lunedì 2 ottobre 2017

Educazione religiosa, Riccardo Lera

"Chi prega poco ottiene poco, chi prega tanto ottiene tanto, chi prega tantissimo otterrà la vita eterna", sentenziava nonna Teresa; ed ancora mi ammoniva: 
"Non pregare è un volar senza ali". 
Da lei mi vennero i primi insegnamenti religiosi e mattino e sera era un dovere snocciolare il Vi Adoro, nelle corrette versioni circadiane, seguito dal Pater, Ave e Gloria, poi dall'Angelo di Dio e dall'invocazione ai defunti, l'Eterno Riposo, per concludere con una preghiera, mai più udita dalla bocca di nessun altro, in cui si raccomandava a Dio la protezione su tutti i membri della famiglia. 
Altre preghiere trovavano la loro collocazione durante i diversi momenti della giornata: in occasione della preparazione della pasta, con un segno della croce inciso sull'impasto, o con richiesta di benedizione divina sul cibo da consumarsi, prima di sedersi a tavola, o ancora nel rosario serale. 
Momenti particolari erano i temporali, segno, a suo dire, dell'ira divina contro i peccati umani ed era un: 
"Gesù, Giuseppe, Maria siate la salvezza dell'anima mia", ad ogni fulmine sferzato dal cielo verso terra. Nonna andava a messa tutte le mattine, alle sei e mezza, prima dei lavori di casa. In vita sua aveva fallito due volte, giacché zio Guido, suo figlio maggiore, non riuscì ad entrare in Seminario perché non scrisse nulla sul tema assegnatogli all'esame d'ammissione e mio cugino Renato ancora sventola quell'insuccesso paterno, autoproclamandosi figlio di un foglio bianco. Inoltre mia madre, forse allergica alla tonaca, non volle assolutamente saperne di farsi suora. 
Con zio Giorgio, nonna nemmeno tentò, tanto scavezzacollo quello si dimostrò fin dai primi anni di vita. Marinava spesso la scuola e a casa le buscava sempre, ma era il più generoso di tutti; le prese di santa ragione anche quando si azzuffò a sangue per difendere mia madre che, piccolina, rischiò di perdere un occhio per una sassata scagliatale con una fionda da un suo avversario. 

"Se tu sei così", disse nonna Teresa quando Giorgio tornò a casa tutto pesto "l'altro è sicuramente morto". 
Fu suonato anche quando tornò a casa bagnato marcio d'acqua; ma in quell’occasione alcuni passanti avevano visto tutto, e avvisato il podestà, ricevette la medaglia d'oro dal duce e qualche quintale di farina, per aver gloriosamente tratto in salvo dal fiume suo cugino, ormai bello morto e spacciato. Era bello zio Giorgio e mia madre teneva, in collegio, a Ravenna, la sua foto sotto il cuscino, da mostrare con orgoglio alle compagne; aveva i capelli neri imbrillantinati, pettinati all'indietro a scoprire la fronte, lo sguardo fascinoso ed i baffi curati ad incorniciare una bella bocca dalle labbra sottili.
Io da nonna Teresa sono stato amato come un figlio. Mi segnava sempre la gambetta che la polio si era presa, con l'acqua benedetta di Lourdes, e per me probabilmente riservava attenzioni che nessuno fra i figli ebbe il privilegio di avere. Vivevo con lei e col nonno, perché i miei lavoravano facendo più ore dell'orologio, per tirare avanti la baracca. Stavano in due stanze a Stazzano, in una casina con il giardinetto, il pozzo, una pianta di fico, la pompa dell'acqua ed i conigli. 
Io dormivo in un lettino fianco ai nonni; di notte ricordo il rumore metallico dell'orinare di mio nonno nel pitale smaltato, tenuto poi nel comodino. Quella piscia durava mezz'ora e mentre l'orinale si riempiva, il rumore mutava, sempre più liquido ed io stavo ben rinserrato sotto le coperte perché non mi si sentisse ridere. 
Al risveglio giocavo a filettare, serrando le palpebre, le bave di luce che si gettavano a lama fra gli elementi legnosi delle gelosie. Il sole scandiva il lieve turbinio dei granuli di polvere e si ficcava contro lo scarno mobilio ed i muri bianchi e puliti. 
Saltavo giù dal letto e per me c'erano gallette, latte di mucca e l'orzo della Ecco, nella sua scatola con le strisce bianche e marroni che si rincorrevano a spirale. Poi c'era da giocare con Mirca, la cagnetta di Olga, mamma del Claudio; abitavano sopra di noi. 
E poi via, con nonno Giuseppe, lui sempre in silenzio, a far provvista d'acqua di zolfo, i fiaschi in una borsa di pelle nera, oppure nei campi, a far su l'erba medica, a veder mietere il grano, a cavar le pannocchie, a pestar l'uva coi piedi e bere il mosto. E ancora con lui si pescava in Scrivia, di venerdì, giorno di magro, con la bilancia, i piedi dentro l'acqua che luccicava argentea dal guizzare delle arborelle. 
Più grande mi accompagnò a scuola tutti i giorni e mi sedeva sulla canna della sua bicicletta, con quel suo pedalare lento, finché un mattino sinistro, maldestramente, io gli infilai un piede fra i raggi della ruota davanti. Volammo in aria entrambi ed io ricaddi sopra di lui; lui era solo in ansia per me ed io non mi feci nemmeno un graffio. Lui chissà cosa si ruppe. Non andò mai da nessun medico, ma il braccio destro non lo usò più, nemmeno per mangiare, ed in quell'occasione non ricordo né un suo lamento, né un imprecazione, né tanto meno una parola di rimprovero. 
Ricordo di quella casetta bianca, il lindore, quella dignità povera e contadina, quei gesti ed il valore assoluto delle cose: un pezzo di pane era un pezzo di pane, una festa una festa, un lutto un lutto. Piansi quando vi fu il trasloco verso Serravalle. 
Nonna continuò ad allevarmi fino a quando non fui grande e la ricordo ormai inferma a letto, cieca, carezzarmi il viso ormai adulto e non più glabro. 
“Bell'el mi barbon", mi sussurrava riassettandomi la barba. 
"Tieni" e mi dava cinquemila lire ogni settimana , "ti ci puoi comprare il tabacco per la tua pipa. Mi piace quell'odore lì". 
Se ne andò in punta di piedi, una notte, aspettando che mi fossi allontanato, tra un esame universitario e l'altro, per un breve periodo di vacanza. Ma tornando all'infanzia la mia educazione spirituale fu nelle amorevoli mani di ben altre persone, altro che Nonna Teresa! 
Già il libro del catechismo si presentava rassicurante con l'immagine di un fanciullo pallido e sanguinante, laocoonticamente intrappolato fra spine e rovi. Poi ci furono i candidi racconti della Signora Cora, dalla voce da basso drammatico, con bambini disobbedienti e senza Dio posseduti, sbranati e seviziati da incantevoli figure diaboliche ed infernali, dove la lingua biforcuta, le corna, gli zoccoli e la coda ritorta erano i tratti più dolci e quasi efebici. 
Nella nostra formazione spirituale il senso del peccato era in ogni cosa, nei gesti, nelle parole, nel pensiero; in Parrocchia, sul muro accanto al confessionale maschile v'era dipinto in blu un precisissimo esame di coscienza, stentoreo nei toni, venialità e gravità del peccare pressoché indistinguibili e si accedeva al colloquio col confessore sempre nell'angoscioso dubbio di essersi scordato qualcosa d'importante. 
E poi le domande, alle quali inutile era sottrarsi, in quanto già in esse implicita l'esistenza certa della colpa, oppure incomprensibili per l'età, e quindi ancor più minacciose: hai deriso la Chiesa? Dato appoggio ai suoi nemici? Ed io che avevo come amico qualche figlio di sicuri comunisti, che rischi correvo? Terribile era l'ammonimento raffigurato sulla porta del confessionale, dove Gesù nell'atto di miracolare un paralitico, così lo apostrofa: 
"Va', ora sei guarito; e non peccare più, che non ti capiti di peggio".
Più grandicello, le ultime domande scritte su quel muro erano una partita senza storia; hai commesso atti impuri? Letto libri o riviste... Lì eri impallinato senza remissione e le minacce circa possibili esiti mentali, con pazzia o altro, susseguenti alla masturbazione erano uno spauracchio che odoranti di diabolico zolfo, ogni educatore non mancava mai di rammentarti una settimana sì e l'altra pure. 
Solo dai Rossi, il buon Don Rino ti chiedeva clemente se questa deplorevole azione era stato commessa con la deliberata intenzione di offendere il Signore e al dipingersi sul volto del penitente uno sbigottito stupore, l'assoluzione giungeva liberatoria e rasserenante. 
Crebbi poi chierichetto, spesso di servizio, per ovvi motivi, presso l'Oratorio dei Rossi, con la cotta bianca e la tunica nera nei dì normali e porpora in quelli di festa; si rispondeva ancora al prete in latino. Prima della messa era un silenzioso bisticciarsi il possesso del turibolo, da ondeggiarsi con apparente sicurezza, in grigiobianchi sbuffi d'incenso. Altro oggetto ambito era il campanello da squillarsi secondo un ferreo protocollo durante la Consacrazione; ai novizi restavano le ampolline, compito arduo, ché bisognava ricordarsi il gradimento alcoolico dell'officiante di turno per non incorrere in non improbabili reprimende. 
Fui anche aspirante e poi, nel 1970 attivista del gruppo giovanile Santo Stefano, baluardo paesano eretto dal Parroco, Reverendo Don Angeleri, all'avanzarsi nella piccola provincia del sessantotto e dei suoi figli naturali quali temutissimo, ad esempio, il cattocomunismo. 
Ma in quegli anni noi si giocava ancora al pallone, al calcio-balilla e al ping - pong, si andava a Messa, si frequentava l'oratorio, dove si doveva tenere tutto pulito e a posto; tragicomico fu da parte mia il rigido rispetto dell'ordine impartitomi da Don Giuseppe, il viceparroco di quegli anni, dove al suo: 
"Lera, lava i vetri" io obbediente ed equivocante "levai" tutti i vetri della Casa del Giovane pensando di dover dare lo smalto ai telai delle finestre. Dovevamo andare ancora alle superiori, i più acculturati leggevano forse i Malavoglia, le ragazze si salutavano appena. A parte i segni fisici dei mutamenti indotti dalla pubertà e le incontrollabili conseguenze ad essa connessa, nulla era cambiato in tutti noi e le sponde dello Scrivia non sembravano oscurarci niente d'importante e ad esse, fra famiglia, scuola e oratorio appoggiavamo tutti i nostri orizzonti.




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