Barbara Rossi - Film 2




“Il tempo dei cannibali”: secondo appuntamento con la rassegna “Alla ricerca della felicità”
by Barbara Rossi
La ricerca della felicità, una delle più universali aspirazioni umane, è il filo conduttore di questa rassegna cinematografica organizzata da Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Alessandria e Goethe-Institut di Torino, in collaborazione con Cultura e Sviluppo e La Voce della Luna.
Quattro recenti film, inediti in Italia, raccontano diversi tentativi di concepire e perseguire la felicità nell’epoca della globalizzazione dando vita a un intrecciarsi di storie che sembrano illuminarsi reciprocamente. Introduce le proiezioni Barbara Rossi, docente di cinema e presidente dell’associazione La Voce della Luna di Alessandria.
Lunedì 14 marzo, ore 21:15
Zeit der Kannibalen [Il tempo dei cannibali]
Regia: Johannes Naber
2014, 93 min.
Tre consulenti d'impresa in continua trasferta nelle metropoli di grandi paesi in via di sviluppo per conto di un’anonima società finanziaria. Come soldati in prima linea del capitalismo globale eseguono ciò che viene stabilito altrove. Un dramma da camera, interamente recitato all’interno di camere di hotel a cinque stelle, mette in scena la loro ascesa e caduta. Miglior film tedesco dell'anno per la critica cinematografica tedesca.
ACIT Film Forum: Alla ricerca della felicità
Nell’ambito del progetto nazionale “Cantiere Felicità”
Cinema
8 febbraio - 9 maggio 2016, ore 21:15
ACIT Alessandria / Cultura e Sviluppo
Piazza Fabrizio de André 76
Alessandria
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Lingua originale con sottotitoli italiani
Informazioni: Tel.: +39 347 841 5155
acitalessandria@gmail.com
www.voceluna.altervista.org 
Barbara Rossi 



Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese campione d’incassi  
by Barbara Rossi
E’ una straordinaria alchimia, vista l’attuale fase di stallo del nostro cinema - “cinepattoni” e commedie leggere con ambizioni gloriose a parte - quella riuscita a Paolo Genovese, regista de La banda dei Babbi Natale, Immaturi e di quest’ultimo Perfetti sconosciuti, di cui ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura.  
Il film ha incassato al botteghino oltre sette milioni di euro a due settimane dal debutto sugli schermi, facendo ben sperare per la rinascita di una “commedia all’italiana” che sia realmente all’altezza della grande tradizione cinematografica dei Germi, dei Risi, dei Monicelli.
Qual è il segreto di tanto successo? 
L’impostazione corale della storia, l’apparentemente innocente ma, in realtà, drammatico e feroce teaser narrativo rappresentato dalla condivisione dei contenuti dell’oggetto feticcio del nostro quotidiano, il cellulare? 
Oppure la magia consiste nell’ottimo affiatamento del gruppo di attori protagonisti (Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak), nell’incisiva scrittura dei loro dialoghi, in perfetto stile Carnage di Polanski,    
nell’unità aristotelica di tempo e luogo spezzata, a sorpresa, da un inserto misteriosamente ellittico e speculare alla trama principale, sul modello di Smoking/No Smoking e Sliding doors?
E’ che, pur in assenza di tradimenti - a differenza di quanto avviene nel film - ci riconosciamo tutti in questa ragnatela narrativa di amori digitali, di lontane presenze e vicine estraneità che corrono sui fili virtuali e sui lampeggianti schermi dei telefonini, che sono diventati «la scatola nera della nostra vita».
La locandina di Perfetti sconosciuti riporta una citazione di Gabriel García Márquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una vita pubblica, una privata e una segreta”.    
«Siamo tutti frangibili», afferma Rocco. Ma, gli fa eco Peppe, «se ami qualcuno lo proteggi. Lo proteggi da questo e da tutto».  
Barbara Rossi 


Andrzej Żuławski: il cinema è un ladro  
by Barbara Rossi
Andrzej Żuławski, scomparso a Varsavia il 17 gennaio scorso, era nato a Lwów, in Ucraina, nel 1940, “figlio d’arte”: il padre Mirosław era uno scrittore e diplomatico, il nonno Jerzy un filosofo. Da entrambi Żuławski sembra ereditare la vena letteraria che lo conduce - parallelamente all’attività cinematografica - a pubblicare dagli anni Ottanta più di venti romanzi, di taglio storico e segnati da quell’estrema libertà di rappresentazione che caratterizza anche il suo cinema.
Dopo aver trascorso l’infanzia a seguito del padre tra Parigi e Praga, Andrzej compie un’esperienza formativa di tutto rilievo come assistente alla regia in tre film di Andrzej Wajda, tra il 1961 e il 1965, studiando filosofia e regia a Varsavia e alla Sorbona di Parigi, oltre ad esercitarsi come critico cinematografico.
Dopo i primi corti per la televisione, nel 1972 Żuławski esordisce nel lungometraggio con La terza parte della notte - trasposizione di un romanzo paterno - in cui racconta l’occupazione nazista della Polonia attraverso quella visionarietà e violenza espressiva che costituiranno il segno distintivo della sua poetica.
In seguito all’uscita sugli schermi - l’anno seguente - de Il diavolo, opera ulteriormente visionaria, provocatoria ed eccessiva, declinata sullo sfondo dell’occupazione prussiana della Polonia, nel 1793, il regista è costretto per problemi con la censura a rifugiarsi in Francia. Qui realizza - nell’arco del decennio a cavallo tra la metà degli anni Settanta e la metà degli Ottanta - alcune opere di forte impatto scenico ed emotivo, con protagoniste femminili che contribuiscono a decretarne il successo: dalla Romy Schneider di L’importante è amare, rappresentazione in chiave grottesca del disumano mondo teatrale, alla Isabelle Adjani di Possession, con scivolamenti nell’horror fantascientifico, sino alla “scandalosa” Valérie Kaprisky di La femme publique e alla giovane Sophie Marceau di  Amour braque - Amore balordo, libera trasposizione da L'idiota di Dostoevskij, con la quale instaurerà un lungo rapporto professionale e privato.   
Nel corso degli anni Żuławski continua ad intrattenere rapporti problematici con la censura, specie nella natia Polonia, dove torna saltuariamente per girare film estremi, onirici, a forti tinte, come Sul globo d’argento, girato tra il 1976 e il 1978, ma la cui distribuzione viene autorizzata solo nel 1989. 
Dopo Le mie notti sono più belle dei vostri giorni, tratto dal romanzo della scrittrice Raphaële Billetdoux, che disconosce il film, e La nota blu, poco riuscita biografia di Chopin - prodotti tra il 1989 e il 1991 - Żuławski si dedica per la maggior parte all’attività letteraria e alle regie teatrali.
Le ultime prove, La sciamana, criticato pesantemente in Polonia per il suo erotismo spinto e violento, La fidélité, adattamento del romanzo La princesse de Clèves di Madame de La Fayette, e Cosmos, paradossale pantomima sull’indecifrabilità e assurdità del mondo - premiato al Festival di Locarno 2015 con il “Pardo d’oro” - non fanno che ribadire l’atipicità di tematiche e stile del regista polacco, insieme all’innata tendenza alla sperimentazione sui generi cinematografici più eterogenei. 
«Il cinema è un ladro», amava sottolineare Żuławski. «La sua natura bizzarra è legata alla sua stessa chimica: è teatro che si fa cinema grazie a interventi fisici, tecnici... Credo abbia anche a che fare con l'urgenza di mostrare, come nell’allegoria della caverna di Platone. Perché poi vogliamo mostrare delle cose, proprio non lo so. Perché i bambini abbiano voglia di giocare, non so davvero dirlo. Semplicemente, credo che questa esigenza faccia parte, in maniera profonda, della nostra natura. Ecco perché il cinema, quando è venuto alla luce, ha rubato - o preso in prestito, se preferisci - tutto quello che aveva intorno: pittura, letteratura e musica, teatro, vaudeville, grottesco, pantomima. Tutto! Quindi il cinema è un bastardo. Ed è per questo che lo amo tanto». 

Barbara Rossi 


Un film da Oscar: The Danish Girl (id., Tom Hooper, Usa, 2015)
by Barbara Rossi
Nonostante sia imperniato sulla storia vera di Einar Wegener, il pittore danese che - nella Copenhagen a cavallo tra gli anni Venti e i primi anni Trenta - acquisì notorietà per i ritratti in cui la moglie Gerda Gottlieb lo dipingeva nelle vesti femminili di Lili Elbe e, in seguito, per essere stato il primo transessuale riconosciuto, The Danish Girl è un’opera più rarefatta e spirituale che materica e travagliata.
Tom Hooper - autore pluripremiato per Il discorso del re e Les Misérables - trae dall’omonimo romanzo di David Ebershoff un film intessuto di interni arabescati con gusto pittorico, di atmosfere languide e translucide, da giorno di pioggia, di acquerelli visivi ariosi e luminosi, in cui paesaggi reali e dipinti entrano e si mischiano uno nell’altro, come Einar trapassa in Lili.
Balza alla mente il seicentesco Vermeer, con la sua attenzione ai gesti minimi, ma anche il novecentesco Hopper, specie nella scena notturna in cui Gerda siede sotto una pioggia battente su di una pensilina, a margine di una lunga fila di sedie vuote.
L’espressione del lacerante conflitto interiore di Einar-Lili, l’aspra battaglia tra il suo lato maschile e femminile sino al trionfo di quest’ultimo sono affidati - più che ai dialoghi serrati con la moglie (Alicia Vikander, bravissima nella perenne oscillazione fra dolcezza, malizia e tormento di cui ammanta il complesso rapporto con l’orientamento sessuale di Einar) - al corpo efebico, al viso femmineo, al sorriso malinconico e dolcissimo dello straordinario Eddie Redmayne, candidato all’Oscar 2016 come miglior attore protagonista.
Hooper sembra coltivare un innamoramento tenace e sensuale per il viso di Reiner-Lili, cui regala quasi ossessivamente primi piani prolungati, scivolando con la macchina da presa su forme e particolari, in una scomposizione picassiana del quadro.
A contare, in ultima analisi, sembrano essere più la bellezza e il senso di meraviglia dinanzi alla trasformazione transgender di Wegener che il racconto degli aspetti drammatici e dolorosi, non ultimo il primo intervento chirurgico della storia finalizzato al cambio di sesso.  
Eppure, quello che può sembrare un limite non nuoce affatto a The Danish Girl, anzi, lo esalta, regalandogli la calda luce della poesia.
Al di là di qualsiasi barriera posta in essere da natura, cultura e società, questa è la storia dell’evoluzione di un’anima e di una mente, alla ricerca della dimora fisica più congeniale.
«Questo non è il mio corpo» - ci ricorda Lili - «devo lasciarlo andare».      
Barbara Rossi



The Hateful Eight (id., Quentin Tarantino, Usa, 2015)
by Barbara Rossi   
Il piano ravvicinato di un’effigie di Cristo ricoperta di neve, e - sull’ouverture originale di Ennio Morricone - il lento movimento arretrante della macchina da presa, a smarrire lo sguardo dello spettatore nell’algida vastità di un paesaggio invernale. 
Il vuoto del bianco e poi, a lato dello schermo e da lontano, un minuscolo punto nero in movimento: è la diligenza su cui viaggiano John Ruth-Kurt Russell, rozzo ma a suo modo idealista cacciatore di taglie, e Daisy Domergue-Jennifer Jason Leigh, delinquente in gonnella destinata alla forca.
E’ qui, mentre scorrono titoli di testa in puro stile anni Settanta (non a caso il regista sceglie, per questo suo ottavo film e secondo western dopo Django Unchained, un formato cinematografico, l’Ultra Panavision 70, non più in uso dal 1966, per esaltare la spazialità degli interni entro i quali si snoda la storia), che ha inizio una lunghissima messinscena teatrale di cinque atti e un prologo, in quasi totale unità di tempo e luogo, tra la locanda di Minnie, travolta da una bufera, e il nulla. 
E’ qui che entra in campo, a sorpresa, il Maggiore Marquis Warren-Samuel L. Jackson, bounty hunter nero con in tasca una lettera del presidente Lincoln, vero e proprio teaser del film, e gli altri “hateful eight” (gli attori Tim Roth, James Parks, Channing Tatum, Walton Goggins e Bruce Dern).    
Tutti diretti a Little Rock, per ragioni più o meno manifeste: ma quanti fra loro vi arriveranno?
Tarantino - sempre più vicino a Corbucci e Leone ma anche sempre più identico a se stesso - orchestra una pochade politicamente scorretta, violenta, coatta e grandguignolesca, imbevuta di conflitti razziali, scontri fisici e verbali, dialoghi incessanti, spiegazioni a posteriori, colpi di scena, perfida e corrosiva ironia.
Su tutto e su tutti predomina l’interrogazione tarantiniana sull’identità, sull’autentico, l’artefatto e l’impossibilità di approdo a una verità (e giustizia) di fondo.
«Nell'Ottocento, quando qualcuno ti diceva chi era, non avevi modo di verificarlo. Mi piaceva l'idea di una storia in cui tanta gente è intrappolata in una situazione e nessuno può fidarsi degli altri, e anche il pubblico non ha idea di chi abbia davanti», sottolinea Tarantino. «Un mio amico ha visto il film e mi ha detto: “Puoi chiamarlo horror, mistery, western, ma per me è il tuo primo film post-apocalittico. Potrebbe essere ambientato in un mondo post-apocalittico dove hai un inverno ghiacciato in un territorio desolato, e i pochi sopravvissuti si azzuffano sulle origini dell'apocalisse invece della guerra civile”». 
Il cinema contemporaneo - come evidenziato da parte della critica - superate anche le sperimentazioni del post-moderno, ci racconta per traslato (vedi The Revenant di Iñárritu) le asperità e ferocie di un mondo freddo, enigmatico, silenzioso, temibile. 
Il nostro?  
Barbara Rossi    
Mark Silvia Bizio, "The Hateful Eight", Tarantino: "I miei western saranno il testamento di un'epoca", “La Repubblica Spettacoli”, 13/11/2015



Il labirinto del silenzio
(Im Labyrinth des Schweigens, Giulio Ricciarelli, Germania, 2014)
by Barbara Rossi
«Il punto non è la condanna, sono le vittime e la loro storia». E’ questo uno degli assunti fondamentali dell’opera prima dell’italo-tedesco Giulio Ricciarelli - candidata all’Oscar della Germania come miglior film straniero - veicolato attraverso le parole del procuratore generale Fritz Bauer (la leggenda del teatro tedesco Gert Voss, recentemente scomparso).
La pellicola, la cui storia prende l’avvio nel 1958, in una Germania operosa, alla ricerca del benessere sociale e totalmente immemore della tragedia della Shoah, racconta con rigore narrativo e stilistico un accadimento reale, l’accanita lotta di tre pubblici ministeri (qui condensati nella figura del giovane avvocato Johann Radmann-Alexander Fehling) per portare all’attenzione di un’opinione pubblica assopita i crimini perpetrati dai nazisti, non solo i gerarchi, ma anche tutta l’enorme massa dei sottoposti, che rifiutarono la responsabilità dei loro atti con la scusa pretestuosa di essere stati dei semplici esecutori di ordini altrui.
Un immane lavoro d’archivio, disseppellendo atti giudiziari, resoconti, cronache archiviati in fascicoli polverosi, ma anche una corsa contro il tempo, una caccia all’uomo internazionale per scongiurare la fuga di Mengele e Eichmann, i principali imputati, e una dolorosa esplorazione sul campo, nella registrazione delle testimonianze dei sopravvissuti come di coloro che ad Auschwitz prestarono, più o meno consapevolmente, servizio.
In questo autentico “labirinto del silenzio”, dove l’omertà predomina colpevolmente anche tra le fila di coloro - procuratori, avvocati - preposti all’accertamento della verità, Radmann affronterà un vero e proprio percorso di formazione e maturazione personale, costretto a fare i conti con il proprio passato nazionale e familiare, supportato soltanto dal procuratore Bauer e dal giornalista Thomas Gnielka-André Szymanski (non personaggi fittizi, ma autentici protagonisti di quel che accadde). 
I temi delle colpe dei padri, dell’accettazione-superamento del proprio vissuto, per quanto terribile esso sia, del ruolo e dei limiti della memoria, della “banalità del male”, sono emersi con maggiore frequenza nel cinema tedesco degli ultimi decenni (pensiamo a un film come Chi, se non noi?, di Andreas Veiel, 2011, in cui il pesante fardello dell’eredità parentale viene posto in diretta connessione con la nascita dell’esperienza terroristica della Banda Baader-Meinhof, ma anche a Hannah Arendt della Von Trotta, 2012).
Il labirinto del silenzio è un film coraggioso, onesto, un legal drama ispirato da uno degli eventi più tragici del 900’, le cui uniche pecche possono essere rappresentate dall’eccesso di sintesi, come, a tratti, da uno stile narrativo che ricorda un po’ troppo quello patinato delle fiction televisive.
Molto efficaci e intense le scene dei colloqui del giovane procuratore con vittime e carnefici, la cui tragica essenza è restituita dai primi piani su volti e sguardi.
Uscito nelle sale italiane in prossimità della Giornata della Memoria, Il labirinto del silenzio vale soprattutto a ricordare, specie alle giovani generazioni, che - come afferma il procuratore Bauer - «tutti quelli che hanno collaborato, tutti quelli che non hanno mai detto no, sono Auschwitz».     

    

Nessun commento:

Posta un commento