on. Fabio Lavagno SEL
E’ stata presentata, in data odierna, una mozione sel contro le centrali a carbone da me sottoscritta.
MOZIONE
La Camera, premesso che:
lo scorso 11 marzo, la centrale elettrica Tirreno Power di Vado Ligure è stata posta sotto sequestro, ciò ha comportato lo spegnimento dell'unità alimentata a carbone VL3 della centrale Tirreno Power, mentre l'altra unità, la VL4, era già ferma per manutenzione ordinaria.
La richiesta di sequestro è stata avanzata dalla Procura di Savona, alla luce dei risultati delle perizie eseguite dai consulenti della Procura stessa e del Ministero dell'Ambiente.
Secondo i pm savonesi, che hanno aperto due filoni di inchiesta per disastro ambientale ed omicidio colposo, si stima che tra il 200 e il 2007 i fumi della centrale abbiano causato 442 morti e che siano stati tra i 1700 e i 2000 i ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari mentre 450 bambini sarebbero stati ricoverati per patologie respiratorie
e attacchi d'asma tra il 2005 e il 2012.
Al centro delle indagini della Procura di Savona, oltre ai verbali dei tecnici dell'Istituto Superiore per la Prevenzione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) del Ministero dell'Ambiente relativi all’inottemperanza agli obblighi imposti alla centrale Tirreno Power per la concessione dell'autorizzazione integrata ambientale (Aia), c’è una perizia che prende in esame le ricadute delle emissioni inquinanti della centrale Tirreno Power sulla salute pubblica attraverso due modelli, uno matematico dell’Università di Genova, che tiene conto, tra i vari fattori, delle emissioni e dei venti, mentre il secondo modello è basato sull’indagine sul campo effettuata con 40 stazioni di monitoraggio, che utilizzavano i licheni e che hanno avuto due periodi di raccolta dati di quattro mesi ciascuno.
Secondo notizie di stampa riportate il 18 marzo dal quotidiano Il Piccolo di Trieste, e confermate dal Procuratore capo della Procura di Gorizia, anche sulla centrale termoelettrica alimentata a carbone di Monfalcone (GO) è stato aperto un fascicolo di indagine relativo all’inquinamento ambientale prodotto da quella centrale ed è stato “affidato a un perito esperto, di alto profilo in fatto di professionalità ed esperienza in materia di inquinamento, di eseguire i relativi rilevamenti”.
La centrale di Monfalcone, attualmente di proprietà della società A2A s.p.a., è costituita da quattro sezioni termoelettriche ed è caratterizzata da una potenza elettrica complessiva pari a 976 megawatt, corrispondente a 2630 megawatt termici. Due gruppi, alimentati ad olio combustibile denso e caratterizzati da una potenza elettrica di 320 megawatt, sono stati messi fuori servizio nel 2012.
Gli altri due gruppi sono alimentati a carbone (prevalente), rifiuti organici non pericolosi e, per le fasi di avviamento, a olio combustibile/gasolio; detti gruppi sono caratterizzati rispettivamente da una potenza elettrica di 165 megawatt e 171 megawatt. L'esercizio di tali gruppi è disciplinato dall'autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.), rilasciata dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare nel mese di marzo del 2009. Nel 2011 venne sospeso l’incenerimento dei rifiuti organici dopo un'inchiesta per truffa e smaltimento illecito di rifiuti, tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, che ha coinvolto anche alcuni dipendenti della centrale e che ha portato ad otto arresti da parte dei carabinieri del nucleo operativo ecologico (NOE).La centrale di Monfalcone è inserita in un contesto industriale particolarmente pesante e, per la sua ubicazione in un quartiere densamente abitato e per le ricadute degli inquinanti sul territorio, ha da sempre costituito fonte di viva preoccupazione per la cittadinanza.
Nel 2013 l' Agenzia regionale per la protezione ambientale (ARPA) della regione Friuli Venezia Giulia ha pubblicato la ricerca «Biometraggio dell'inquinamento da gas fitotossici nella Regione Friuli Venezia Giulia tramite licheni come bioindicatori». Questo studio è basato sull’analisi della biodiversità dei licheni che vivono sulla scorza degli alberi, organismi sensibili nei confronti di diversi gas tossici, principalmente anidride solforosa e ossidi di azoto. La metodica di campionamento e di rilevamento segue le linee guida del manuale operativo (ANPA, 2001) adottato dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e Servizi Tecnici (APAT), ora ISPRA. Il campionamento è stato eseguito in 72 stazioni, distribuite in tutta la regione Friuli Venezia Giulia, tra marzo 2011 e ottobre 2012 e lo studio ha rilevato che “i valori peggiori si concentrano in prossimità della centrale termoelettrica di Monfalcone e presso la Ferriera di Trieste e Muggia”.
Le rilevazioni effettuate dall'ARPA si riferiscono solo ad alcuni parametri, quali anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio, polveri, mentre “scarseggiano le informazioni su molti inquinanti come i metalli”.
Nel 1999 fu l'Enel, che aveva realizzato e ancora gestiva la centrale a carbone di Monfalcone, a commissionare, all’Università di Trieste, uno studio di biomonitoraggio lichenico che, nei risultati, evidenziava preoccupanti livelli di metalli pesanti, causa principale di neoplasie, nei licheni delle 52 stazioni di monitoraggio.
Detto studio, concluso nel 2001, segnalava infatti la presenza di arsenico e cadmio al limite delle concentrazioni naturali oltre ad altre sostanze estremamente pericolose. Sia nell'AIA del 2009, che nelle precedenti procedure di autorizzazione governativa, non è stato fatto alcun riferimento significativo a detto studio, né sono state richieste analisi mirate alla rilevazione dei metalli pesanti nell'ambiente, limitandosi a valutare il monossido e diossido di azoto, monossido di zolfo e polveri totali sospese, elementi palesemente più volatili rispetto ai metalli pesanti e, perciò, più soggetti al trasporto aereo e ad una dispersione più diffusa nell'ambiente con conseguente diminuzione di concentrazione in zone specifiche.
Nel febbraio 2014 è stato reso pubblico un nuovo studio, “Biomonitoraggio attivo della deposizione di elementi in traccia intorno alla città di Monfalcone mediante licheni”, commissionato dall’imprenditore locale Alessandro Vescovini all’Università di Trieste, Dipartimento di scienze della vita. Anche in questo caso ci si è basati sullo “studio di bioaccumulo tramite licheni” con prelievi in 52 stazioni. Dai risultati, che riguardano la prima fase di studio, appare “evidente” la presenza di inquinamento da metalli pesanti in alcuni dei 10 punti monitorati sui 52 della griglia e la situazione di maggiori “anomalie”, secondo lo studio firmato dal professor Mauro Tretiach, riguarda il rione di Panzano (E6), il più contaminato da “nichel, piombo, cadmio e zinco”, sostanze cancerogene secondo l’agenzia americana Atsdr (Agency for toxis substance & disease registry).
Lo scorso 18 marzo, in una conferenza stampa, la regione Friuli Venezia Giulia ha illustrato due iniziative per approfondire, valutare e tenere sotto controllo l'impatto sull'ambiente e sulla salute della Centrale elettrica di Monfalcone gestita dalla società A2A. Si tratta di un Piano epidemiologico sull'area di Monfalcone, realizzato con la collaborazione dell'ARPA, dell'Università
di Udine e del CRO di Aviano, che comprende sostanzialmente due tipi di attività, una sorveglianza permanente della popolazione e alcuni studi su specifiche patologie. La Regione ha anche commissionato una nuova indagine di "biomonitoraggio di elementi traccia mediante licheni" nell'area di Monfalcone, nell'ambito di una convenzione fra l'ARPA-Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente e l'Università di Trieste (dipartimento di Scienza della vita). L'indagine, già arrivata alla fase di raccolta dei campioni e di preparazione per l'analisi, si propone di verificare in base al "bioaccumulo di metalli" se e in che modo eventuali scostamenti dai valori naturali possono essere riconducibili all'attività della centrale.
Attualmente in Italia sono in funzione 13 centrali a carbone, di diversa potenza installata e differente tecnologia impiegata: tre in Liguria, una in Lombardia, due in Veneto, una il Friuli Venezia Giulia, due in Sardegna, una nel Lazio, una in Umbria, due in Puglia.
Le centrali, con i rispettivi gruppi proprietari sono: Edipower Centrale Termoelettrica Brindisi, E.ON Centrale di Fiume Santo, A2A Centrale di Lamarmora, A2A Centrale di Monfalcone, Tirreno Power Centrale Vado Ligure, Enel Centrale della Spezia “Eugenio Montale”, Enel Centrale di Torrevaldaliga Nord, Enel Centrale Sulcis “Grazia Deledda”, Enel Centrale “Federico II” Brindisi Sud, Enel Centrale di Fusina, Enel Centrale di Marghera, Enel Bastardo Centrale “Pietro Vannucci”, Enel Centrale di Genova.
Sono inoltre previsti diversi nuovi progetti d’impianti a carbone: si va dalla già autorizzata realizzazione di un nuovo gruppo da 460 MW a Vado Ligure (di proprietà Tirreno Power) alla riconversione della centrale di Porto Tolle (1.980 MW) di proprietà Enel. E’ in fase di VIA un impianto ex-novo a Saline Joniche in Calabria (1.320 MW) della società SEI, nella stessa regione ogni tanto si torna a parlare della riconversione dell’impianto di Rossano Calabro (1.200 MW) di proprietà Enel (ma il parere VIA era stato negativo), in Sardegna oltre alla già autorizzata centrale di Fiume Santo (410 MW) di proprietà E.On si ipotizzava anche un nuovo impianto nel Sulcis, e si inizia a parlare anche di qualche altro progetto. Anche la A2A, proprietaria della centrale di Monfalcone (GO), negli anni scorsi aveva ipotizzato la sostituzione di 2 dei 4 gruppi di produzione di energia elettrica alimentati a carbone e risalenti agli anni 1965 e 1970, di potenza elettrica complessivamente di 361 megawatt, con un nuovo impianto, di 340 MW di potenza, prevalentemente a carbone ma capace di bruciare anche biomasse.
Lo scorso gennaio il Ministero per l’Ambiente ha bloccato nuovamente il progetto di conversione a carbone della centrale a olio termoelettrica di Polesine Camerini, Porto Tolle, da 2,7 miliardi di euro. Dopo nove anni l'iter deve ripartire da capo in quanto il Ministero dell’Ambiente ha emesso un provvedimento “interlocutorio-negativo” al termine della Valutazione di impatto ambientale (Via) rilevando “gravi carenze e contraddittorietà” nel progetto e invitando Enel a ripresentarlo da capo, insieme a un nuovo studio di impatto ambientale.
Non solo, sempre per la stessa centrale di Porto Tolle, negli stessi giorni di gennaio, una perizia dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), depositata nel processo "Enel bis" a Rovigo, per la prima volta, ha calcolato i costi della mortalità e dei danni ambientali per le emissioni in eccesso prodotte da quell'impianto termoelettrico a olio che si vorrebbe riconvertire a carbone. Rispetto all’impatto economico per lo Stato della centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo i periti dell’Ispra hanno infatti calcolato: 2,6 miliardi di danni sanitari, essenzialmente per
la mortalità in eccesso, più un miliardo per omessa ambientalizzazione. In totale quindi un risarcimento da 3,6 miliardi di euro per danno ambientale e sanitario. A chiedere la perizia, firmata da Leonardo Arru su incarico dell’avvocatura di Stato, sono stati i Ministeri di Ambiente e Salute, parte civile nel procedimento, denominato “Enel bis”, insieme alle associazioni ambientaliste.
Detta perizia è di fine novembre 2013 ma è rimasta confinata nell’ambito del procedimento che si tiene al tribunale di Rovigo per disastro ambientale, che è ormai prossimo alla conclusione. Eppure questa perizia potrebbe diventare un precedente per tutta una serie di situazioni pendenti ad altissimo impatto ambientale oggetto d’indagine o di processi di riconversione: dalla Tirreno Power (ex Enel oggi gruppo De Benedetti) di Vado Ligure (Savona), per la quale la locale procura indaga per gli stessi capi di imputazione, passando per le centrali di Brindisi (Enel), Monfalcone in provincia di Gorizia (A2a),Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia (Enel).
Secondo i “Dati statistici sull’energia elettrica in Italia”, di Terna, le centrali a carbone hanno prodotto circa 44.726 GWh nel 2011 e 46.755 GWh nel 2012, contribuendo rispettivamente al 12,9% e al 13,7% del fabbisogno elettrico complessivo italiano.
Secondo l’ISPRA, “Fattori di emissione per la produzione ed il consumo di energia elettrica in Italia”, gli impianti a carbone, nel 2011, hanno prodotto oltre 38,3 milioni di tonnellate di CO2 che, nel 2012, hanno superato i 40 milioni di tonnellate, corrispondenti quindi a oltre 1/3 di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale.
Il carbone usato da questi impianti è sostanzialmente d’importazione, dal momento che il nostro Paese non dispone di risorse carbonifere adeguate allo sfruttamento, sia in termini quantitativi sia qualitativi, infatti il poco carbone presente in Sardegna, nell’area del Sulcis, ha un tenore troppo alto di zolfo, circa il 6%, vale a dire dieci volte quello del carbone d’importazione.
L’uso del carbone è una delle maggiori fonti d’inquinamento a livello globale, con gravi impatti sulla salute di persone, organismi viventi ed ecosistemi.
Dai processi di combustione del carbone si liberano numerose sostanze tossiche, alcune bioaccumulabili, altre cancerogene.
Tra tutti i combustibili fossili sicuramente il carbone è quello che, bruciando, rilascia le maggiori quantità d’inquinanti. Un’ampia letteratura scientifica dimostra come dalla combustione del carbone si liberino sostanze che impattano in modo pesante sulla salute delle persone provocando al contempo pesanti danni economici e sanitari che, se correttamente internalizzati nei costi energetici, metterebbero fuori mercato questo combustibile, tesi ampiamente documentata nel Dossier del WWF Italia, pubblicato nel novembre 2013, “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso”.
L’attuale sistema energetico mondiale si regge sull’uso dei combustibili fossili. Petrolio, carbone e gas naturale, nel mix energetico mondiale, pesano per oltre l’81%. Si tratta di risorse preziose ma limitate e particolarmente inquinanti che la Terra ha custodito per milioni di anni e che l’uomo, nell’ultimo secolo, sta estraendo e utilizzando a ritmi assolutamente insostenibili.
In poco più di un secolo i consumi energetici sono aumentati di oltre 13 volte, ma petrolio, gas e carbone hanno un arco temporale di sfruttamento sempre più limitato con gli attuali ritmi di prelievo.
Le fonti fossili comunque rappresentano la principale minaccia per il clima del pianeta in quanto proprio dalla combustione delle fonti fossili si libera quasi il 90% del carbonio che si sta accumulando nell’atmosfera terrestre.
Proprio il carbonio è il principale responsabile dell’alterazione del clima e del conseguente riscaldamento globale, come evidenzia un’imponente mole di studi scientifici e ricerche internazionali.
Tra tutte le fonti fossili il carbone rappresenta proprio la principale fonte di emissioni di gas serra.
Come riportato dalla IEA, l'Agenzia internazionale dell'energia fondata, nel 1974, dall'OCSE in seguito allo shock petrolifero dell'anno precedente, nel suo “Key World Energy Statistics”, pubblicato nel 2013, il 44% della CO2, corrispondente a quasi 13,8 miliardi di tonnellate, è stata originata, nel 2011, proprio dalla combustione del carbone.
Anche ricorrendo alla migliore tecnologia a carbone per ogni kWh prodotto, vengono emessi comunque oltre 750 grammi di CO2 contro i 370 del gas naturale in impianti a ciclo combinato.
Del resto, a parità di energia primaria disponibile, le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale.
Negli ultimi anni, anche in Italia, le grandi aziende di produzione di energia per favorire l’apertura di nuove centrali a carbone hanno lanciato il così detto “carbone pulito”, una definizione impropria e assolutamente fuorviante poiché i dati di emissione di questi impianti (e del combustibile carbone) mostrano comunque performance sensibilmente peggiori rispetto a quelle di un ciclo combinato a gas.
La tecnologia del “carbone pulito”, che nulla a che fare con la riduzione delle emissioni di CO2, è così definita perché gli impianti sono dotati di desolforatori e di denitrificatori (DeNOx), oltre che di filtri a manica.
Si tratta in realtà di sistemi che permettono di abbattere solo una parte delle sostanze inquinanti, quali una frazione degli ossidi di zolfo, di azoto e di particolato, che comunque continuano a essere sempre nettamente superiori rispetto a quelle di una centrale di pari potenza a ciclo combinato a gas.
In sostanza la migliore tecnologia a carbone (impropriamente detto “pulito”), nonostante la presenza dei desolforatori, presenta livelli di anidride solforosa (SO2) ben 140 volte superiori rispetto a quelli emessi da un ciclo combinato a gas.
Analogamente la presenza di denitrificatori ha permesso di ridurre le emissioni di ossidi di azoto (NOX), ma queste restano comunque circa 4,5 volte superiori rispetto a quelle del gas.
Per quanto riguarda le emissioni di “polveri fini” (PM), anche con l’introduzione di filtri a manica, queste risultano ben 71 volte superiori rispetto a quelle del gas. Occorre però rilevare che la capacità di trattenere il particolato da parte dei filtri si limita al PM10.
I filtri sono assai meno efficaci sul PM 2.5 e praticamente inutili per trattenere le polveri ultra fini che, proprio per le loro ridotte dimensioni, sono in grado di penetrare negli alveoli polmonari veicolando pericolosi contaminanti all’interno del nostro organismo, fattore questo che costituisce oggi la causa più importante di incremento della mortalità e della morbilità (frequenza di una malattia in una popolazione).
Una consistente frazione del particolato ultrafine deriva proprio dai processi di combustione. Si tratta di particelle costituite da un nucleo di carbonio rivestito da altre sostanze chimiche, compresi metalli pesanti o composti organici.
Proprio le dimensioni delle particelle e la loro composizione chimica determinano l’entità del rischio per la salute umana ed è assodato come proprio le particelle più piccole siano quelle maggiormente pericolose per la capacità di superare la barriera polmonare ed entrare nel circolo sanguigno.
Un’ampia letteratura scientifica documenta come l’inquinamento atmosferico, prodotto dall’uso dei combustibili fossili, sia causa di gravi patologie umane oltre che di seri danni all’ambiente.
E’ il caso, ad esempio, delle emissioni di anidride solforosa o biossido di zolfo (SO2), un gas incolore con caratteristico odore pungente e irritante. Oggi questo gas proviene soprattutto dagli impianti termoelettrici a carbone. Anche esposizioni di breve durata possono avere effetti negativi sull’apparato respiratorio. Ovviamente la gravità degli impatti sanitari è correlata alla concentrazione e al periodo di esposizione.
Dal processo di combustione del carbone sono rilasciate anche svariate decine di altre sostanze tossiche, che sono causa di gravi patologie. Tra questi ad esempio figurano Mercurio, Arsenico, Cromo e Cadmio, tutti cancerogeni conclamati secondo lo IARC (International Agency for Research on Cancer).
Negli Stati Uniti, l’EPA (United States Environmental Protection Agency ) ha rilevato 67 differenti inquinanti emessi da tali impianti, di cui 55 noti per la capacità di influenzare lo sviluppo del cervello del bambino o il sistema nervoso (U.S. EPA. 1998. Study of hazardous air pollutant emissions from electric utility steam generating units – final report to Congress. February. 453/R- 98-004a). Di questi inquinanti, ben 24 sono stati classificati dall’EPA come cancerogeni.
Il problema dell’inquinamento da carbone è particolarmente grave in Cina, dove questo combustibile è diffusamente impiegato, costituendo la fonte primaria di energia.
In Cina ogni anno ci sono oltre 300.000 decessi che si stima dovranno raddoppiare entro il 2020. A questi si devono poi aggiungere ben 20 milioni di casi di malattie alle vie respiratorie. Il tutto con un costo esorbitante per la salute.
Negli Stati Uniti è stato stimato che gli effetti del’inquinamento provocato dalla filiera del carbone siano tra le prime 4 o 5 cause di mortalità: durante l’intero ciclo di vita del carbone (attività
minerarie, trasporto, combustione, gestione delle scorie, ecc.) si hanno infatti impatti rilevanti sulla salute delle persone (A.H. Lockwood et. Al. Coal’s Assault on Human Health. A report from Physicians for Social Responsibility. November 2009).
Anche in Italia non mancano studi che attestano un aumento significativo di mortalità per tumore al polmone connessa alle emissioni di metalli pesanti provenienti da una centrale a carbone. E’ il caso, ad esempio, di La Spezia e provincia (S.Parodi et.al. LUNG CANCER MORTALITY IN A DISTRICT OF LA SPEZIA (ITALY) EXPOSED TO AIR POLLUTION FROM INDUSTRIAL PLANTS, Tumori, 90: 181-185, 2004) dove, proprio nelle aree con maggiore ricaduta degli inquinanti, soprattutto metalli pesanti, prodotti dall’impianto, si riscontrava il maggior numero di decessi, addirittura più che doppi rispetto alle aree non esposte.
Sempre in Liguria, nella provincia di Savona, i dati di mortalità nel periodo 1988-1998 dimostrano un’incidenza statisticamente significativa di patologie tumorali al polmone, patologie ischemiche cardiovascolari e cerebrovascolari (ictus) ben correlabili con la presenza della centrale a carbone di Vado (C. Casella et al. Atlante della Mortalità nella Provincia di Savona 1988 – 1998. IST Genova).
Nel novembre 2011 l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ha pubblicato uno studio sugli impatti sanitari, ambientali ed economici dell’inquinamento atmosferico dei principali impianti industriali europei. In quella ricerca (Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe) l’EEA presenta una classifica dei 20 impianti industriali più inquinanti, per emissioni atmosferiche, nel nostro continente: al 18esimo posto viene classificata la centrale termoelettrica a carbone Enel Federico II, a Brindisi.
Lo studio EEA fornisce una stima del costo aggregato dei danni sanitari, economici e ambientali di quell’impianto: un importo economico tra i 536 e i 707 milioni di euro, in riferimento ai dati di emissioni del 2009 (fonte registro E-PRTR).
L’associazione ambientalista Greenpeace Italia, nel 2012, ha commissionato all’istituto di ricerca indipendente olandese SOMO una ricerca che, utilizzando lo stesso metodo applicato dall’EEA, estendesse lo studio a tutte le centrali termoelettriche a carbone di Enel in Italia e in Europa e a tutte le centrali alimentate con fonti fossili di Enel in Italia.
Lo scopo della ricerca di Greenpeace era quello di mettere in luce gli impatti e le esternalità che derivano dall’impiego del carbone nella produzione termoelettrica, così come calcolati attraverso la metodologia EEA, facendo riferimento a dati di emissione di fonte istituzionale.
Secondo i risultati di quel rapporto, utilizzando dati riferiti al 2009, si evince che le morti premature associabili alle emissioni della produzione elettrica con fonti fossili di Enel per l’anno 2009 in Italia sarebbero 460. I danni associati a queste stesse emissioni sono stimabili in quasi 2,4miliardi di euro.
La produzione termoelettrica da carbone costituisce una percentuale preponderante di questi totali: a essa sarebbero ascrivibili 366 morti premature (80%), per quell’anno, e danni per oltre 1,7 miliardi di euro (75%).
Sempre secondo lo studio di Greepeace un impianto a carbone, a parità di energia prodotta, presenterebbe un costo esterno superiore a due volte e mezzo rispetto al gas. Se poi si guarda ai costi esterni imputabili alla sola CO2, il carbone presenta valori circa doppi; se invece si focalizza
l’attenzione sui danni da inquinamento, il carbone presenterebbe un impatto sei volte superiore a quello del gas.
Se poi si considera la mortalità in eccesso dovuta alle emissioni inquinanti, la centrale a carbone comporterebbe un impatto di oltre cinque volte e mezza rispetto a quella alimentata a gas, con fino a 62 casi attesi di morti premature rispetto agli 11 del gas.
Nell’Unione Europea (a 27 paesi) si stima che l’impatto sanitario causato dagli impianti a carbone ammonti a 18.200 morti premature all’anno, 8.500 nuovi casi di bronchiti croniche, oltre 4 milioni di giorni di lavoro persi.
I costi economici dell’impatto sanitario provocato dalla combustione del carbone in Europa si stima siano compresi tra 15,5 e 42,8 miliardi di euro annui. Tali costi sono principalmente associati a malattie a respiratorie e cardiovascolari (HEAL. The Unpaid Health Bill: How coal power plants make us sick. March 2013).
Altro motivo di preoccupazione, derivante dalla combustione del carbone, riguarda l’emissione di radionuclidi che comporta una maggiore esposizione alle radiazioni ionizzanti sia per chi lavora nelle centrali a carbone sia per le popolazioni residenti. Al riguardo svariati studi dimostrano correlazioni significative (L.Dai et al. Spatial distribution and risk assessment of radionuclides in soils around a coal-fired power plant: a case study from the city of Baoji, China. Environ Res. 2007 Jun;104(2):201-8. Epub 2007 Jan 22).
In materia di costi, in primis sanitari, dell’inquinamento esistono diversi lavori scientifici condotti in differenti parti del mondo.
In Europa l’Health and Environment Alliance (HEAL) ha stimato costi, per l’impatto sanitario provocato dalla combustione del carbone, compresi tra 15,5 e 42,8 miliardi di euro annui (HEAL. The Unpaid Health Bill: How coal power plants make us sick. March 2013).
La stessa Comunità Europea, per valutare i costi esterni della produzione di energia, ha realizzato il progetto ExternE (EUROPEAN COMMISSION External Costs Research results on socio- environmental damages due to electricity and tran sport. http://www.externe.info).
Per la prima volta in maniera scientifica e con un lavoro che ha visto coinvolti decine di studiosi di una ventina di differenti paesi, è stata definita una metodologia per pesare le esternalità ambientali e, soprattutto, sanitarie connesse ai vari usi dell’energia, a iniziare dalla produzione elettrica.
Questo enorme lavoro, durato anni, ha finito con l’attribuire all’inquinamento prodotto dalle centrali termoelettriche un costo, in termini d’impatto sanitario, stimabile in decine di miliardi di euro l’anno, la maggior parte dei quali dipendono proprio dall’uso del carbone, considerato il combustibile con le maggiori esternalità.
Esiste poi un recente rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) proprio volto a definire il costo complessivo delle emissioni inquinanti da impianti industriali su salute e ambiente ( Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe - EEA Technical report No 15/2011).
Gli impianti industriali considerati nel report EEA includono tra gli altri le centrali elettriche, le raffinerie, le attività industriali con processi di combustione, i rifiuti, alcune attività agricole. Il rapporto, avvalendosi dei dati contenuti nel Registro europeo delle emissioni (E-PRTR) fotografa il contributo dei diversi settori.
Emerge che nel 2009 in Europa il costo dei danni causati dalle emissioni degli impianti industriali è stimato essere almeno pari a 102-169 miliardi di euro e che un numero limitato di grandi impianti è responsabile della maggior parte dei costi dell’inquinamento.
Il settore della generazione elettrica dà il maggiore contributo d’inquinamento, cui corrispondono costi dell’ordine di 66-112 miliardi di euro. Se si escludono i costi dei danni provocati dalla CO2, i costi del settore oscillano tra 26 e 71 miliardi di euro.
Nel valutare l’impatto ambientale complessivo delle centrali a carbone (anche quello “pulito”) non basta però considerare le varie emissioni inquinanti o climalteranti ma è importante tenere conto di altri aspetti che pesano, e non poco, sul ciclo di vita di questo combustibile.
Ad esempio andrebbe anche considerato il problema della dispersione delle polveri durante le operazioni di approvvigionamento delle materie prime e della movimentazione dei materiali da smaltire (carbone, calcare, gesso e ceneri). Aspetti che conducono al tema dei flussi di materiali: dai residui delle attività estrattive (coltivazioni minerarie) ai rifiuti del processo di generazione elettrica.
Stesso approfondimento andrebbe fatto anche per il consumo di acqua. Si stima che per ogni MWh prodotto da carbone, con migliore tecnologia, si generi un flusso di materiali oltre 20 volte superiore quello prodotto da gas naturale, di tipo convenzionale, impiegato in un ciclo combinato (Gleick, P.H. (1994). Water and Energy. Annual Review of Energy and the Environment, 19: 267- 299). Analogamente il flusso di acqua usato in tutto il ciclo di vita del combustibile carbone può arrivare a essere anche 100 volte superiore rispetto a quelle del gas naturale convenzionale.
Occorre anche sottolineare come proprio i miglioramenti conseguiti nel contenimento delle emissioni da parte delle centrali elettriche a carbone, come è proprio il caso del carbone “pulito”, abbiano, come contropartita, un aumento della produzione di rifiuti, che in alcuni casi sono anche estremamente pericolosi: i residui della combustione costituiti da ceneri volanti, ceneri pesanti e scorie di carbone contengono infatti un'ampia gamma di metalli pesanti tossici che, se non correttamente gestiti, possono comportare grave rischio per la salute umana e l'ambiente.
Più in generale nell’Unione Europea, dalla produzione di energia elettrica da carbone, si genera quasi il 4% della produzione totale dei rifiuti provenienti dalle attività economiche. Negli Stati Uniti, ogni anno oltre 130 milioni di tonnellate di rifiuti sono generati dalle centrali a carbone.
Occorre, infatti, avere presente come una centrale della potenza di circa 2.000 MW (come quella di Civitavecchia o come quella che si vorrebbe realizzare a Porto Tolle nel delta del Po), brucia fino a 5.000.000 di tonnellate all’anno di carbone che producono oltre 550.000 tonnellate di ceneri da smaltire. Inoltre, si consumano oltre 180.000 tonnellate anno di calcare per i filtri desolforatori e 13.000 tonnellate di urea per i denitrificatori. Una simile centrale consuma poi oltre 1 milione di metri cubi di acqua all’anno per gli impianti di raffreddamento e quasi 2,5 milioni per i desolforatori. L’impianto produce ogni anno quasi 1 milione di metri cubi di acque inquinate e
6.000 tonnellate di fanghi derivanti dal trattamento delle acque che devono essere smaltite in discariche per rifiuti speciali.
Questi elementi di criticità dovrebbero essere tenuti in grande considerazione quando si orientano le scelte energetiche soprattutto quando, come nel caso dell’Italia, non si dispone di adeguate riserve di combustibili fossili.
La scelta carbone, poi, è ancor più sbagliata, per un paese come l’Italia, sostanzialmente privo di giacimenti. Una scelta che non solo danneggia l’ambiente e la salute delle persone ma non migliora neanche il livello di sicurezza energetica.
Peraltro in Italia l’uso del carbone non permetterebbe neanche di ridurre il costo della bolletta energetica, dal momento che il suo prezzo, soprattutto quello commerciato a livello internazionale, è fortemente condizionato dal costo del petrolio, la fonte necessaria per trasportarlo.
Le stesse riserve di carbone, seppur maggiori rispetto a quella di altri combustibili fossili, sono comunque limitate e localizzate, aspetto che riduce la sicurezza negli approvvigionamenti e che rende i prezzi destinati inesorabilmente ad aumentare mano a mano che si riduce la disponibilità del minerale.
Attualmente molti paesi stanno pianificando e attuando la dismissione di impianti a carbone per la produzione di energia.
La Germania che, a oggi, produce il 45% della sua energia con il carbone e che ha deciso di uscire dal nucleare, ha impostato un piano energetico nazionale che prevede che nel 2050 l'uso del carbone diverrà marginale.
La Spagna dal '90 ha ridotto il consumo di carbone del 47%, la Gran Bretagna lo ha ridotto del 49% (fonte U.S. Energy Information Administration), gli USA, insieme ai Paesi Scandinavi, si sono impegnati a non finanziare più centrali a carbone all'estero.
Sempre secondo la IEA (“ World Energy Outlook 2012”), nel 2011, la crescita mondiale della domanda di carbone è rimasta forte (circa +5,6%), principalmente per la spinta dei paesi non OCSE: Cina e India insieme, nel 2011, hanno rappresentato l’80% della domanda di carbone nei paesi non OCSE, la Cina da sola pesa per più di 2/3.
E’ comunque plausibile attendersi, in futuro, un progressivo incremento dei prezzi del carbone se la domanda sul mercato internazionale continuerà ad aumentare. Lo stesso inasprimento delle normative ambientali, volto a contrastare l’inquinamento e le emissioni climalteranti, farà lievitare i costi dell’energia prodotta da carbone.
Proprio in questi mesi si stanno discutendo a livello comunitario i prossimi obbiettivi europei di riduzione dei gas serra, dei quali la combustione del carbone è uno dei maggiori responsabili, da rispettare entro il 2030.
Se l'obbiettivo di riduzione si attestasse, come pare, tra il 35 e il 40%, anche per il nostro Paese si imporrebbe di adottare una legislazione che limiti l'uso del carbone visto che da esso deriva oltre il 30% di emissione nazionale di Co2.
L’Italia, con una potenza installata che già supera i 124.234 MW, a fronte di una punta massima assoluta della domanda di 56.822 MW, ha una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere molte delle centrali tradizionali a funzionare parzialmente, quindi, il nostro Paese non ha bisogno di investire in impianti tradizionali o a carbone ma farebbe meglio a puntare su un diverso modello energetico centrato sul risparmio, l’efficienza e le fonti rinnovabili, partendo dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da energie rinnovabili allacciate a reti intelligenti (Smartgrids).
Il modello energetico fondato su grandi centrali e lo sfruttamento dei combustibili fossili, negli ultimi anni, è sostanzialmente entrato in crisi. Il tentativo di perpetuarlo attraverso impianti che usano il carbone, un combustibile vecchio, anti-storico, legato alla rivoluzione industriale di sue secoli fa, causa enormi problemi ambientali e sottopone la collettività a rischi e costi inammissibili e duraturi.
La pigrizia imprenditoriale e le rendite di posizione non possono essere premiate: la transizione verso un nuovo modello energetico e una nuova economia è iniziata.
Per questo è determinante che l’Italia sappia prendere la strada giusta iniziando ad abbandonare tutti i progetti di nuovi impianti a carbone, pianificando la chiusura delle dannose centrali a carbone in esercizio e riconvertendo quegli impianti in centrali di produzione di energia da gas o direttamente da fonti rinnovabili, come nel caso del solare termodinamico.
La prospettiva di una decarbonizzazione della produzione di energia è tecnicamente fattibile, ambientalmente desiderabile, socialmente utile ed economicamente convincente.
Su questa strada si è del resto incamminata anche l’Unione Europea, e diversi studi, tra cui proprio gli scenari previsti dall’UE per lo sviluppo della settore energetico, mostrano che uno scenario a emissioni zero nel settore elettrico è possibile senza ricorrere al nucleare (http://ec.europa.eu/energy/energy2020/roadmap/index_en.htm).
impegna il Governo:
ad avviare e rendere permanente, a integrazione dello studio “Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento” (SENTIERI), una indagine epidemiologica nazionale delle aree esposte a rischio da inquinamento in cui sono insediate centrali a carbone, al fine di verificare l’effettiva incidenza dell’inquinamento prodotto da dette centrali sull’ambiente e sulla salute pubblica, e lo stato di salute della popolazione residente in dette aree;
ad prevedere opportune iniziative legislative volte a implementare e rendere rigorosa l’attuale normativa in materia ambientale e sanitaria, relativamente alle attività di monitoraggio e controllo ambientale e sanitario, con particolare riferimento agli impianti industriali altamente inquinanti, e a tutela della salute della popolazione residente nelle aree interessate dai medesimi impianti;
ad avviare puntuali analisi volte a verificare l’effettivo costo della produzione di elettricità da carbone rispetto alla produzione di energia da fonti rinnovabili, includendo a tal fine nei costi del
kWh dell’elettricità da carbone anche le esternalità negative, ossia gli impatti ambientali e sanitari causati dalle emissioni climalteranti e inquinanti della combustione del carbone medesimo;
a prevedere una moratoria per le nuove centrali a carbone e a olio combustibile nuove o riconvertite;
ad avviare una politica industriale ed energetica per la riduzione progressiva dell'uso del carbone per la produzione di energia elettrica fino al suo completo abbandono, e la riconversione a gas naturale e/o solare termodinamico, delle centrali termoelettriche che oggi utilizzano olio combustibile o carbone;
a definire una Roadmap di decarbonizzazione che riguardi tutti i settori, dall’elettrico ai trasporti, dall’industria ai servizi, per perseguire l’obiettivo del “Carbonio Zero” entro il 2050, fissando obiettivi intermedi almeno decennali (2020, 2030, 2040) e target settoriali;
a predisporre conseguentemente una nuova Strategia Energetica Nazionale, avviando un piano energetico e una politica ambientale in grado di perseguire gli obiettivi del protocollo di Kyoto, e volta a favorire un sistema energetico distribuito, fondato sul risparmio energetico, sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili, che si ponga l'obiettivo del 100% di energia prodotta da fonti rinnovabili nel 2050;
ad attuare, in linea con le conclusioni del Consiglio europeo del 22 maggio 2013, opportune iniziative legislative finalizzate alla cancellazione dei sussidi ai combustibili fossili, a partire da quelli individuati dall’OCSE e quelli finanziati a carico della bolletta elettrica.
PELLEGRINO,

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