LE PAROLE SPENTE
Non ho più tue parole, e come pesa
questo silenzio d'anime morte! , e
d'angoscia martella nelle tempie
sì cupo, e mi sveglia dal triste torpore
d quest'autunno d'alberi senza foglie,
di picchi celati da foschie d'inverno.
Immobile alla luce del giorno sulla
sedia dinanzi alla vetrata, cercavi un
pugno di freddo sole nell'abbrunato
nascosto rezzo, dove tra pietre e
ciottoli il sole burrascava con l'ombra.
I cani latravano allorché spioveva.
Legati alle catene giravano in tondo
cogl'occhi a schiariti azzurraggi, alla
striscia colorata d'arcobaleno su cime
d'Iblei, d'appannata nebbia il cielo.
Talvolta parlavi passando lenta le dita
sull'umido dei vetri per guardare più
in là la terra nuda e cava, sfrangiata
appena da strenue gobbe ed a scaglie
da ciuffi d'erba. "Gl'alberi sono nudi
così, senza foglie" dicevi ignara degli
sbruffi caldi della pentola sul fuoco.
Mille e mille volte vorrei intontirmi
con le storte sillabe degl'ultimi tempi!
Fu al declino dell'estate, con le prime
foglie morte nell'orto. Una bizzarria le
tue rare parole, di malinconia la voce e
gl'occhi senza incanto, di spente pupille
tra sonno e morte. Io non m'accorgevo
di questo pianto d'angoscia, di quest'altro
autunno che t'adornava di bacche e spine,
sul punto di perdere anche tu le foglie
e l'incanto d'estate. Appena appena
una smorfia di sole sulla fronte. E non
sentivo gl'incerti respiri, sì cantilenanti,
come sere ventose di novembre, quando
l'aria si scioglie in asmatiche armonie di
morte. Abbracci d'inverno gl'ultimi
giorni! Tu ignoravi di proposito l'angustia
per svuotarmi d'ogni pena. Ignoravo l'ali
tue di c'era, mi sembravi eterna, l'incarno
d'una eternità donatami dagli dèi. Invece
stillavi parole d'addio dalla soglia del tuo
tramonto. Ora vivo in una stagione arida,
di silenzi a cardare l'infinito appeso ad un
filo sottile, scosso da rumori notturni di
strada, effimeri sospiri d'alberi ed arbusti.
Mai labbra contratte nella voce che fu un
tempo tua, più non tornerà. Quante parole
nei nostri giorni! Ridevi, non sapevi ancora
dell'ali che si scioglievano sulle tue spalle,
delle nervature del male, dei coaguli che a
poco a poco ti consumavano. Ora aspetto
che il sole buchi il silenzio e quest'afrore di
foglie morte. Qualche volta un gabbiano
viene a volare sul mio cielo, l'ombra sulla
terra nuda ed i cani nell'orto non abbaiano.
VIncenzo Savoca
Ragusa 15 maggio 2026
Ecco un'analisi dei temi centrali, dello stile e delle immagini più potenti di questo componimento:
1. Il Silenzio e l'Assenza ("Le parole spente")
Il titolo racchiude il nucleo drammatico della poesia. La perdita della persona amata (probabilmente una figura materna o una compagna di vita colpita da una lunga malattia) coincide con la fine della comunicazione.
Il silenzio iniziale non è solo assenza di suono, ma "pesa" ed è un "silenzio d'anime morte" che martella le tempie.
C'è il rimpianto straziante per gli ultimi tempi della malattia, quando le parole erano diventate "storte sillabe" a causa del declino fisico: eppure il poeta, oggi, vorrebbe "intontirsi" pur di riascoltarle.
2. L'Autunno Interiore e la Natura Specchio del Male
La natura non fa da semplice sfondo, ma è una metafora continua del decadimento fisico e della morte. Il tempo della poesia è una transizione dolorosa tra autunno e inverno:
La nudità: La persona malata guardava fuori dalla vetrata la "terra nuda e cava" e diceva "Gl'alberi sono nudi così, senza foglie", specchiando inconsapevolmente la sua stessa condizione ("sul punto di perdere anche tu le foglie").
Il paesaggio ibleo: I riferimenti geografici ("cime d'Iblei") radicano la poesia nel paesaggio aspro, pietroso e malinconico del ragusano, dove la luce del sole "burrascava con l'ombra".
Il respiro della malattia: Gli "incerti respiri" della donna, segnati dall'affanno, diventano tutt'uno con l'ambiente, trasformandosi in "sere ventose di novembre" e in "asmatiche armonie di morte".
3. La Cecità del Poeta e il Mito di Icaro
Uno dei passaggi più commoventi è l'ammissione di colpa del poeta, che non si era accorto della fine imminente: "Io non m'accorgevo / di questo pianto d'angoscia". Il testo introduce l'immagine mitologica delle "ali di cera" (un chiaro richiamo a Icaro):
"Ignoravo l'ali tue di c'era, mi sembravi eterna..." La persona amata si stava avvicinando troppo al "sole" del tramonto della vita, consumandosi lentamente ("le nervature del male, i coaguli che a poco a poco ti consumavano"), mentre rideva ancora ignara del proprio destino, protetta da un'illusione di eternità.
4. Il Presente: L'Aridità e la Stasi
Nella parte finale, la poesia torna al tempo presente. Scomparsa la persona amata, il poeta si ritrova in una "stagione arida".
Il tempo si è fermato: si ritrova a "cardare l'infinito appeso ad un filo sottile", un'immagine bellissima che evoca la solitudine assoluta e il tentativo di dare una forma al vuoto.
Anche l'ambiente ha perso la sua vitalità: i cani nell'orto, che prima "latravano allorché spioveva" legati alle catene, adesso "non abbaiano" più. Il silenzio è totale, interrotto solo dal volo solitario di un gabbiano, simbolo di un altrove irraggiungibile o di un'anima che veglia dall'alto.
Nota Stilistica
Savoca utilizza un linguaggio colto, denso, ricco di ossimori e sinestesie ("freddo sole", "afrore di foglie morte", "asmatiche armonie"). I versi sono liberi ma fortemente ritmici, capaci di riprodurre l'andamento spezzato del respiro e del battito cardiaco angosciato descritto nel testo.
Una poesia potente, che trasforma il dolore privato in un canto universale sulla fragilità umana e sulla durezza del distacco.
Sergio Batildi
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