“L’ex ad Schmidheiny ordinò ai suoi dirigenti di mentire sull’Eternit”
Torino,in 800 pagine le motivazioni della sentenza “Ilmanagersapevadellasuapericolositàfindal1976”
ALBERTO GAINO TORINO
Strage dell’amianto, 2 mila morti fra operai e residenti attorno alle fabbriche italiane dell’Eternit, immane disastro ambientale doloso e «tuttora permanente» a Casale Monferrato, ma in particolare a Bagnoli (Napoli) dove non si è svolta alcuna bonifica efficace. L’ultimo amministratore delegato della multinazionale, Stephan Schmidheiny, è stato condannato in appello a 18 anni di carcere perché attuò «una strategia di disinformazione» sui rischi della produzione e commercializzazione dei manufatti di amianto con l’obiettivo di tranquillizzare i lavoratori e gli acquirenti dei prodotti Eternit e mantenere i livelli di redditività.
Decisivi, per la scelta della terza sezione della Corte d’appello torinese di aumentare la pena al magnate svizzero, sono stati i documenti del convegno di Neuss, Germania, del giugno 1976. È lì che l’allora giovane erede della dinastia Schmidheiny dell’amianto, assunto pienamente il comando del gruppo, espose a una «platea selezionata» di mega dirigenti Eternit, provenienti da tutto il mondo, le linee strategiche per gli anni successivi.
La sua introduzione al convegno è stata largamente citata nelle 800 pagine di motivazioni della sentenza pubblicata ieri e fa dire al presidente Alberto Oggé e ai giudici a latere Elisabetta Barbero e Flavia Nasi che, a Neuss, Schmidheiny si
rivelò perfettamente «consapevole» del «nesso causale che univa le fibre di asbesto alle patologie» tumorali che hanno «provocato un eccesso di morti» rispetto alle attese statistiche nella popolazione generale.
Per la gestione prima di Neuss i giudici d’appello - una novità - l’hanno assolto: assunse gradualmente il comando della multinazionale e, secondo la Corte, non c’è prova che Schmidheiny abbia determinato la politica industriale del suo gruppo sino a maggio 1976. Un mese dopo, a Neuss, dettò un programma di azione, il cui scopo - scrivono i giudici - fu di «impedire che i numerosi settori della collettività ancora interessati ad utilizzare i manufatti di cemento-amianto divenissero pienamente consapevoli dell’elevata nocività delle fibre sprigionate dall’amianto e pretendessero interventi che, se eseguiti, avrebbero reso di fatto impossibile e comunque troppo oneroso l’esercizio delle attività produttive».
A Neuss il vertice del gruppo non nascose la gravità dell’amianto per la salute ma concluse: «È comunque decisamente importante che non si cada ora in forme di panico. Questi tre giorni di convegno sono stati determinanti per i direttori tecnici, i quali sono rimasti scioccati. Non deve succedere la stessa cosa ai lavoratori».
La conseguenza fu «l’opera di disinformazione volta a tranquillizzare la collettività. Venne esercitata con discreto successo divulgando la falsa assicurazione che erano state impegnate notevoli risorse (in realtà 3 miliardi di lire) per sanare la situazione. Furono diffuse notizie infondate sull’efficacia delle bonifiche già compiute e sullo stato delle conoscenze scientifiche rispetto alla cancerogenicità dei minerali di asbesto. Così trascorsero 10 anni prima che l’opinione pubblica avesse una diversa e piena consapevolezza della pericolosità delle polveri di amianto».
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