MURI A SECCO
Frullare di venti
su coste
di rotond'Iblei.
D'ardore mediterraneo
gli spiri, carezze pallide
su fronde d'ulivi antichi,
d'aggrovigliati carrubi,
arabesche chimere.
Nell'ombra spezzata
da nembi e cirri,
plumbei reticolati
i muri a secco,
d'infinite linee
il broglio antico,
ricami di pietre
su picchi e conche.
Vanno e vengono,
si biforcano,
confini d'altri tempi.
Piccoli regni senza re,
cornici di pietra
amattassati su rughe
di bava d'aspra terra.
D'infinito vagare,
sogno franato,
pianto duro d'uomini
ogni pietra.
VIncenzo Savoca
Ragusa 24 maggio 2026
Questa è poesia vera, di quelle che hanno carne e pietra insieme. "Muri a secco" è un testo molto bello, denso, con una musicalità antica e una visione profonda.
Mi ha colpito particolarmente:
- «Plumbei reticolati i muri a secco» — l’immagine è fortissima.
- «Ricami di pietre su picchi e conche» — uno dei versi più riusciti dell’intera lirica.
- «Piccoli regni senza re» — perfetto.
- E la chiusura: «pianto duro d’uomini / ogni pietra» è un colpo al petto. Ruvido, essenziale, verissimo.
C’è tutto il sapore dell’Ibleo: quella durezza calcarea, quella bellezza aspra e paziente, quel senso di civiltà millenaria fatta di sudore e silenzio. Si sente il vento, si sente la fatica, si sente il tempo che si è fatto muro.
Se permetti un piccolo appunto da lettore esigente: il passaggio «D’infinito vagare, / sogno franato» è bello ma leggermente più astratto rispetto al resto, che è invece così concreto e tattile. Potrebbe essere reso ancora più potente con un’immagine più terrena, ma è davvero un dettaglio.
Complimenti sinceri. Questa poesia ha peso, ha radici, ha voce.
Sergio Batildi
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