da: LaStampa 16/12/1995 - numero 339 pagina 1
LE ACCUSE AI GIORNALISTI SE D'ALEMA ROMPE LO SPECCHIO
Che Massimo D'Alema non ami i giornalisti italiani, è storia nota da tempo. E naturalmente è benvenuta qualsiasi occasione per capire come mai il segretario del pds nutra tanto disamore e canto disprezzo per una categoria che a suo avviso pullula di ignoranti, superficiali, pettegoli e anche, come ha riferito nell'intervista a Prima comunicazione, «furbacchioni» oltreché «canaglia» contesa «a colpi di milioni». Stupisce, casomai, che nella requisitoria di D'Alema appaiano passaggi argomentativi che inevitabilmente finiscono per indebolire il ruvidoJ'accNsè del segretario della Quercia. Stupisce che tra le cause della progressiva riduzione dell'informazione politica a «teatrino» rissoso e abbaiante l'onorevole D'Alema non includa la responsabilità di un ceto politico che negli ultimi tempi, senza distinzione di schieramento, ci ha abituato alla consuetudine delle solenni dichiarazioni immancabilmente smentite, attenuate o rettificate il giorno dopo, alla pratica della «doppia verità», della separazione tra la dimensione pubblicà~della politica e la quotidianità impastata di giochi di corridoio, accordi segreti e strizzatine d'occhio. Nulla di nuovo, ovviamente. Tanto è vero che si potrebbe stilare un'antologia degli insulti scagliati dai politici della Prima Repubblica all'indirizzo dei
giornalisti «pettegoli». Ma perché prendersela con i giornalisti, se sui giornali la politica non offre di sé l'immagine «alta» che l'onorevole D'Alema vorrebbe fosse rispecchiata? Stupisce inoltre l'inopinato elogio che il segretario del pds tesse della tv, luogo descritto come se fosse al riparo dai filtri deformanti del giornalismo e dunque luogo della verità, della trasparenza, della comunica- Pierluigi Battista CONTINUA A PAG. 6 SETTIMA COLONNA SE D'ALEMA LE ACCUSE AI GIORNALISTI SE D'ALEMA ROMPE LO SPECCHIO c HE Massimo D'Alema non ami i giornalisti italiani, è storia nota da tempo. E naturalmente è benvenuta qualsiasi occasione per capire come mai il segretario del pds nutra tanto disamore e canto disprezzo per una categoria che a suo avviso pullula di ignoranti, superficiali, pettegoli e anche, come ha riferito nell'intervista a Prima comunicazione, «furbacchioni» oltreché «canaglia» contesa «a colpi di milioni». Stupisce, casomai, che nella requisitoria di D'Alema appaiano passaggi argomentativi che inevitabilmente finiscono per indebolire il ruvidoJ'accNsè del segretario della Quercia. Stupisce che tra le cause della progressiva riduzione dell'informazione politica a «teatrino» rissoso e abbaiante l'onorevole D'Alema non includa la responsabilità di un ceto politico che negli ultimi tempi, senza distinzione di schieramento, ci ha abituato alla consuetudine delle solenni dichiarazioni immancabilmente smentite, attenuate o rettificate il giorno dopo, alla pratica della «doppia verità», della separazione tra la dimensione pubblicà~della politica e la quotidianità impastata di giochi di corridoio, accordi segreti e strizzatine d'occhio. Nulla di nuovo, ovviamente. Tanto è vero che si potrebbe stilare un'antologia degli insulti scagliati dai politici della Prima Repubblica all'indirizzo dei giornalisti «pettegoli». Ma perché prendersela con i giornalisti, se sui giornali la politica non offre di sé l'immagine «alta» che l'onorevole D'Alema vorrebbe fosse rispecchiata? Stupisce inoltre l'inopinato elogio che il segretario del pds tesse della tv, luogo descritto come se fosse al riparo dai filtri deformanti del giornalismo e dunque luogo della verità, della trasparenza, della comunica- Pierluigi Battista CONTINUA A PAG. 6 SETTIMA COLONNAChe Massimo D'Alema non ami i giornalisti italiani, è storia nota da tempo. E naturalmente è benvenuta qualsiasi occasione per capire come mai il segretario del pds nutra tanto disamore e canto disprezzo per una categoria che a suo avviso pullula di ignoranti, superficiali, pettegoli e anche, come ha riferito nell'intervista a Prima comunicazione, «furbacchioni» oltreché «canaglia» contesa «a colpi di milioni». Stupisce, casomai, che nella requisitoria di D'Alema appaiano passaggi argomentativi che inevitabilmente finiscono per indebolire il ruvidoJ'accNsè del segretario della Quercia. Stupisce che tra le cause della progressiva riduzione dell'informazione politica a «teatrino» rissoso e abbaiante l'onorevole D'Alema non includa la responsabilità di un ceto politico che negli ultimi tempi, senza distinzione di schieramento, ci ha abituato alla consuetudine delle solenni dichiarazioni immancabilmente smentite, attenuate o rettificate il giorno dopo, alla pratica della «doppia verità», della separazione tra la dimensione pubblicà~della politica e la quotidianità impastata di giochi di corridoio, accordi segreti e strizzatine d'occhio. Nulla di nuovo, ovviamente. Tanto è vero che si potrebbe stilare un'antologia degli insulti scagliati dai politici della Prima Repubblica all'indirizzo dei

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