilizio, 2 in quello dei trasporti e movimento terra, oltre a un’azienda agricola, una casa di riposo per anziani, un distributore di carburanti e una carrozzeria. Da ciò si conferma – si legge nella Relazione – che è sempre il settore delle attività nell’edilizia quello che vede il maggiore interessamento delle imprese mafiose sul territorio, particolarmente pericoloso proprio in ragione del possibile collegamento con l’acquisizione di lavori relativi alla realizzazione delle grandi opere in corso”.
Solo nel 2013 la Direzione investigativa antimafia di Torino ha sequestrato beni per 18 milioni di euro, mentre sono giunti a confisca beni per 4,5 milioni di euro. A questi si aggiungono i beni del valore di 1,5 milioni di euro sequestrati nei primi due mesi del 2014 e le confische per circa 2 milioni confermati nello stesso periodo dalla Corte di appello di Torino. Sono dati che danno continuità alle cifre già importanti degli anni passati: basti pensare che solo l’operazione Minotauro ha portato al sequestro preventivo di 321 unità immobiliari (case, appartamenti, autorimesse, magazzini, capannoni, complessi aziendali ecc.), 210 terreni, 59 automezzi, 353 rapporti finanziari (conti correnti, polizze, titoli, libretti ecc.) e quote di 35 società quasi tutte, insieme ad altre ditte individuali, coincidenti con imprese edili medio-piccole.
Sul fronte del riciclaggio, poi, nei primi mesi di quest’anno sono state confermate in Cassazione le confische per 10 milioni di euro a carico di due imprenditori calabresi, già condannati in primo grado con l’accusa di aver riciclato in appalti pubblici i soldi sporchi del narcotraffico. Le ditte a loro riconducibili hanno svolto diversi e importanti lavori pubblici anche in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006.
L’importanza di sequestri e confische nel contrasto alle mafie è dimostrata in maniera paradigmatica, in questa regione, dall’operazione eseguita dalle squadre mobili di Torino, Biella e Novara lo scorso 12 luglio 2013. L’hanno chiamata Tutto in famiglia. Sette persone sono state arrestate con l’accusa di turbativa d’asta aggravata da modalità mafiosa e intestazione fittizia di beni. Secondo i magistrati, i fratelli Pietro Paolo e Vincenzo Portolesi, già condannati per mafia a 11 e 7 anni, avrebbero utilizzato alcuni prestanome per rientrare in possesso degli automezzi che erano stati loro confiscati. I loro complici, anch’essi attivi nel settore delle costruzioni e del movimento terra, hanno prima convinto gli altri potenziali acquirenti a ritirarsi dall’asta pubblica e hanno poi acquistato, a basso costo, una ventina di camion confiscati, consentendo di fatto che tornassero nelle disponibilità degli ex proprietari.
Come dimostrano le indagini, e pure le sentenze, qui le mafie non hanno trovato grosse resistenze, tutt’altro. Proprio per allargare gli orizzonti investigativi ed esplorare più in profondità le imprese della ‘ndrangheta in Piemonte, nel 2013 la Dda di Torino ha avviato un’attività di monitoraggio sui reati-spia, come minacce, danneggiamenti, incendi pestaggi e altri. Ne “sono già scaturite notizie di reato dalle prospettive di approfondimento favorevoli, e particolare attenzione è ovviamente rivolta a quanto accade nei territorio in cui sono in corso o da avviare importanti e lucrosi lavori – spiega il consigliere Antonio Patrono nella citata Relazione della Dna – quali quelli per il Tav in Val di Susa, ma anche altre grandi opere come il tunnel di servizio del Frejus e le opere del terzo valico per la Liguria”.
Sul ruolo della ‘ndrangheta nel mondo delle grandi opere è tornato anche l’ex Procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli in Commissione antimafia: “Per quanto riguarda il Tav e il timore o la possibilità di infiltrazioni ‘ndranghetiste, sulla seconda canna del Frejus e altre grandi opere di questa o quell’altra parte del nostro paese, il problema ovviamente è complicatissimo” ha detto.
“Noi, come magistratura, per quanto riguarda eventuali responsabilità penali [...] abbiamo ritenuto che fossero accertati profili di infiltrazione ‘ndranghetista nei cantieri relativi al Tav a opera di esponenti che hanno posto in essere attività volte a conseguire la disponibilità di una cava in Sant’Ambrogio di Susa, con annesso impianto di produzione di bitume, per stoccare e smaltire in maniera irregolare rifiuti speciali pericolosi e non, e per impiegare i rifiuti sopra indicati, fittiziamente smaltiti in modo lecito, in opere di realizzazione e riempimento di fondi stradali, per usufruire degli incentivi previsti per lo smaltimento di questi rifiuti”.
La vicenda cui si riferisce l’ex procuratore Caselli è forse una delle inchieste più interessanti sul versante delle ecomafie in Piemonte. Una storia dello scorso anno, quasi del tutto inedita, che riguarda contemporaneamente il ciclo illegale del cemento e lo smaltimento dei rifiuti, passando per l’infiltrazione mafiosa nelle grandi opere come, appunto, il Tav. La vicenda, giunta a sentenza nell’ottobre dello scorso anno, ha per protagonista il titolare di una ditta specializzata in lavori edili, opere stradali e movimento terra, nonché proprietario di una cava con annesso impianto per la vendita di bitume. Il soggetto in questione è originario della provincia di Catanzaro e risiede in provincia di Novara, è pregiudicato per tentata estorsione ed è finito sotto la lente degli investigatori per un’ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa. Ebbene, tale Giovanni Toro, che ha patteggiato una pena a tre anni di reclusione, secondo i giudici si accaparrava commesse e lavori estorcendoli con il ricatto, barattandoli con dosi di cocaina o corrompendo i dirigenti di importanti gruppi imprenditoriali privati e società partecipate piemontesi.
Secondo la sentenza, l’imprenditore sarebbe riuscito ad aggiudicarsi i lavori di sgombero neve dell’area dell’aeroporto di Torino corrompendo un dirigente della società a capitale misto pubblico-privato che gestisce lo scalo torinese. Ha addirittura truffato la stessa società per una cifra conteggiata dai magistrati in almeno 250.000 euro. In più, sempre lo stesso Toro ha utilizzato la sua cava a Chiusa di San Michele per stoccare e smaltire irregolarmente rifiuti speciali, la “merda nostra”, secondo le sue stesse parole, sotterrandoli nei cantieri. Rifiuti sotto l’asfalto e i marciapiedi: il culmine di una lunga serie di illeciti che gettano un’ombra sul grande mondo di appalti e subappalti piemontesi. Nessuna delle vittime citate ha mai denunciato né minacce né estorsioni.
Di “merda rossa” che “gli impianti non si prendono” e di “amianto” parlano anche alcuni indagati di un’altra grossa inchiesta resa pubblica nel 2013, che riguarda i lavori per la Reggia di Venaria e la nuova sede della regione Piemonte: il grattacielo firmato (ma poi disconosciuto) dall’archistar Massimiliano Fuksas. L’indagine ha portato, nell’ottobre scorso, all’arresto di cinque tra alti funzionari e imprenditori e riguarda una serie di grossi appalti gestiti direttamente o indirettamente dalla Regione Piemonte. Tre i filoni: dalla manipolazione degli appalti relativi ai lavori di restauro della Reggia, a truffe nei lavori di subappalto per lo scavo e il movimento terra del cantiere per il nuovo palazzo della Regione Piemonte, fino alla frode ipotizzata per l’appalto della variante di Borgaretto, collaudata, secondo i magistrati, anche se presenta uno strato di asfalto inferiore alle specifiche.
Quel che è più importante ricordare nel nostro caso è il filone relativo al grattacielo, ancora in fase di accertamenti investigativi, che secondo quanto emerso fino a oggi potrebbe riguardare lo spostamento di terreno contaminato dal cantiere della nuova sede della regione al parcheggio della Reggia di Venaria.
L’indagine in questione non ha direttamente a che fare con le mafie, ma con quel contesto di illegalità diffusa che, se dimostrata nei fatti, ne favorisce la penetrazione e diffusione. Il 20 marzo 2014 la Direzione investigativa antimafia di Torino ha effettuato un controllo nel gigantesco cantiere del grattacielo, passando a setaccio imprese, lavoratori e noleggi. Se ne attendono i risultati.
Intanto un riferimento agli interessi mafiosi su quel cantiere emerge già da una nota del Ros di Torino del 2011, redatta a margine dell’operazione Minotauro, dove venivano segnalati i tentativi di un soggetto, indagato per 416-bis, di inserire la propria ditta nei lavori di pulizia sia nel cantiere del grattacielo di Fuksas sia del nuovissimo termovalorizzatore di Gerbido.
In breve, in Piemonte le organizzazioni mafiose provano a infiltrarsi ovunque e con tutti i mezzi. Coltivando relazioni, ricorrendo a minacce e ricatti, oppure stando sul mercato, nascoste dietro volti insospettabili e prestanome. Anche la Commissione comunale di Torino per la legalità, nella relazione presentata nel giugno dello scorso anno, ha segnalato in città due episodi in cui l’intervento della prefettura ha consentito di escludere dai lavori alcune ditte sospette.
Subappalti, noleggi, riciclaggio e cave sono i settori prediletti. Ma visto che nel ciclo illegale del cemento non operano solo le mafie con i loro sodali, in chiusura meritano una citazione anche le 12 denunce per abusivismo edilizio avanzate nel gennaio 2013 dal Corpo forestale in provincia di Verbania, che hanno portato al sequestro di diversi immobili e le due indagini aostane, entrambe connesse al mondo delle costruzioni. La prima, denominata Tempus Venit e svoltasi interamente nel mondo degli appalti, è giunta in appello a ottobre e ha visto tre imputati condannati per tentata estorsione aggravata da metodo mafioso. La seconda, del giugno 2013, è l’operazione Hybris, che ha portato all’arresto di 5 persone residenti in provincia di Aosta ma ritenute vicine al clan Pesce di Rosarno, accusate a vario titolo di tentata estorsione,
danneggiamento, incendio, rapina, tentato omicidio e lesioni personali, con l’aggravante del metodo mafioso. Un’indagine iniziata nel giugno del 2012 quando venne data alle fiamme un’auto. Il proprietario, un operaio di un’impresa edile, denunciò il fatto sostenendo che si era trattato di un corto circuito.
Di rifiuti e movimento terra si sono occupate anche due indagini del Comando forestale che, tra l’agosto e l’ottobre del 2013, hanno scoperto in provincia di Novara una cava abusiva e un sistema illecito di smaltimento rifiuti. Più di 15.000 metri cubi di rifiuti terrosi sono stati “lavati” in un impianto per la lavorazione ghiaia. Le due operazioni, che hanno portato alla denuncia di 8 persone, hanno indicato il territorio di Romagnano Sesia (No) come uno dei punti di snodo principali dei traffici illeciti collegati al movimento terra.

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