I Comunisti Riformisti .... e Achille Occhetto


Egidio Zacheo Città Futura on-line
...Sui "Comunisti Riformisti"...
Nell’epoca in cui i segretari dei partiti di una sinistra allo sbando indicano come loro ispiratori Giovanni XXIII e il cardinale Martini, dimostrando quasi reticenza e vergogna a fare riferimento alla lezione fondamentale di figure come Gramsci, Togliatti, Nenni, Di Vittorio, Berlinguer, il recente libro di Emanuele Macaluso, dirigente storico del Pci, “Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo” (Feltrinelli), appare come un salutare contributo ad una indispensabile operazione verità. La tesi dell’autore è netta e chiara: piaccia o non piaccia nel Pantheon della nostra Repubblica “c’è il Partito comunista italiano e c’è Palmiro Togliatti”. Il Pci, dunque, non solo non fu un partito antisistema, ma fu, con la Dc, tra i principali costruttori della democrazia italiana. La doppiezza di cui viene accusato - e sulla quale Macaluso ragiona senza reticenza alcuna-, vale a dire la contestuale legittimazione del regime autoritario dell’Urss, non gli ha mai impedito di fare le scelte necessarie e più opportune per il rafforzamento del nostro sistema democratico e per gli interessi del popolo italiano. La via italiana al socialismo di Togliatti, la via al socialismo nella libertà, nella democrazia e nella garanzia di tutti gli altri diritti costituzionali, è stata percorsa dal Pci sempre con fermezza e coerenza. Tesi massimaliste e insurrezionaliste,pure presenti al suo interno, erano parte di una dialettica politica serrata e a
volte anche molto aspra  mai diventata azione concreta del partito. Per questo Macaluso può affermare con ricchezza di dati di fatto che quando si parla della doppiezza del Pci bisogna precisare che tale doppiezza “non era del Pci, ma piuttosto nel Pci”.                                                                                               
Nei fatti il Pci è sempre stato riformista e gradualista. Pietro Nenni, leader dei socialisti italiani, in una pagina dei suoi “Diari” scrive: “Il curioso è che si continua a parlare di pericolo comunista quando abbiamo, sì, un grande Partito comunista, ma al servizio di un obiettivo che non va oltre al riformismo dei grandi Partiti socialisti dell’Occidente europeo”. Togliatti già con la “svolta di Salerno” del 1944 – vale a dire con la rinuncia alla pregiudiziale antimonarchica –  rende evidente la vocazione nazionale e democratica di un partito che, sebbene uscito da poco dalla clandestinità, è già profondamente radicato nella realtà sociale del Paese. Questo suo ruolo di forza unitaria e popolare al servizio dell’Italia viene consacrato col contributo determinante dato alla stesura e al varo della Carta costituzionale. Citando Cafagna, Macaluso scrive che è difficile non ritenere De Gasperi e Togliatti “i padri fondatori della Prima repubblica e della democrazia itliana. Nell’intera storia repubblicana, anche nelle congiunture più aspre e laceranti, questa natura democratica e nazionale del Pci non verrà mai meno e si rivelerà determinante per la tenuta dello Stato repubblicano e per la difesa delle sue libertà. Considerando obiettivamente i limiti e la debolezza del riformismo dei partiti socialisti italiani, si potrebbe affermare, senza forzare troppo l’analisi di Macaluso, che il vero partito riformista della sinistra italiana sia stato il Pci e non altri.                                                                               Purtroppo con questa sua storia così ricca di meriti, anche se non priva di errori, la sinistra da tempo ha cessato di fare i conti. Ha preferito rimuoverla in nome di un nuovismo banale e superficiale. Dall’ “oltrismo” occhettiano in poi, giù giù fino al “massimalismo giustizialista”, ai “masanielli in toga” e all’ultimo “rottamatore”, la sinistra ha smarrito radici e identità, partito e organizzazione, nella perenne ricerca di una novità identitaria che non trova, nell’illusione che sia possibile un futuro senza un passato, senza una tradizione e un sistema di valori. A chi lo accusa –come fa Enrico Morando, nuovista sempre à la page- di continuismo e di eccessivo tradizionalismo, Macaluso risponde che “recuperare il nucleo vitale della nostra storia” è una eminente operazione politica necessaria per essere davvero moderni. Altrimenti ”le teste che pensano al nuovo, anzi al nuovissimo, trovano il vecchio, anzi il vecchissimo”. Come, purtroppo, è proprio accaduto. Cosa c’è, infatti, di più vecchio e di più misero di una sinistra ridotta, in assenza di una storia criticamente ripensata, a permanente comitato elettorale dei pochi da eleggere?
 Su Achille Occhetto

Con molta autoironia Achille Occhetto ha voluto utilizzare come titolo del suo recente libro (“La gioiosa macchina da guerra. Veleni,sogni e speranze della sinistra”-Editori Internazionali Riuniti) la sua battuta più famosa a causa della quale gli è stata poi cucita addosso l’immagine dello sconfitto solo per propria esclusiva imperizia. In ogni pagina del libro sono però chiari l’intento di mostrare quanto immeritata sia quella immagine e la convinzione di aver reso con la svolta della Bolognina un grande servigio a tutta la sinistra. Di averla praticamente salvata da un disastro irrimediabile. Ritiene che per come sono andate le cose e per la qualità dell’operazione ci sia “un saldo passivo tra il bene elargito e il male ricevuto”.
 Occhetto non riesce a separare la vicenda soggettiva dall’evento oggettivo e generale. Anzi, ritiene che l’intreccio possa meglio illuminare la scena. E’ per questo che spesso il piano politico si scioglie in quello personale perdendo i suoi contorni effettivi e, di conseguenza,parte della sua portata conoscitiva. Se ciò, per un verso, gli consente una scrittura più coinvolgente e letterariamente godibile, dall’altro non contribuisce a rafforzare la credibilità dell’impianto analitico. L’impressione è che l’autore non tenga conto nel modo dovuto di alcune necessarie cautele metodologiche. Già il vecchio Hegel avvertiva che proprio e soprattutto in politica quello che conta sono le prese di posizione e gli atti pubblici e non la sottolineatura della differenze tra leader o le spiegazioni psicologiche. E Gramsci scrive che la storia di un partito non può essere “ la storia di ristretti gruppi intellettuali” o “della biografia politica di una singola individualità”, ma “la storia generale di un paese da un punto di vista monografico”.
In ogni caso, molti meriti ad Occhetto vanno riconosciuti. Con la Bolognina, ad un partito dopo la caduta del Muro di Berlino obiettivamente finito ha dato una possibilità di rilancio. Come tanti altri si rende conto che ormai il Pci non ha prospettive e che deve “morire per risorgere”. Ma proprio sul come morire e sul come risorgere indica una soluzione incerta e assai poco convincente. E’ su questo, e non su altro, che nascono  divergenze profonde nel gruppo dirigente. Occhetto sembra travolto dall’ebbrezza del nuovo inizio, dalla sfida inedita che lo vede protagonista. Propone la ricerca in mare aperto, inesplorato, senza alcun ancoraggio, di una nuova purezza, un ripartire da zero il cui ubi consistam si sarebbe poi trovato strada facendo, attraverso uno spericolato sperimentalismo politico. Non dà il peso necessario al fatto che una grande forza può portarsi dietro la vastità del suo popolo solo se si dà una identità e se si collega ad una tradizione.
Anche in questa occasione , giustamente, sottolinea di essersi molto battuto per l’adesione del nuovo soggetto all’internazionale socialista e al partito socialista europeo. Ma la questione è che questa adesione di principio non è stata accompagnata –come con più di una ragione  non pochi hanno sostenuto- da un adeguato approfondimento culturale del profilo ideale della svolta. E’ stato proprio questo il vero, grave limite del Pds- culturale, appunto, e non solo politico- che poi nel corso degli anni ha consentito al Paese di partorire mostri. L’attenuante da riconoscere è che , data la storia di fragilità e sconfitte del riformismo italiano, era davvero rischioso fare un discorso identitario e unitario col Psi di Craxi. Occhetto ha avuto ragione nel denunciare le molte liturgie, la ritualità iniziatica della vecchia politica, la concezione metafisica del partito. Ma torto nel cercare di riempire il vuoto lasciato da un partito storico e radicato tra la gente, ritenuto ormai non più necessario, con espedienti e parole d’ordine azzardati e vuoti: carovana,costituente,sinistra diffusa,partito che non c’è,sinistra dei club, doppia tessera, ecc.
L’assenza di un vero partito (organizzato, strutturato, radicato, con gruppi dirigenti esperti ed autorevoli) in democrazia si paga amaramente, come da vent’anni stiamo verificando sulla nostra pelle. Il dubbio che più di tutti allarma è che questo oltrismo impraticabile di Occhetto possa essere venuto fuori da una sua lettura del tutto errata di ciò che sono stati la Prima repubblica e il Pci. Nel libro,infatti, la Prima repubblica è considerata in maniera sbrigativa il sistema politico consociativo per eccellenza da archiviare in fretta con un maggioritario di per sé ingenuamente ritenuto capace di farci superare  i nostri ritardi politici e istituzionali. Il Pci è ritenuto – sorvolando del tutto sulla sua costante prassi democratica, sulle sue scelte politiche concrete sempre a favore dell’interesse generale,sulle sue battaglie per la libertà e la democrazia- un partito ambiguo, potenzialmente portatore del germe totalitario, con al suo interno due anime opposte e configgenti, “quella che puntava a rompere la stanza dei bottoni e quella che puntava a entrare nella stanza dei bottoni”,produttore di una profonda angoscia esistenziale per l’impossibilità di risolvere la contraddizione tra comunismo e libertà.  Non poche perplessità suscita,infine, anche la disinvoltura con cui viene liquidato Togliatti, un cane morto (anche quello della svolta di Salerno, della costituente, della costituzione, della via italiana al socialismo?) “che oggi non ha più nulla da dirci”.
Con questo libro Occhetto ha voluto dire la sua sino in fondo e ha dato un contributo di conoscenza del quale dobbiamo comunque essergli grati. Pur con le sue numerose contraddizioni e valutazioni discutibili, anzi proprio per queste, esso è uno stimolo a proseguire nel faticoso e difficile cammino verso una più adeguata comprensione della gravità dei ritardi della sinistra e l’individuazione delle scelte più adatte per superarli.

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