NATO IL 24 DICEMBRE


Gianpaolo Pio
Era Gesù Bambino che mi portava i doni. Quanti anni questa data fatidica assillava un poco il mio infantile trascorrere dei giorni, importante sussiego l’esser nato alla vigilia della festa più Importante del mondo, dell’anno, crucciato, però, della defraudazione di un dono, cattiva coincidenza di eventi questo mio venire al mondo con inconsapevole importanza. Quante notti passate a vegliare e poi crollare ai piedi del grande albero lucente per poter vedere il scintillante bimbo divino, destinatario di letterine dall’incerta scrittura rotonda, pervase di bontà e innocente confessione, ma quali colpe poteva aver commesso un germoglio appena sbocciato.
Questo pensiero ricorrente, quasi tradizionale, mi accompagnava in quel freddissimo mattino dedicato al Santo di nome Stefano, giorno di assoluta pigrizia universale e di lente digestioni di abbondanze alimentari. Festa di un oltre natalizio, ma non per me, guerriero della strada, di fronte al viaggio quasi smaltato di ignoto malessere e timore, destinazione Norvegia, destinazione Paradiso, ma Gesù Bambino ora che sono cresciuto e fatto uomo, si nasconde, anch’egli ormai adulto, sotto quel vestito rosso, quella ricca barba bianca, al comando della slitta dai pattini lucenti che tracciano comete.
Quanta ignota incertezza, di raro lavoratore all’assalto della strada, ammantava di suggestione e calcolo di probabilità le coordinate del luogo in cui avrei visto le radici dell’anno che di li a poco si sarebbe presentato al giudizio universale, questo, volgente al termine, già canto di cigno muto, trascorso come un fulmine di desiderio, per troppa sommatoria di tristezze. Proprio di quello, il capodanno, sentivo di agognare, per la prima volta, il finto sfarzo delle luci che esplodono verso il cielo, la concessa trasgressione di una notte, figlia legittima della monotonia del quotidiano. Così, parzialmente sofferente di questa obbligata solitudine, percorrevo una traccia di sentiero, intoccabile come un potente masnadiero, “dettatore” di leggi impertinenti, fuori dalle regole della falsa bontà tradizionale.
Freddo senza stupore, scalpitavano le mie ali per non essere assalito dai pensieri, i cedimenti della sensibile paura di non avere l’orientamento del ritorno, mi sentivo cosi piccolo al cospetto di quel Grande Nord, specchio ustorio dell’azzurro sciolto in rivoli di fuoco dal calore di un’aurora non ancora boreale. Alle spalle, ormai, era
transitata mezza Europa, soprattutto una noiosissima Germania, tutta uguale, troppo verde, troppo ordinata, senza spigoli, Amburgo e la sua vita umida, fluviale, nuovo universo corrotto in positivo dal design e dalle grandi architetture di pesante leggerezza sospesa, Amburgo portale di granito dell’identità mitteleuropea, fra poco potrò aspirare il gelido vento salato che increspa di onde di quel mare bianco, dal soprannome disarmante e semplice: Mare Del Nord.
Il valore di una festa risiede nei significati che le vengono attribuiti, anche nel giro d’affari che essa, inconscia di se stessa, consente senza baluardi difensivi, in tempi oscuri, per quanto illuminati, ove i mercanti cacciano dai loro templi il festeggiato, quel Gesù Bambino che a me portava i doni, grazie a lui le luminarie incandescenti, l’indossata elegante umana bontà per l’occasione, in un mondo decisamente capovolto.
Forse la causa è il cielo ravvicinato, scoprirlo così curvo e basso, schiacciato all’orizzonte, a determinare la sensazione di un Natale cucito addosso, indossato come pelle sovrapposta, festeggiato soprattutto nel cuore, una vicinanza fisica al divino, alle stelle conficcate come aghi di luce nell’infinito; con questa percettiva riflessione iniziavo ad affrontare, nella notte dell’ultimo giorno dell’anno, il lungo lasco trasversale, il ponte estremo vera porta della Scandinavia, in due balzi sospesi tra vento e mare, da Odense a Malmoo, accarezzando Copenaghen.
La mezzanotte mi colse all’improvviso, il buio silenzioso e gelido si dissolse in temporale, tuoni le esplosioni, pioggia di luce i colori della festa, nessuna solitudine poteva essermi così di compagnia come quel notturno cielo trasformato in meridiana follia di sfumature dell’arcobaleno, a lungo, spettacolo accarezzante di desiderosa eternità, il fumo acre, residuo di cordite consumata, mi inumidì occhi già commossi, scusa o piccola bugia, salvaguardia di virile mancanza di emozione, nuovo Amundsen, alla ricerca del passaggio perduto del nord-ovest.
Malmoo, col pensiero di altri 1000 km per arrivare lassù a Trondheim, a metà Norvegia, viaggiando nel silenzio bianco e innevato, già con carezze di sguardi verificavo leggende, nella sovranità notturna ogni casa respirava il Natale, non importa se già si percorreva la via del prossimo, candele tremolanti, semplici e vere, quasi l’invito ospitale ad entrare al di la di quei vetri pubblici, senza tendaggi, una civiltà astratta da voyeurismo, il vero calore, dove a nessuno è permesso restare al freddo.
L’alce, la renna albina, la casa col prato innevato al posto del tetto, l’emporio del tutto ma proprio tutto, un arcaico moderno luogo riscaldato dal magico bianco strato di neve che anche parzialmente nasconde spruzzati cartelli stradali, i ponti sui fiordi di roccia spaccata, conquistata dalla risacca, e ancora le case di legno rosse come l’argilla, isole nel grande mare fermo.
Era Gesù bambino che mi portava i doni. Qui nella terra dei sogni dei bambini ho sentito la mia solitudine alleviarsi, non si è mai davvero soli quando i nostri occhi portano dritto al cuore le immagini della natura senza tempo, un natale percepito come nascita della terra e dei suoi frutti, un natale compagno di viaggio che amplifica il senso della festa dicembrina arricchendola di vita. 
Grazie ad Angelo Marenzana
per la pubblicazione di questo racconto su: 

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