by corriereal
di Enrica Bocchio
Trascorsi ormai due mesi dall’inizio della scuola, l’argomento mensa scolastica è sempre all’ordine del giorno. Vorrei esprimere le mie riflessioni in merito, sulla base di esperienze vissute. Leggo pareri vari e diversi, alcuni con motivazioni sacrosante, altre meno sacre e meno sante, altre ancora espresse tanto per poter dire “parlo anch’io che sono un politico, quindi ne ho diritto”.
Cito qualche “perla” che ho rilevato in questi ultimi dieci giorni.
Sventolare come conquista esclusiva un locale dove ti servono un primo, un secondo con contorno, acqua, caffè per € 6,50 in cui sono comprese anche le tasse ed il guadagno per il gestore non credo sia proprio il massimo, anzi io ne starei ben alla larga, a meno che non si sappia quanto costi l’olio extravergine, il parmigiano, pane, carne, pesce o altri ingredienti possibilmente non provenienti da Hong Kong o da Pechino.
Sventolare come conquista esclusiva un locale dove ti servono un primo, un secondo con contorno, acqua, caffè per € 6,50 in cui sono comprese anche le tasse ed il guadagno per il gestore non credo sia proprio il massimo, anzi io ne starei ben alla larga, a meno che non si sappia quanto costi l’olio extravergine, il parmigiano, pane, carne, pesce o altri ingredienti possibilmente non provenienti da Hong Kong o da Pechino.
I gusti dei bambini sono facilmente manipolabili: è sufficiente che un compagno “si schifi” davanti ad un piatto che non gradisce, per scatenare emulazione, solidarietà e proseliti; è vero anche il contrario: bimbi che a casa rifiutano per esempio il minestrone, alla mensa magari “bissano”, chissà perché; a scuola succedono spesso comportamenti che sorprendono i genitori (“ma a casa non lo fa…”) o viceversa.
E parliamo del piatto unico, contestato anche nel prezzo: ho letto un commento dove ci si stupiva del fatto che polenta e ragù costasse quanto un secondo di carne. Ma il ragù con cosa si fa? E il soffritto di base da cosa è composto? E il tutto costerebbe meno della bistecchina di un bimbo? Di una fiorentina, forse, o di un filetto!
Ho appreso che la scelta del piatto unico è stata fatta dopo aver considerato pareri di medici
specialisti, quindi ben calibrata nelle sue componenti nutrizionali e quantitative. Certo, il trovarsi una sola portata anziché i tradizionali due piatti, genera un’insoddisfazione più visiva che effettiva nelle aspettative. E qui scatta il ruolo dell’educazione al cibo: se stai ad ascoltare i bimbi, forse preferirebbero solo chupa chupa e patatine…ma va loro spiegata anche la funzione propria di ogni alimento, il suo scopo nutritivo, l’effetto sulla crescita e sullo sviluppo corporeo, nonché sulle funzioni dell’intelletto. Secondo me, dovrebbe essere materia scolastica, oltre che
informazione per i genitori o per certi consiglieri per i quali, leggo, “un po’ di riso in bianco non va bene?” Penoso! O per altri che presentano istanza al prefetto (!) affinchè accerti le motivazioni che hanno portato a scegliere il piatto unico. Patetico! O altri ancora che forse pensano che il riso all’indonesiana sia servito da ballerine danzanti il Ramayana ed ignorano che è un sostitutivo del pane, ed anche più digeribile.
Non sono informata sul fatto che l’educazione al cibo sia materia di studio o meno, so però che il tempo della mensa è parte integrante della giornata scolastica, quindi importante come qualsiasi altro apprendimento, anche se gli si attribuisce un’importanza marginale, quanto per l’educazione al suono e alla musica, o l’educazione all’immagine, purtroppo: basta constatare certi atteggiamenti da parte di adulti (sigh) in locali pubblici come urli e schiamazzi da un’estremità all’altra della tavolata, uso del tovagliolo come del panno pulivetri, posate impugnate come alabarde…E molte di queste performances provengono proprio da un modo scellerato di intendere lo stare a tavola fin dalla scuola primaria.
Al tempo in cui furono istituiti i famosi moduli, successivi al già collaudato tempo pieno, c’erano maestre che “assistevano” (e già qui la terminologia dice tutto) alla mensa stando sedute al loro tavolo, tra colleghe, fino a quando l’acqua rovesciata sulla tavola mandava tutto a mollo o quando qualche pallina di mollica o di cibo non sbagliava direzione e le raggiungeva, scatenando qualche urlo, minaccia (e non solo) di nota, manate sul tavolo per imporre (temporaneamente) silenzio. Altre “assistenti” accendevano la TV presente in refettorio, perché pranzando davanti ai cartoons gli alunni si contenevano un po’ di più, suscitando però il raccapriccio di qualche genitore che a casa abitualmente teneva spento il televisore proprio perché si era a tavola.
Beh, ad oggi non ho riscontrato nessun parere di dirigenti scolastici o di insegnanti.
Beh, ad oggi non ho riscontrato nessun parere di dirigenti scolastici o di insegnanti.
Certo nessuno di loro è obbligato a scrivere sui giornali, ma essendo componenti dell’apparato scolastico insieme ad alunni, personale non docente, genitori, psicologi, medici, assessori, Comune e anche aristor, a mio modesto parere qualche considerazione la potrebbero anche fare… In ogni campo, e quello scolastico non ne è indenne, le novità sono spesso accolte con resistenze, sospetti, timore di verifiche e di confronti, a volte contrastate quando non addirittura avversate, e magari proprio da “fuoco amico”. Ma se le motivazioni sono valide, le spiegazioni fornite, le modalità illustrate, le competenze messe a punto, personalmente, per quanto possa valere, esprimo il mio appoggio ad un’iniziativa che non può che essere utile anche per il futuro. Fatti salvi, ovviamente, i controlli sanitari sui cibi e sulle modalità di preparazione.
Un dubbio però mi resta: in tutto questo tourbillon di comunicati, circolari, invettive, avvisi, riunioni, visite, incontri, emergenze, reazioni, bacheche in vista o no, lo sapevo non lo sapevo….e la didattica?
Un dubbio però mi resta: in tutto questo tourbillon di comunicati, circolari, invettive, avvisi, riunioni, visite, incontri, emergenze, reazioni, bacheche in vista o no, lo sapevo non lo sapevo….e la didattica?

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