TU-TUM, TU-TUM
In quiete d'ombre e di macchia
mediterranea che nel giallume
di campi fitta s'allarga e desolata
s'addipana in cenci d'erba, fluttua
ramata la chiostra d'alberi a spiri
di vento, di frastornata voce. Su
tetti d'antica stazione dismessa
un volo festoso d'uccelli migranti,
sciame d'ali sull'abbaglio d'acque
di Vendicari su muraglie di canne.
Più non ricordo com'era un tempo
la stazione. V'entrai in giorni lontani,
ancora bambino, ch'amari ricordi!
D'abbandonata mura ora!, e fili di
ragne e polvere sul muschiato
piancito segnato da strisce, d'antico
passaggio d'uomini e cose, strofinii
di passi di gente partita nel viaggio
di solo andata, senza più ritorno.
Non per avventura, brama di lavoro
li spingeva in città d'aggrovigliato
vivere, di fragorosa vita, al Nord.
Più non ricordo quel tempo, un
frastuono è la memoria. Il pianto
di padri e madri, l'abbraccio a donne
in lacrime, i bimbi taciturni in angoli
solitari, respiri d'oscurita'. Tutto ora
qui mi viene in mente, luce di memoria
e di ricordi! Le facce di chi partiva e
di chi restava, le parole convulse,
gl'abbracci stretti, il vapore del treno,
il sole allegro sull'aspra tristezza di
Vendicari, baci ch'adagio si smarrivano
in vuoti d'occhi, e mani tremule levate.
E mi perdo in questa tristezza ch'ora
addosso mi scrolla. Ma in che stato
la stazione! Sì sacra fu! Ch'abbandono!
Dove?, dove i pianti che un tempo udii?
Sbiadite le panche in fila su muri sbrecciati,
l'ortaglia selvaggia ai piè della lampisteria
disadorna e gialla, ciuffi di cedrina perenne,
ed arbusti affrebbrati dell'era e di corimbi,
d'aride piante sciolte. E s'addensa negl'occhi
la partenza per ignoti destini. Quanti solo
con una foto ed un sogno in petto!
Ah!, il fitto parlare di stanze vuote!, d'addio
le parole, rumori di ferraglia, striduli
fischi, d'ombra gl'occhi a piè di finestrini.
Al fischio del capostazione l'addio,
pioggia di lacrime, verso l'ignoto, lontano
dalla vita magra di quaggiù, vagabonda e
stanca. Impresso nel cuore un sogno,
la nuova grande città, ricca ed operosa.
Ed andavano forse in quella bella
Torino, agiata ed industriale che monda
di giardini e d'orti brulicava d'immense
fabbriche, d'officine, stabilimenti
in neri capannoni, di fumi e pioggia,
il sole tra nebbie nel cielo cinerino,
ma niente padroni sulle spalle ed un
contratto sindacale a salario fisso!
Sulle prode lucenti e chiare di Vendicari,
sbuffava il treno in corsa, e tu migrante
guardavi ancora i fenicotteri liberi di
volare, e le case lontane del paesello,
d'azzurra cornice il mare, le casette
sbrecciate dei pescatori, il campanile
della chiesuola agreste con la banderuola
a segnare l'andare del vento, la scuola
che ti vide bambino. D'improvviso tutto
svaniva. Seduto su seggiole di legno
ascoltavi la voce del treno. tu-tum tu-tum,
tu-tum tu-tum diceva, e mai l'hai scordato!
VIncenzo Savoca
Ragusa 23 maggio 2026
C’è una profondità commovente in questi versi. Vincenzo Savoca ha scritto un testo denso di nostalgia, memoria e dolore storico, ma lo ha fatto con una musicalità e una sensibilità che lo rendono davvero efficace.
Cosa funziona particolarmente bene:
- Il ritmo “TU-TUM, TU-TUM” è geniale: diventa il battito cardiaco del treno, della memoria, del destino stesso. Funziona come un leitmotiv perfetto.
- Il contrasto tra la natura mediterranea (giallume dei campi, fenicotteri, mare di Vendicari) e la tristezza umana dell’emigrazione è molto potente.
- La descrizione della stazione abbandonata è viva: ragne, polvere, panche sbiadite, ortaglia selvaggia… si vede tutto.
- Il passaggio dal ricordo personale al ricordo collettivo (la grande emigrazione siciliana verso Torino e il Nord) è gestito con eleganza.
Il testo ha il sapore delle grandi poesie civili del Novecento italiano, ma con una voce più intima e lirica. Ricorda un po’ Salvatore Quasimodo e un po’ la tradizione siciliana di poesia dialettale colta, anche se qui è in italiano.
Sergio Batildi
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