martedì 31 ottobre 2017

1944. Val Borbera, Riccardo Lera

by, Riccardo Lera Alessandria
1944. Val Borbera. I partigiani credendo di rubare armi ai tedeschi, si trovano per le mani un carico di polli.
Il contratto
Questo la Cesarina non avrebbe dovuto farglielo. 
Sotto la nebbia era padrona assoluta, ed anche se era vicino al paese, i tetti rossi di Borghetto sembravano essere sciamati via. Era stato il Tigre a dirglielo. 
L’aveva chiamato sotto il grande castagno la sera prima, davanti alla cucina. Lui s’era girato il berretto di traverso e come al solito erano state due parole. Ma questa volta non l’aveva guardato dentro gli occhi. I suoi li tenne giù bassi, in mezzo ai sassi e pure la voce, anche quella fu bassa. Non avrebbe voluto credergli. Era stato ben attento, come Juventus gli aveva spiegato. E Juventus era uno che di donne se ne intendeva, vecchio com’era. 
E invece su dalla valle era venuto José. E al Tigre l’aveva detto. E il Tigre storie non ne raccontava mai. 
Cesarina era incinta. Quando era successo Giovanni non poteva saperlo, perché Cesarina faceva da staffetta e su al campo era venuta spesso. 
Giovanni aveva fatto su il suo parabellum ed aveva deciso di scendere la mattina presto. Anche Tigre aveva detto che era meglio che scendesse. 
A Giovanni tremavano le gambe, più di quando s’era trovato da solo davanti a due camicie nere, che s’era buttato nel bosco mentre quelle sparavano all’impazzata. Ma allora gli era andata bene. I fascisti non solo non l’avevano beccato, ma nemmeno avevano trovato i segni del suo passaggio e così era potuto tornare al campo dove nessuno osò chiedergli se se l’era fatta sotto. 
Ma ora era diverso, Cesarina aveva sedici anni e suo padre, un ricco commerciante, non l’aveva mai potuto sopportare. 

Il problema più grosso era passare il ponte. Sopra c’era sempre una pattuglia dei loro. Dalla boscaglia vide, nel buio della notte, le loro cicche galleggiare in bocca. Giovanni decise di passare più sotto, dove il torrente si sciacquava contro i sassi della rapida del mulino. Si piegò dietro un cespuglio, poi col cuore che gli spaccava le vene del collo, corse basso sulle pietre tra le pozze d’acqua. Fu fortunato. Si rotolò, respirando come un mantice, dietro un tronco e stette ad ascoltare per due minuti buoni. Le orecchie gli ronzavano per la tensione. Niente. 
Si sporse dal tronco. Eran sempre là a fumare ed uno sghignazzava, ragliando come un asino. 
Scese ancora un po’ lungo la riva, poi imboccò il sentiero che portava alla piazza del maneggio. Il campanile tirò le quattro. La casa di Cesarina stava oltre la privativa, dopo due viottoli, prima della carrareccia per Molo, in mezzo a due gerbidi.
Era davanti al portone, Giovanni. Sentiva freddo, mentre il cuore batteva più forte della Breda della sua divisione. Bussò. Si guardò intorno a destra e a mancina. Non c’era nessuno. Sul portone improvvisamente schiuso s’affacciò il padre di Cesarina con una lanterna in mano ed uno sguardo marcio. Lo tirò dentro per il collo e lo sbatté contro il muro.
“Porco, bastardo”, gli soffiò in faccia, fra i denti guasti.
Giovanni non riusciva a rispondere. Si portò istintivamente una mano sulla nuca e se la ritrovò umida di sangue.
“Tu, un poco di buono con solo la pelle addosso, come hai osato?”
“Dov’è Cesarina?”, fece in un lamento Giovanni.
“Stai zitto, pezzente!”, gli urlò quello sopra la faccia.
“Io amo sua figlia.”
“Ah, tu la ami. E con cosa credi di sfamarla una famiglia, con l’amore?”
“Quando ci sarà la rivoluzione, ci sarà da mangiare per tutti.”
Un ceffone colpì Giovanni in pieno viso.
“Sei proprio un idiota. Amore e rivoluzione. Ne poteva beccare Cesarina degli imbecilli, ma tu li batti proprio tutti.”
Giovanni cercò un fazzoletto in tasca. Ci sputò sopra e poi cercò di tamponarsi la ferita. Il vecchio intanto aveva posato la lanterna sul tavolo. Fece due passi e si tirò alta la cinta dei pantaloni.
“Alzati!”, ordinò a Giovanni.
Il commerciante prese due sedie e le mise una accanto all’altra. Si sedette.
“Alzati e mettiti qui. Non vali nulla. Ma perso per perso, ho un affare da proporti.”
Giovanni s’alzò e si sedette fianco a quello. Guardò il parabellum, era là per terra.
“Raccoglilo quello. Ti servirà.”
Giovanni tirò su l’arma e poi si sistemò sulla sedia.
“Senti ragazzo. Non credo che ce la farai. Ma se ci riesci”, ed all’uomo brillarono gli occhi ”Cesarina te la lascio.” 
Buffò in aria e poi riprese:
“Tu pensi che io sia solo una carogna. Ma io, lo giuro sull’anima della mia povera moglie, a mia figlia e questo mio nipote ci debbo pensare.” 
Guardò Giovanni come a scavargli gli occhi: 
“Come certo saprai io sono un mercante di pollame.”
Il giovane annuì.
“Ieri sera mi sono arrivati da Genova tre camion pieni zeppi di polli. Dall’inizio della guerra non ero riuscito a mettere su un affare così grosso. Eran qui davanti casa, ma questa notte sono spariti. Duemila polli! Duemila polli per gli americani e quelli ti pagano bene. Ma se a Genova non vedono i quattrini… Insomma sono rovinato. Trovami i polli, disgraziato, fra i tuoi compagni, tra le camicie nere o quelle brune, dove sono riportameli! Ed ora fuori di casa mia!”
Alzò la lanterna, aprì la porta e Giovanni si trovò fuori in strada. Già albeggiava. Non gli conveniva ripassare il ponte. Era meglio fermarsi in paese. Giacomo non l’avrebbe mandato via. 
Giacomo era un uomo di sessant’anni. Nella vita s’era aggiustato facendo il ciabattino e, così fra un tacco ed una tomaia, riusciva a sapere di un po’ di tutti. In quattro balzi gli fu davanti al negozio. Giacomo, viveva lì, nel retrobottega. Picchiò sui vetri a palmo della mano aperta.
Giacomo aveva il sonno dei vecchi. Con il gomito fece un buco nella condensa del vetro. Aprì. 
“Giovanni che ci fai qui di mattina! E’ pericoloso!”
“Guai, Giacomo”, disse asciutto Giovanni, rovesciando un mucchio di scarpe da uno sgabello per mettercisi a cavalcioni.
Giacomo aveva una qualità rara. Sapeva stare zitto e Giovanni poté comodamente raccontare i fatti suoi.
Il ciabattino era rimasto in piedi mentre Giovanni parlava. Si grattò la testa:
“Quel taccagno del padre della Cesarina ha rovinato mezzo paese con le sue ruberie. Una lezione gli andava a pennello. Ma la tua faccenda cambia le cose.”
“Cioè?”
“Cioè, è che io dormo poco la notte e così, verso le due, s’è sentito un gran via vai di camion e macchine dalla casa di quel mentecatto, così tirchio che manco un cane s’è comprato per paura di mantenerlo.”
Giovanni s’alzò davanti a Giacomo.
“Chi erano?”
“S.S. figlio mio, più qualche fascista che ha fatto la soffiata”, borbottò il ciabattino.
Giovanni storse la bocca:
“Dove si sono diretti?”
Giacomo allargò le braccia:
“La direzione che hanno preso era verso Vignole, poi sai di lì… Arquata, Serravalle, chi lo sa?”
Giovanni raccolse il parabellum e fece per uscire.
“Dove vai?”, lo fermò Giacomo sbarrandogli col corpo la porta; “Vuoi farti ammazzare? Adesso ti metti nel retrobottega e aspetti che arrivi sera.”
“Più ore passano, peggio è, vecchio! Fammi passare il torrente”, chiese deciso il ragazzo.
Giacomo appoggiò le mani tese contro il muro. Rimase in silenzio per due minuti buoni. Il capo era chino in avanti a scavare fra i pezzi di tomaia. Poi sputò fra le scarpe rotte e disse:
“Verso le nove, Giuseppe il birrocciaio passa col carro carico di fieno per andare a dar da mangiare alle quattro vacche che gli hanno lasciato. Se ti infili dentro e sei fortunato passi il ponte.”
“Ah vecchio, il cervello ti ruota ancora!”, sorrise Giovanni.
“A me sì; è a te che batte a vuoto. Stai qua mentre cerco di convincere Giuseppe.”
Giacomo tornò dopo mezz’ora:
“Un paio di scarpe nuove mi costi! Comunque m’ha detto di sì. Passerà qua davanti.” 
Si sedettero in silenzio ed aspettarono.
Giuseppe arrivò col ronzino ed il carro pieno di letame.
“Ma non mi avevi detto che portava del fieno”, si lamentò Giovanni.
“Taci, monta ed infilati sotto. I fascisti sono allergici più al letame che al fieno”, sentenziò Giuseppe. “Lasciati una fessura per respirare.”
Poi si girò verso Giacomo “Mi raccomando, nuove!”
“Sì, sì nuove; portami di là dal ponte questo ragazzo. Intero.”
Giovanni si cacciò dentro il letame, si garantì una sorta di feritoia fendendo il letame col parabellum. Poi sentì il carro muoversi. L’odore era nauseabondo da vomitare. Strinse le mani forti sulla sua arma. Passò un tempo infinito in cui non udì nulla. Poi la luce del sole lo accecò.
“Dai salta fuori di lì”, disse la voce di Giuseppe “Cento metri verso la collina c’è un rio. Lavati! Non credo andresti dalla Cesarina in quel modo.” Sghignazzò.
“Grazie”, tagliò corto Giovanni, incamminandosi verso l’alto.
Si cacciò nel rio vestito com’era. Quando si considerò ai limiti della decenza, pulì l’arma con del fogliame. Poi partì verso il suo distaccamento.
Camminò un’ora buona. Di guardia c’era Tarzan.
“Che ti è successo Giovanni, te la sei fatta nelle brache?”
Giovanni lo guardò storto, poi andò verso il comando, dove di solito c’era il Tigre.
“Non ci speravo più”, sospirò il Tigre vedendolo. Poi lo abbracciò. “Ma dove sei finito? In una cloaca?”
“Troppo lungo da dire. Tigre siediti, che ti devo parlare”. Giovanni raccontò del contratto col padre della Cesarina. Quando Giovanni finì, Tigre rimase in silenzio, poi scosse la testa: 
“E’ una cosa che non si può fare. Anche se riuscissimo a trovarli, questione della quale dubito, cosa racconto ai ragazzi: che andiamo a morire in bocca alle S.S. per dei polli? Si trattasse almeno di armi…”
Giovanni non lo lasciò finire:
“Tigre, lo sai anche tu che qua non abbiamo quasi più niente da mangiare. E l’inverno è alle porte. Se non mangi non spari”.
“Giovanni hai ragione… ma come capo banda non posso ordinare un’azione suicida per del cibo”.
“E allora crepiamo tutti quanti! Senti Tigre. Si dice ai ragazzi che ci sono delle armi da prendere, poi requisiti i tre camion, uno lo teniamo noi che ci mangiamo per un mese o più, gli altri li porto a quel farabutto”. Giovanni fissava intenso Tigre.
“Dovrei ingannare i ragazzi?”, chiese angosciato Tigre.
“Sì Tigre. E poi non è solo per Cesarina, ma per tirare avanti tutti”, sentenziò Giovanni.
“E se mi chiedono dove vanno gli altri due camion?”
“Alle altre bande”, suggerì Giovanni.
“Non mi piace questa faccenda, Giovanni. Nessuno qua morirebbe per un pollo. Ammesso, fra l’altro che si sappia dov’è. Comunque ci penserò. Questa sera ti farò sapere. Lasciami solo, e poi un'altra cosa”.
“Quale?”, sospirò inquieto Giovanni.
“Lavati!”, concluse il discorso il Tigre. 
Giovanni ubbidì. Si pulì a fondo, cercò un paio di brache ed un maglione nuovi, rimise in ordine il parabellum. Chiudendo gli occhi, la testa gli ciondolava sui capelli bruni di Cesarina, sul suo viso ovale e gli occhi verdi, un po’ mandorlati. L’amava. Gli piaceva quando sorrideva e Cesarina sorrideva sempre. Non l’aveva mai vista assorta, pensierosa, meno che mai triste. Era un urlo di gioia verso la vita. Quella vita che doveva assolutamente dividere con lei.
La giornata si trascinò stanca. Pipetto ed altri quattro avevano catturato una camicia nera, ma o quello era un fenomeno oppure dei camion non sapeva davvero niente. Alla fine poiché respirava ancora, Tigre disse che poteva servire per uno scambio. Pipetto s’imbestialì:
“Vuoi dire che non me lo fai fare?”
“No”, fece secco Tigre e gli girò le spalle.
Pipetto era furibondo:
“Questo cane, m’ha ammazzato due cugini, il fratello di mia madre e mia nonna, lo sai Tigre?”
“Si, ma è no lo stesso”.
Pipetto afferrò per la camicia il Tigre, ma non ebbe il tempo voluto, perché dalla mano del capo partì un pugno diretto al suo mento da far crollare Carnera. 
“Questo non me lo dovevi, Tigre”, mugolò da per terra Pipetto.
“Credi di essere l’unico a cui hanno ammazzato dei parenti? Juventus, mettilo al palo per due giorni”, ordinò crudo il Tigre; poi massaggiandosi le nocche sbucciate, andò da Giovanni che lo aspettava seduto su di un muretto.
Giovanni guardava verso l’alto, le mani in tasca e uno stecco piantato fra i denti.
“Giovanni hai da fumare?”, principiò il capo banda.
“No, mi spiace”, gli rispose l’altro, teso come un fil di ferro.
“Senti Giovanni, si fa. Oggi scendo io stesso giù a Vignole e più in là se è necessario. M’accompagna Beppe, che è del posto”.
“Io no, vero?”, masticò l’altro amaro.
“No, non adesso. Hai troppo di tuo dentro questa faccenda. E io ho bisogno di uomini che facciano andare il cervello”. Tigre picchiò una manata sulla spalla del compagno.
“OK”, assentì Giovanni e non disse più nulla perché si sentiva un buco nello stomaco.
Tigre e Beppe tornarono il giorno dopo. Giovanni guardò il suo capo e, dopo che quello gli ebbe strizzato un occhio, andò dove di solito s’allenavano per il tiro e sparò con ferocia ad un barattolo.
Juventus gli si avvicinò:
“Di’, chi cavolo pensi di essere, il padrone di una fabbrica? Qua le pallottole si contano. Una pallottola, un nemico: così è la matematica, qui!”
“Juventus, se tu m’avessi spiegato meglio, io non sarei qui a sparare alle latte!”, e stizzito s’allontanò.
Tigre aveva disposto una riunione serale di tutto il distaccamento. Parlò con tono incolore:
“Ci sono alcuni camion pieni zeppi d’armi a Vignole. Domani andranno ad Arquata, poi le S.S. se le porteranno a Genova. Quelle armi ci servono.” 
Guardò i visi tesi dei partigiani, disposti a cerchio intorno a lui. Tigre proseguì:
“Abbiamo due possibilità. O li attacchiamo direttamente a Vignole, oppure nella stretta di Pietrabissara, quando partono per Genova. A Vignole sono circa in trecento, attrezzati in tutto e per tutto”. Il silenzio cupo di tutti sottolineò l’attesa dell’alternativa.
“A Pietrabissara, i mezzi saranno scortati al massimo da trenta nazisti. Noi dovremo attaccarli da est, dove scorre la ferrovia. C’è il rischio di restare scoperti. Tuttavia da ovest, dalla montagna sotto Borlasca ci sarà la banda del Lupo, col quale sono riuscito a mettermi in contatto. Fra noi e quelli del Lupo saremo in un centinaio. Andremo in non più di quaranta. E’ rischioso, specie per noi, ma possiamo farcela. Quando loro partiranno dalla stazione di Arquata, da un binario morto vicino al casello di Pietrabissara, un ferroviere, padre di uno della banda del Lupo, farà partire un convoglio merci. Ci farà da scudo”. Tigre si guardò attorno:
“Domande?”
Tutti tacevano. Due mesi prima eran morti in quattro mentre cercavano di far saltare la linea ferroviaria. Lungo, Tino, suo fratello e Milton.
Sorli ruppe quel buio:
“E se da Pietrabissara non fan partire i carri?”
“E allora creperemo tutti”, gridò Tarzan “Siamo qua per combattere mica per giocare alla briscola!”
“E’ vero!” dissero in molti.
“Bravo Tarzan!”, applaudì Bill.
“Li spacchiamo questa volta”, disse Colt fregandosi le mani.
Il canto della divisione partì spontaneo. Tigre sentì quel peso che lo opprimeva affievolirsi. S’accese una sigaretta:
“OK, sarà per domani. Juventus scegli i quaranta. Buonanotte.” 
Passò vicino a Giovanni e senza che gli altri lo vedessero gli strinse un braccio forte. Giovanni avrebbe voluto piangere, ma si trattenne. S’alzò e, senza dire una parola, andò a dormire.
La sera del giorno dopo raggiunsero la valle a loro parallela, quella dello Spinti, dopo sei ore di marcia per risalire il crinale di San Martino e poi scendere verso Grondona. Erano incolonnati e le ginocchia crocchiavano ad ogni passo, specie sul greto sassoso prima dello Spinti, poi dello Scrivia, il torrente che scorreva nella gola di Pietrabissara. 
Là attesero il buio nascosti fra gli alti rovi strapiombanti sotto la ferrovia. Quando il casellante fece partire il treno merci tutti capirono che il convoglio d’armi stava arrivando. Saltarono sul merci. Dieci uomini del Lupo avevano messo un masso sulle rotaie per Genova dove la locomotiva si fermò, schiantando metallica.
Poi partirono raffiche da sotto e da sopra. Per gli altri la sorpresa fu totale. Presi in mezzo spararono qualche colpo, ma poiché molti dei loro cadevano, dopo qualche minuto fecero segni disperati di resa. Erano fascisti, non tedeschi.
La vittoria era totale: una decina di morti fra i nemici, una quindicina di prigionieri, solo qualche ferita da niente fra i partigiani. E poi il bottino. 
Tarzan fu il primo a far saltare il portellone di un vagone e cacciarsi dentro. Uscì coperto di piume:
“Ehi, ma qui dentro c’è solo del pollame”, urlò verso gli altri.
“Anche qui”, gridarono nella notte altre voci.
Lupo andò a piazzarsi davanti al Tigre. Non riuscì a trattenersi e lo schernì:
“Certo che li scegli bene i tuoi informatori?”
“Capo”, ironizzò uno fra quelli del Lupo “con un pollo ammazzo un nazifascista da più di duecento metri!”
“Taci, Pinin!”
Lupo guardò malizioso l’altro capo banda: 
“La serata non è poi andata così male, vero Tigre?”
“No, Lupo, non sono armi, ma con questa roba ci mangiamo per un bel pezzo”.
“Già!” masticò a vuoto l’altro: 
“Allora facciamo così. Duecento metri più avanti ho i tre camion che mi hai fatto avere l’altro giorno. Carichiamo il pollame, poi due mezzi li lasci a me ed uno è tutto tuo”.
“No” disse rauco il Tigre. 
“Per quanto sbagliata, la soffiata te lo fatta io, i camion sono i nostri e sopra Borghetto siamo il doppio dei tuoi. Uno ti basta. Ti posso lasciare quella quindicina di fascisti per eventuali scambi. Per fortuna non sono crucchi; quelli non contrattano mai.”
“Già! E’ difficile che le S.S. facciano scambi”, disse il Lupo un po’ più addolcito. Stette in silenzio per una trentina di secondi, poi riprese: 
“D’accordo, facciamo come dici. Carichiamo i polli, noi ci teniamo i fascisti ed un camion. Tu ti prendi i morti però. Quelli è meglio farli sparire.”
“D’accordo” annuì Tigre. Porse la mano al Lupo; quello la guardò per qualche secondo, poi con un gesto deciso gliela strinse.
“Dai Tigre andiamo via veloci; quelli se non vedono arrivare il treno a Isola fra meno di un’ora sono qua”, accennò il Lupo guardando verso Genova. 
Il lavoro durò poco più di mezz’ora. Poi un camion iniziò ad arrancare sui tornanti verso Borlasca. 
“Bene” disse Tigre. “Dieci saltano sui camion, gli altri tornano a piedi al distaccamento. Possono prendere un pollo, se vogliono, ma solo per mostrarlo a quelli che sono rimasti. Coi camion cercherò di raggiungervi da Vobbia. E’ un giro lungo ma meno pericoloso. Giovanni, con altri tre, da San Martino scendi a Cantalupo: guarda bene cosa succede nella nostra valle. E ora via tutti”. 
Due camion accesero rumorosamente i motori e si diressero verso Isola. Si sarebbe dovuto ancora superare un posto di blocco per la Val Vobbia, ma questo riuscì poi facile da passare, gli uomini sui mezzi mimetizzati con le divise dei repubblichini ammazzati. 
Poi, interrati i morti oltre Vobbia, la banda di Tigre infilò la carrareccia che conduceva in Val Borbera. 
Tutti gli altri iniziarono a tornare indietro a piedi da dove erano venuti, ognuno con un pollo in mano, portato a mo’ di trofeo.
L’umore fra i ragazzi era buono. Le armi sarebbero state importanti, ma tutti convenivano che era sempre meglio sparare con la pancia piena che vuota. 
L’unico cupo era Giovanni. Non avrebbe mai pensato che Tigre avrebbe regalato un camion intero al Lupo. Restavano due camion, ma poiché uno sarebbe rimasto a loro, dal padre della Cesarina sarebbe ritornato con un camion solo. E questo lo preoccupava. Avrebbe voluto parlarne con Tigre, ma sapeva quanto sarebbe stato difficile.
Sopra San Martino la colonna si divise. Juventus guidò la maggior parte del gruppo verso la solita postazione. Giovanni, con altri tre, allungò verso Cantalupo così come era stato deciso. Si incontrarono col Tigre che erano ancora le quattro di notte. 
Giovanni si sedette in cabina, fianco al Tigre, mentre gli altri, nel cassone, tenevano compagnia ai polli.
“E adesso?”, sfuggì dalle labbra a Giovanni.
“E adesso cosa?” gli rispose Tigre, aggrappato alle razze del volante.
“Dal padre della Cesarina ci vado con un camion solo!”, disse a voce alterata Giovanni.
“Stammi a sentire”, sbuffò irato Tigre “Quelli del Lupo ci hanno dato una grossa mano, hanno rischiato la pelle come noi e va già bene che si siano accontentati di un camion solo e dei fascisti. Inoltre, se tutto va bene e raggiungiamo il distaccamento senza intoppi, dovrò raccontare ai ragazzi una frottola grossa come una casa per lasciarti il tuo camion. E di balle, in questi giorni, ne ho dovuto raccontare parecchie. Troppe, chiaro?”
Giovanni si strinse con la mano destra alla maniglia della portiera tanto che avrebbe potuto spezzarla in due.
“Chiaro”, rispose come afono e poi non disse più nulla.
Il viaggio prosegui nella notte tranquillo. Non incontrarono nessun posto di blocco, né una pattuglia. Poco prima di Borghetto tirarono su verso il distaccamento. Quando arrivarono Tigre vide una cosa che non avrebbe mai voluto vedere. 
Il cuoco, sollecitato dalla banda, in assenza del capo, aveva pericolosamente acceso il fuoco di notte sotto il pentolone grande; lo aveva riempito con secchi d’acqua, poi, poco edotto sul come si bollissero polli, s’era fatto aiutare a spiumarli, aveva tagliato loro la testa e aveva infilato tutto nel calderone, senza aprirli né ovviamente pulirli dalle interiora. Come tocco di raffinatezza aveva preso tre blocchi di margarina, arrivati la settimana prima con un lancio degli inglesi, e accuratamente miscelato il tutto col mestolo lungo. I ragazzi stavano mangiando a crepapelle, sbranando i pezzi di pollo che il cuoco distribuiva con equità. Tutti cantavano a squarciagola, qualcuno era persino ubriaco.
Tigre scese dal camion. La sua pelle trasudava veleno da ogni poro.
“Disgraziati! Imbecilli! Fare un bordello del genere, specie dopo la nostra azione che ci tirerà addosso un rastrellamento con quelli più d’un umore più nero delle loro porche divise! Juventus, Juventus… dove diavolo ti sei cacciato?”
Juventus per l’età s’era addormentato e di tutto quel gran can can non aveva udito un bel niente.
“Juventus!”, urlò più forte il Tigre. Quello si svegliò di soprassalto. Dovette stropicciarsi per bene gli occhi per credere a quell’orgia.
“Oh mio Dio”, sussurrò a mala pena.
“Bel vice capo banda sei. Meriterebbero tutti dieci giorni di palo e tu venti, ma non abbiamo tempo, dobbiamo andarcene via di qui. Soldati credete di essere; neanche all’asilo vi prenderebbero!”
Ma non fu necessaria alcuna punizione. Mentre Tigre sbraitava, qualcuno iniziò a lamentare violenti dolori addominali. Poi ci fu chi iniziò a vomitare e di lì a poco tutti si cacciarono tra gli alberi con le brache calate. Lo spettacolo era indecoroso, ma Giovanni riuscì a far sorridere il Tigre:
“Capo, oltre alla bravura del nostro cuoco, i polli i fascisti li avevano farciti all’olio di ricino!”
Tigre si girò il berretto all’indietro. 
“Bene! I fascisti una volta tanto si sono dimostrati utili. Cercate di cacare alla svelta. Per punizione uno dei camion lo doniamo alla banda del Lupo. Giovanni prendi il camion rimasto pieno. Caricati la Breda, ma vai giù a Borghetto a cercare qualcuno che ti accompagni. Giacomo il ciabattino, per esempio” e, per la seconda volta in pochi giorni, gli fece l’occhiolino.
“Gli altri vedano di sbrigarsi in queste faccende fisiologiche. Fra mezz’ora si lascia il campo.”
Molti mugolarono che quel lasso di tempo non sarebbe stato loro sufficiente ma Tigre gridò che se la sarebbero potuta fare addosso in marcia.
Poi giratosi verso Giovanni gli raccomandò piano:
“Stai attento sul ponte per favore. Se è necessario spacca un vetro e scaricagli addosso tutta la Breda. Riconsegna i polli al padre della Cesarina. Vedrai che sarà contento anche di un solo camion. Poi nasconditi da qualche parte. Ti farò sapere tramite il ciabattino.”
Giovanni caricò la Breda sul camion. Guardò i compagni con i sederi ancora per aria e sghignazzò. Era contento per Tigre, che si era dovuto risparmiare l’ennesima menzogna. Grattando il cambio con violenza, dopo qualche sussulto il camion principiò a ridiscendere i secchi tornanti che conducevano a Borghetto. Sull’ultimo, quello prima del ponte, Giovanni fermò l’automezzo e scese. Da dietro i castagni guardò e tirò un sospiro di sollievo. Su quel ponte maledetto non c’era nessuno. Entrò in paese che stava spuntando l’alba.
Picchiò sui vetri della bottega di Giacomo che dopo qualche secondo aprì. Vide il giovane e lo abbracciò come un figlio.
“Sei vivo, Madonna santa. Sai che “quelli” sono scesi tutti giù a Vignole per organizzare un rastrellamento?”, quasi singhiozzò il ciabattino.
“Come fai a saperlo eh, Giacomo”, chiese dolcemente Giacomo.
“Ti basta che te lo dica io? Gesù credevo fossi morto.”
“E invece sono qua. Con un solo camion, ma qua. Dai, consegniamo tutto a quel barbagianni che poi ti racconto tutto. Dovrò fare il bravo bambino per un po’…”
“Si, sì”, pianse il vecchio.
“Giacomo dai salta lassù”, sussurrò Giovanni quasi divincolandosi da quell’abbraccio.
I due partirono. Dopo un minuto erano davanti alla casa del padre di Cesarina. Bussarono. Il portone s’aprì. Guardò entrambi poi sciabolò con sarcasmo:
“Hai dovuto cercare rinforzi eh? Lo sapevo che non ce la facevi da solo. E la roba?”
Giovanni indicò il camion.
“Cosa fai paghi a rate? Dove sono finiti gli altri due?”, chiese acidamente.
“I polli se li erano già mangiati i tedeschi”, mentì il giovane.
“Bene. Niente camion, niente Cesarina. I patti erano chiari.” e fece per chiudere l’uscio.
Giovanni infilò una scarpa fra i due battenti, poi spinse con violenza.
“Mentecatto, villano, cafone”, gridò il giovane entrando in quella casa, “Ti ho portato quello che ho potuto e adesso mi dai Cesarina, altrimenti ti saltano i pochi denti rimasti.”
Il commerciante era stato spinto all’indietro dalla porta che non aveva fatto n tempo a chiudere. Aveva gli occhi di un serpente:
“Lurido verme. Se nessuno ti ha mai insegnato l’educazione adesso te la mostro io.” 
Staccò una roncola dal muro dietro di lui e poi cieco d’odio cercò d’avventarsi sul ragazzo.
Giacomo era entrato anche lui. Come vide quel gesto urlò al pollivendolo:
“Cosa fai? Sei impazzito?” e, cercando di fermarlo lo colpi con due mani sulla spalla. 
L’altro si sbilanciò, perse l’equilibrio, ruotò su sé stesso e cadde a terra; la roncola luccicò in aria e poi si chiuse giù bassa e sorda. Il sangue del mercante schizzò crudo contro il muro; la gola gli crepitò rauca, soffiò aria sibilando. Un tremito, poi più nulla. L’uomo prono sul pavimento aveva il collo trapassato.
Giovanni si chinò e girò il padre di Cesarina sul davanti. Guardò Giacomo.
“E’ morto.”
“No figlio mio. Ti sbagli. S’è ammazzato… è diverso”. 
Poi prese Giovanni per mano e tirandolo via gli ansimò:
“Andiamo via. La Cesarina ti aspetta. So dov’è!”.
“E’ il camion?”, quasi si chiese Giovanni. 
Giacomo guardò il ragazzo e poi, chiudendo gli occhi, disse:
“Lascialo lì! E’ suo. Non era forse quello che voleva?”



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