giovedì 28 settembre 2017

Jeremy Corbyn (Jez), il passo più difficile

New Statesman, Economist, Financial Times (UK), The New Yorker (USA)
Un cara e vecchia amica mi scrive dall’Inghilterra: “Jez is our last hope” (Jez [Jeremy Corbyn] è l’ultima nostra speranza).  Può darsi, le rispondo, ma affinché la speranza si traduca in realtà si rende necessario un progetto politico fattibile che non può ridursi all’enfasi rivendicativa e ribellista con la quale fino a ora Jez ha respinto la rinnovata offensiva neoliberista e conservatrice condotta da Theresa May, culminante con le elezioni anticipate dello scorso giugno. In ragione di ciò, calza perfettamente l’analogia che riproduce Michael Chessum sul New Statesman, la quale, sebbene possa essere giudicata impropria per la sua dose di “crudeltà”, nella sostanza riproduce uno scenario non molto dissimile rispetto a quanto avvenuto in passato in occasione di ampie popolari manifestazioni di sdegno che si tradussero con governi liberamente eletti con un orientamento radicale di sinistra. Egli mette in comparazione la resa di Allende, il suo sacrificio, al losco potere geo-strategico ed economico americano degli anni 70 in confronto a quello che potrebbe accadere domani in Inghilterra dopo un’ipotetica vittoria dei Labouristi di Jeremy Corbyn. Chessum di questo ne dà una sua lucida spiegazione:
“Se, come sembra sempre più probabile, Jeremy Corbyn diventerà Primo Ministro, è difficile immaginare scene simili al di fuori del 10 di Downing Street. Ma l’anniversario del colpo di stato cileno dovrebbe essere una causa di riflessione per la sinistra. Il progetto Corbyn potrebbe apparire nuovo e unico, ma il governo si troverà ad affrontare le stesse forze enormi che altri governi di simile orientamento politico hanno dovuto affrontare – da Allende in Cile a Syriza in Grecia. Finora, la sinistra britannica non ha fatto quasi nulla per prepararsi a questo fatto.”

Quindi:

Dal momento in cui Jeremy Corbyn entrerà in carica, il suo governo affronterà una campagna di sabotaggio. Il programma del Labour del 2017 non è un invito alla rivoluzione socialista, ma rappresenta una rottura radicale e definitiva rispetto al consenso economico neoliberale e un significativo spostamento della ricchezza e del potere verso la base dei lavoratori. L’establishment ha ragione di temere Corbyn, e gli resisterà. Il capitale minaccerà di fuggire dal paese (come fecero le banche dopo l’introduzione dei regolamenti post-crash), i funzionari si rifiuteranno di attuare le politiche e un gruppo di persone altolocate dell’establishment, nonché i media ostili, dichiareranno ogni sua mossa pericolosa e illegale.[1]
Parrebbe solo un problema riguardante il Regno Unito, ma non è così per diverse ragioni. Citiamo le più importanti: la prima riguarda il fatto che la socialdemocrazia inglese – sebbene diversa nella sua natura costitutiva a fronte delle sue consorelle continentali – è sempre stata antesignana nell’elaborazione e successiva applicazione, di nuove tendenze politiche, in particolar modo nelle public policies (welfare state di Bevan, scelte razionali di Blair); la seconda è di per sé evidente: l’Inghilterra non è la Grecia o il Cile e quindi ciò che avviene di “rivoluzionario” nella patria del pensiero economico ortodosso non può non avere riflessi nello stesso ambito a livello planetario.
Labour nel tempo agli antipodi: due catastrofi
Una eventuale vittoria di Corbyn può determinare una svolta epocale nel quadro delle relazione politiche-economiche internazionali, oltre che rinvigorire l’asfittica socialdemocrazia europea. Ma per vincere in Gran Bretagna, in presenza del Westminster Model, bisogna convincere l’elettorato inglese, ovvero essere “governmental”, e per convincerlo necessita una proposta che sia altrettanto alternativa e fattibile, tanto diversa rispetto al remoto e prossimo passato disastroso del Labour: il naufragio dell’83 e il più recente del New Labour.
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Le accanite lotte della sinistra sindacale che culminarono nel 79 con il “the winter of discontent” (l’inverno del malcontento) e la successive intemperanze della sinistra extra-parlamentare “Militants” e “New Left”, entrambe d’ispirazione trotzkista, contribuirono in modo determinante a creare l’immagine di un partito rissoso ed estremista che impressionò negativamente l’opinione pubblica. Una certa colpevole intolleranza da parte della direzione del partito verso questi fenomeni di radicalizzazione pose fine a ogni residua credibilità del Labour come formazione politica di governo, condannandolo alla scissione nel 81 e al nefasto epilogo elettorale dell’83. Ci vollero ben 14 anni e l’avvento di tre segretari per rivedere il ritorno del Labour al n. 10  di Downing Street.
Ma come ci tornò? Su posizioni agli antipodi rispetto alla precedente sciagura. Il duo Blair-Brown principali artefici della presunta “modernizzazione” del “costoso” welfare britannico ruppero con l’idea socialdemocratica dei diritti universali collegati a bisogni precisi o a prestazioni universali introducendo nell’arena sociale concetti di ortodossia economica. Furono abili nel mascherare tale scelta rigorista e per certi aspetti illiberale imponendo il “valore” della personal accountability (responsabilità personale del singolo). Ciò permise di far convergere le politiche pubbliche nella categoria della “scelta razionale” adattandole ai principi della microeconomia classica. Così facendo, introdussero standardizzate procedure di controllo (audit), sostituendo la tradizionale concertazione “politica” (sindacati – enti locali) con una fredda managerialità, che con il tempo si dimostrò insensibile ai casi particolari e alle realtà specifiche. Infine, patrocinarono le milionarie partnership pubblico-privato (scuola, sanità), dal cui epilogo prese quasi sempre forma la privatizzazione degli utili e la corrispondente socializzazione delle perdite. Ci tornò coccolando il capitalismo finanziario della City nella ostentata illusione che il processo di globalizzazione e deregolamentazione del capitale e del lavoro avrebbe beneficiato tutti. Con l’avvento della crisi, però i risultati si rivelarono drammatici: il deficit di bilancio raggiunse l’11%; il debito pubblico schizzò dal 40 all’80% per toccare successivamente il 100%, al quale si aggiunse il funesto record del più alto tasso diseguaglianza sociale e di povertà infantile fra le nazioni occidentali[2].
Dopo aver riportato vaste aree del paese allo scenario lugubre degli anni 50, se non a quello descritto da Orwell negli anni 30, il duo Blair-Brown fu licenziato in tronco dall’elettorato inglese nel 2010. Valse anche per loro, come per le centinaia di migliaia lavoratori sottopagati, la nemesi concernente gli indicatore di efficienza ed efficacia (value for money). Quel criterio apologetico blairiano in base al quale qualunque programma di politiche pubbliche e di sostegno sociale dovesse necessariamente essere giudicato secondo il rapporto costo efficacia.
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Dopo l’imbarazzante intermezzo di Ed Miliband (epigono di Gordon Brown), gli aderenti e i simpatizzanti Labour elessero per ben due volte a maggioranza assoluta l’irriducibile “sinistrosa anticaglia” di Jeremy Corbyn. Egli, promuovendo un programma di giustizia sociale e d’intensa reattività nei confronti del disegno neo liberista del governo conservatore, nonché orientato all’anti-austerity, conquistò nelle General Election del giugno 2017, a dispetto delle più nere previsioni, 262 seggi e il 40% dei consensi – un risultato, che si esclude la prima valanga (landslide) Blair, riporta il partito ai fasti degli anni 60 di Wilson – mettendo così in seria difficoltà il Primo Ministro uscente Theresa May.  Jez, nel breve arco di due anni, dopo aver trascorso più di 30 anni come voce solitaria e inascoltata nel gruppo Labourista del parlamento (eletto nell’83 insieme a Blair e Brown), diventa una star internazionale[3], non solo tra i militanti della socialdemocrazia europea ma anche nel folto gruppo deiDemocrats della sinistra americani. Londinese, abile comiziante, dai toni mai sguaiati e aggressivi, dotato di un raffinato humor britannico, entra nel cuore del popolo inglese.
But it’s not enough” risponde la mia cara amica Moira, la cui perentoria affermazione si accoppia con il suggerimento di Michael Chessum. Si, concordo “Non è sufficiente”, poiché un conto è promuovere un’azione critica contro l’ortodossia economica neo liberista, “this system is rigged and broken” (questo sistema è truccato e rotto); un altro conto è presentare un’alternativa politica fattibile che possa essere giudicata plausibile dagli elettori britannici come il frutto di un “responsible party government”. Ovvero, di un partito diretto da un Primo Ministro, padrone della sua maggioranza, che si avvalga di un programma adeguato per guidare la nazione nel quadro delle istituzioni e delle convenzioni stabilite all’interno del Regno.
Corbyn si è reso conto che molti occhi sono puntati su di lui e che in virtù di ciò un eventuale suo prossimo successo non può essere filtrato attraverso la lente dell’extra-parlamentarismo degli anni 70/80. Essere osannato come una rock-star al festival di Glastonbury da migliaia di giovani è una condizione necessaria ma non sufficiente per potergli aprire le porte del n. 10 di Downing Street. Anche Jez conviene che da tribuno del popolo, fustigatore delle disuguaglianze, si deve trasformare in uno statista socialdemocratico realista e propositivo, nonché altrettanto abile nel respingere ogni prevedibile attacco della corrente logica capitalistica-finanziaria che ha modellato le società occidentali dall’avvento di Maggie Thatcher (79) a oggi.
Che fare?
Le due questioni che attualmente ribollono in Gran Bretagna – ma non solo – le quali, se ben affrontate con politiche pragmatiche e realiste, possono far convergere i voti degli indecisi (swing voters) verso un programma di sinistra moderata sono: la definizione dell’antinomia – ammesso che questa sia veramente tale – Stato-Sovranità versus Immigrazione (vedi Brexit); la riduzione della disuguaglianza economico-sociale, la quale, al di là delle parole, deve essere risolta nel quadro di una proposta di politica economica, sorretta da basi teoriche, che si ponga in alternativa al correntemainstreem neoliberista.
Sulla prima il Corbyn di oggi, checché ne dica Chessum, non è più il Corbyn di ieri:
[Se sarò PM] in futuro, “i lavoratori stranieri verrebbero qui sulla base dei posti di lavoro disponibili e con le loro abilità al seguito. Quello che non permetteremmo è questa pratica da parte delle Agenzie – scandalosa per il modo con cui la fanno – di reclutare la forza lavoro a basso costo e portarla qui per licenziare una forza lavoro esistente nell’industria edile, poi pagarli con infimi salari. È spaventoso, e le uniche persone che ne beneficiano sono le aziende”.[4]
Un’analogia con qualche politico di casa nostra o semplicemente la riproposizione in chiave post-moderna dell’abusata citazione marxiana sull’esercito di riserva?
La seconda presenta degli aspetti più problematici, poiché non è risolvibile solo attraverso la lezione keynesiana degli anni 30, considerato il pesante ammontare del debito privato e pubblico che grava oggi in modo più o meno consistente sulle spalle di ogni singolo paese con economie di mercato. Mentre sul primo arriva tarda la denuncia del Financial Times[5] riguardo alla sua pericolosità (per altro già studiata negli anni 80 da Hyman Minsky); sul secondo, inteso come saldo debitorio estero, ne conosciamo già i suoi effetti. Quindi, la leva del deficit spending per riportare in basso l’asticella dell’offerta sociale (istruzione, sanità, housing) deve essere calibrata con cura se non si vuole incorrere negli strali dell’ortodossia neoclassica, come sostiene in questo caso  a ragione Michael Chessum nel suo brillante articolo. Si potrebbe procedere a un capovolgimento copernicano adottando le nascenti teorie evolutive e istituzionali (Kelton, Mazzucato, Jacobs, Lazonick) le cui analisi, oltre a generare critiche severe delle politiche correnti, offrono prospettive alternative, quali un sostanziale investimento di risorse pubbliche nell’innovazione tecnologica e organizzativa. Con ciò, affermano gli autori, si progetterebbe la creazione di valore economico grazie a un processo collettivo dispensatore di crescita. Tuttavia una socialdemocrazia che si reputi tale, quindi alternativa all’imprinting corrente, con la probabilità che venga scelta nel prossimo futuro dal voto popolare, non può confidare il proprio programma di politica economica su tesi non ancora testate sul campo, pur ammirevoli nella sostanza. Quindi Corbyn, per il momento in questo ambito, si deve muovere tra le forche caudine del copioso debito privato e pubblico. Sul primo l’Economist mette in guardia sulla sua rimontante ascesa[6]; mentre sul secondo la stessa prestigiosa pubblicazione economica liberal appare meno censoria rispetto al passato[7]. Il navigare tra le secche del debito e gli scogli della de-finanziarizzazione per riportare valore all’economia reale non si presenta al Labour come una rotta agevole, soprattutto se questa deve puntare verso la crescita, la valorizzazione dei salari reali e un aumento dell’offerta pubblica.
The next stage is surely the most perilous”. Anche in questo caso concordo con Moira che per Jez il prossimo passo sarà il più difficile. Tuttavia, “fortunatamente”, Corbyn non ha ancora vinto e si spera che egli abbia il tempo necessario per elaborare un programma e una compagine di governo in grado di poter spianare quei cumuli di risentimento e di frustrazione che allo stato attuale costellano buona parte del Regno Unito. Molti analisti britannici ritengono che il Labour nell’arco di qualche anno ritornerà al governo, in quanto l’attuale inquilina di Downing Street, con il suo partito diviso e rissoso, è talmente screditata da non poter reggere più di tanto.  Ma gli stessi avvertono che se Jeremy Corbyn diventerà Primo Ministro gli effetti non saranno solamente “domestici”, poiché, a parer loro, l’Inghilterra, seppur una nazione decadente sul piano economico, conserva ancora un’autorevolezza morale in ambito politico-istituzionale in grado sia modificare gli equilibri internazionali (il legame USA/UK) sia d’influenzare gli orientamenti delle attuali formazioni progressiste nell’area euro-occidentale.
[2] The New Labour Experiment, Florence Faucher, Patrick Le Galés, Standford University Press

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