Le Banche Centrali rompono le righe


Maria Rita Gelsomino Città Futura on-line
Le banche centrali sono notoriamente le stelle fisse più luminose che brillano nell’universo della finanza che condizionano profondamente. Nelle fasi iniziali della recessione mondiale hanno marciato unite con tassi di interesse ridotti ai minimi ma oggi, in decisa fase di disallineamento, si spostano per conto loro, talune concentrate a somministrare stimoli all’economia, altre a ritirarli, molte hanno problemi di inflazione fuori controllo, alcune sono invischiate  nelle maglie della   deflazione.
La Fed si trova alle prese con due corni della situazione, supportare la ripresa  rimettendo in moto il mercato del lavoro,  evitando la deflazione e allo stesso tempo diminuire con sufficiente gradualità gli stimoli monetari del Qe3, rispettando il calendario del tapering, che prevede la chiusura dei rubinetti degli stimoli monetari per la fine del 2014. A tal fine Janet Yellen, neo presidente della Fed, nel suo intervento del 27 febbraio al Senate banking Committee, ha rassicurato il mondo finanziario sulla politica della Banca Centrale americana che resterà accomodante. Il costo del denaro non dovrebbe subire ritocchi fino al 2015 anche se nell’ultima riunione del Fomc, il principale strumento di politica monetaria della Fed, alcuni membri del board si sono dichiarati propensi ad un rialzo dei tassi a breve termine. Se la liquidità iniettata nel sistema da parte della Fed è stata finora di gran lunga superiore a
quella immessa dalla Banca del Giappone, per i prossimi mesi le cose sono destinate ad un cambiamento radicale, il Giappone è disposto per il 2014 ad espandere la sua base monetaria di almeno 900 miliardi di dollari e anche nel 2015, quando la Fed si sarà definitivamente fermata, la BoJ continuerà ad  creare liquidità senza interruzioni. La svalutazione dello yen ha dato nel corso del 2013 una decisa scossa all’economia ma si è trattato della parte facile del programma . La parte difficile viene ora, Shinzo Abe, primo ministro del Giappone,vorrebbe che le imprese aumentassero i salari dei loro dipendenti, queste però fanno resistenza ,  vorrebbe poi velocizzare la realizzazione del Trans Pacific Partnership, accordo internazionale per il libero scambio tra Asia e America, per stimolare la ripresa del Sol Levante e lo spirito di competizione tra i diversi partner ma Obama non ha fretta. Infine ci sono le lobby da ridimensionare ma per ora i risultati non si vedono.
Dall’inizio dell’anno la borsa americana ha guadagnato l’1,5% , non è molto ma è interessante la sensazione di quasi invulnerabilità che trasmette, la crisi ucraina, che molti degli osservatori esagerando avevano definito come l’alba della terza guerra mondiale, ha prodotto un calo a Wall Street dell’1%, quasi subito recuperato quando la crisi è stata declassata a regionale.   Nei prossimi 4 anni Obama vuole stanziare per le infrastrutture 300 miliardi di dollari soprattutto investiti nel piano dei trasporti che dovrebbe portare gli Usa verso una crescita del 3,1% superiore a quella registrata nel mitico 2005 uno degli ultimi anni di espansione economica che ha preceduto la grande crisi dei mutui subprime .   La borsa giapponese ha perso finora il 7,1%, e mentre a Wall Street si pregusta la possibilità di un balzo sostanziale dopo la pubblicazione dei primi dati macroeconomici del 1° trimestre, a Tokyo potrebbero materializzarsi cali ulteriori se gli investitori stranieri lasceranno il Nikkei, stanchi di aspettare le riforme strutturali sempre promesse e mai attuate.  Neppure nelle terre del Sol Levante è rimasta molta trippa per gatti e Abe appare ormai ai più come una sorta di ultima spiaggia.   Se le riforme stenteranno ad affermarsi, la sua leadership perderà forza pur senza essere messa in discussione, dovrà allora intervenire la Banca Centrale giapponese con una politica più aggressiva, creare reflazione stampando moneta, lo yen allora si svaluterà e la borsa tornerà a crescere.
La Bce è alle prese con la bassa inflazione e la crisi ucraina. Nella conferenza stampa di inizio marzo , Draghi ha snocciolato le cifre.  Riguardo l’inflazione le previsioni sono: 1% nel 2014, 1,3% nel 2015, 1,5% nel 2016; le stime per la crescita: 1,2% nel 2014, 1,5% nel 2015. Come mai non è stata presa nessuna decisione? Risponde Draghi che alcuni stati periferici dell’area euro lanciano segnali positivi di crescita e stabilizzazione. Draghi offre alcuni dettagli interessanti sul tema della bassa inflazione della zona euro, l’energia che solitamente è responsabile di uno 0,5% di aumento di inflazione, in questa fase pesa negativamente per lo 0,3% , la strisciante rivalutazione dell’euro erode uno 0,4- 0,5%, “certamente, conclude Draghi, un’inflazione che rimanga bassa per troppo tempo è un rischio in sé. Implica che ci sia solo un piccolo margine di sicurezza rispetto allo zero. E questo rende gli sforzi di aggiustamento strutturali più difficili”.
C’è poi la situazione russa che se dovesse radicalizzarsi provocherebbe ricadute negative nell’area euro, la trasmissione della crisi potrebbe essere legata all’aumento delle materie prime che nuocerebbe soprattutto alle economie più deboli bloccandone  i modesti segnali di ripresa,  allora i timori di deflazione si muterebbero in rischio di stagflazione, mancata crescita e aumento dei prezzi, in poche parole ulteriore impoverimento.
A fine febbraio lo yuan si è deprezzato dello 0,45% rispetto a dollaro e euro, segnale che è stato interpretato come una forma di reazione che Pechino ha messo in atto conseguente ad un calo, superiore alle previsioni, della crescita. Si ipotizza che le autorità economiche cinesi abbiano interrotto il processo di rivalutazione dello yuan per dare fiato sia all’economia che a quei settori della produzione destinati all’esportazione. La Cina ha promesso un target di crescita  al 7,5% come obiettivo irrinunciabile e non va troppo per il sottile sulla scelta degli strumenti con cui raggiungerlo tra cui il cambio resta uno dei principali.
A questo punto il mercato si è formato le sue granitiche certezze su America,  Europa, Cina e Giappone e abbandona al suo destino gli emergenti le cui Banche centrali stanno combattendo aspre battaglie a difesa delle loro divise.
Tra gli emergenti il Brasile per citarne uno dei più importanti. L’inflazione incalzante ha costretto la Banca Centrale brasiliana a rivedere più volte il costo del denaro. I tassi sono passati dal 7,25% al 10%. L’economia sta rallentando e la minaccia di recessione diventa reale.
La banca centrale russa ha deciso un aumento del costo del denaro dopo l’inizio della crisi ucraina dal 5,5% al 7% per cercare di porre un freno all’inflazione e all’accrescimento del pericolo di volatilità dei mercati.
Anche l’India si trova in una fase critica , svalutazione della rupia , inflazione , rallentamento della crescita. L’aumento dei tassi ha spinto il costo del denaro all’8%. Non ostante ciò le aspettative di crescita,  che si mantengono intorno al 5%, mettono l’India in una situazione migliore rispetto ad altri emergenti.

Commenti