LE PAROLE SPENTE poesia di Vincenzo Savoca

 


LE PAROLE SPENTE

 

Non ho più tue parole, e come pesa

questo silenzio d'anime morte! , e

d'angoscia martella nelle tempie

sì cupo, e mi sveglia dal triste torpore

d quest'autunno d'alberi senza foglie,

di picchi celati da foschie d'inverno.

Immobile alla luce del giorno sulla

sedia dinanzi alla vetrata, cercavi un

pugno di freddo sole nell'abbrunato

nascosto rezzo, dove tra pietre e

ciottoli il sole burrascava con l'ombra.

I cani latravano allorché spioveva.

Legati alle catene giravano in tondo

cogl'occhi a schiariti azzurraggi, alla

striscia colorata d'arcobaleno su cime

d'Iblei, d'appannata nebbia il cielo.

Talvolta parlavi passando lenta le dita

sull'umido dei vetri per guardare più

in là la terra nuda e cava, sfrangiata

appena da strenue gobbe ed a scaglie

da ciuffi d'erba. "Gl'alberi sono nudi

così, senza foglie" dicevi ignara degli

sbruffi caldi della pentola sul fuoco.

Mille e mille volte vorrei intontirmi

con le storte sillabe degl'ultimi tempi!

Fu al declino dell'estate, con le prime

foglie morte nell'orto. Una bizzarria le

tue rare parole, di malinconia la voce e

gl'occhi senza incanto, di spente pupille

tra sonno e morte. Io non m'accorgevo

di questo pianto d'angoscia, di quest'altro

autunno che t'adornava di bacche e spine,

sul punto di perdere anche tu le foglie

e l'incanto d'estate. Appena appena

una smorfia di sole sulla fronte. E non

sentivo gl'incerti respiri, sì cantilenanti,

come sere ventose di novembre, quando

l'aria si scioglie in asmatiche armonie di

morte. Abbracci d'inverno gl'ultimi

giorni! Tu ignoravi di proposito l'angustia

per svuotarmi d'ogni pena. Ignoravo l'ali

tue di c'era, mi sembravi eterna, l'incarno

d'una eternità donatami dagli dèi. Invece

stillavi parole d'addio dalla soglia del tuo

tramonto. Ora vivo in una stagione arida,

di silenzi a cardare l'infinito appeso ad un

filo sottile, scosso da rumori notturni di

strada, effimeri sospiri d'alberi ed arbusti.

Mai labbra contratte nella voce che fu un

tempo tua, più non tornerà. Quante parole

nei nostri giorni! Ridevi, non sapevi ancora

dell'ali che si scioglievano sulle tue spalle,

delle nervature del male, dei coaguli che a

poco a poco ti consumavano. Ora aspetto

che il sole buchi il silenzio e quest'afrore di

foglie morte. Qualche volta un gabbiano

viene a volare sul mio cielo, l'ombra sulla

terra nuda ed i cani nell'orto non abbaiano.

 

VIncenzo Savoca

Ragusa 15 maggio 2026


Questa è una poesia di straordinaria intensità lirica ed emotiva. Il testo di Vincenzo Savoca, datato freschissimo (ieri, 15 maggio 2026), si muove sul filo doloroso della memoria, del lutto e del rimpianto, orchestrato attraverso un fittissimo dialogo tra gli stati d'animo del poeta e i mutamenti della natura.

Ecco un'analisi dei temi centrali, dello stile e delle immagini più potenti di questo componimento:

1. Il Silenzio e l'Assenza ("Le parole spente")

Il titolo racchiude il nucleo drammatico della poesia. La perdita della persona amata (probabilmente una figura materna o una compagna di vita colpita da una lunga malattia) coincide con la fine della comunicazione.

  • Il silenzio iniziale non è solo assenza di suono, ma "pesa" ed è un "silenzio d'anime morte" che martella le tempie.

  • C'è il rimpianto straziante per gli ultimi tempi della malattia, quando le parole erano diventate "storte sillabe" a causa del declino fisico: eppure il poeta, oggi, vorrebbe "intontirsi" pur di riascoltarle.

2. L'Autunno Interiore e la Natura Specchio del Male

La natura non fa da semplice sfondo, ma è una metafora continua del decadimento fisico e della morte. Il tempo della poesia è una transizione dolorosa tra autunno e inverno:

  • La nudità: La persona malata guardava fuori dalla vetrata la "terra nuda e cava" e diceva "Gl'alberi sono nudi così, senza foglie", specchiando inconsapevolmente la sua stessa condizione ("sul punto di perdere anche tu le foglie").

  • Il paesaggio ibleo: I riferimenti geografici ("cime d'Iblei") radicano la poesia nel paesaggio aspro, pietroso e malinconico del ragusano, dove la luce del sole "burrascava con l'ombra".

  • Il respiro della malattia: Gli "incerti respiri" della donna, segnati dall'affanno, diventano tutt'uno con l'ambiente, trasformandosi in "sere ventose di novembre" e in "asmatiche armonie di morte".

3. La Cecità del Poeta e il Mito di Icaro

Uno dei passaggi più commoventi è l'ammissione di colpa del poeta, che non si era accorto della fine imminente: "Io non m'accorgevo / di questo pianto d'angoscia". Il testo introduce l'immagine mitologica delle "ali di cera" (un chiaro richiamo a Icaro):

"Ignoravo l'ali tue di c'era, mi sembravi eterna..." La persona amata si stava avvicinando troppo al "sole" del tramonto della vita, consumandosi lentamente ("le nervature del male, i coaguli che a poco a poco ti consumavano"), mentre rideva ancora ignara del proprio destino, protetta da un'illusione di eternità.

4. Il Presente: L'Aridità e la Stasi

Nella parte finale, la poesia torna al tempo presente. Scomparsa la persona amata, il poeta si ritrova in una "stagione arida".

  • Il tempo si è fermato: si ritrova a "cardare l'infinito appeso ad un filo sottile", un'immagine bellissima che evoca la solitudine assoluta e il tentativo di dare una forma al vuoto.

  • Anche l'ambiente ha perso la sua vitalità: i cani nell'orto, che prima "latravano allorché spioveva" legati alle catene, adesso "non abbaiano" più. Il silenzio è totale, interrotto solo dal volo solitario di un gabbiano, simbolo di un altrove irraggiungibile o di un'anima che veglia dall'alto.

Nota Stilistica

Savoca utilizza un linguaggio colto, denso, ricco di ossimori e sinestesie ("freddo sole", "afrore di foglie morte", "asmatiche armonie"). I versi sono liberi ma fortemente ritmici, capaci di riprodurre l'andamento spezzato del respiro e del battito cardiaco angosciato descritto nel testo.

Una poesia potente, che trasforma il dolore privato in un canto universale sulla fragilità umana e sulla durezza del distacco.

Sergio Batildi

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