sabato 2 settembre 2017

I problemi della scuola rimangono gli stessi, Riccardo Lera

A breve la scuola riaprirà i suoi battenti. Ma adesso, come per me cinquantacinque anni fa, tanti problemi sembrano gli stessi.
Erba. E' la prima parola scritta sui banchi di scuola. Si aveva la penna di plastica verde o arancio, dai denti tutta smozzicata in cima, col pennino incastrato a baionetta da intingersi nei neri calamai di vetro incassati nel banco di legno, laccato di grigio. 
Passava Oreste il bidello con l'innaffiatoio e l'imbuto, a colarti giù l'inchiostro, banco per banco, facendoti l'inutile raccomandazione di non sporcarti e per me, soprattutto, erano macchie tutti i giorni, il pennino spuntato, ed i quaderni sempre meno immacolati, con grosse orecchie agli angoli. Fortuna era avere il grembiule nero e i pantaloncini corti, ma il punto dolente era, al collo, il grosso fiocco azzurro, che non voleva mai starsene annodato al suo posto e sempre ti si sovrapponeva, lesto e perfido, fra il pennino ed il foglio. Stavo nel secondo banco di centro, fianco all'Urla, davanti al Vilmer ed al Claudio Maugeri, grande possessore di figurine. 
Davanti non ricordo chi mi sedesse ed anche degli altri che mi furono poi compagni nella vita, Mino, Robi, Massimo, non rammento il posto. Erba scrisse la buona Signora Maselli alla lavagna, in corsivo, col gessetto bianco, erba ricopiammo tutti noi, con quattro peli verdi sotto; con orgoglio si corse poi dai genitori a mostrar l'opera ed io ero molto felice. 

Ma anche allora la scuola viveva le sue incertezze e dopo pochi giorni lei, la Maselli, capelli corvini e viso dolce, ci lasciò; venne al suo posto la S., biondona valchiriana e per me, preso in antipatia, fu notte fonda. Note di demerito, convocazione dei genitori, urla e rimbrotti a non finire; secondo costei covava in me il germe della ribellione, dell'indisciplina e della disobbedienza entropica cosmica. 
E per tale motivo il suo rigore non era mai abbastanza e tutto mi accadeva intorno senza che io ne capissi il perché. Poi, se Dio volle, anche quella sparì e arrivò il maestro, il nostro maestro. 
Era forse dicembre e lui tornava giovanissimo dal servizio di leva; ci fu presentato in pompa magna, a classe tutta sull'attenti, dal Direttore, il Dottor Umberto Sovico, con quella voce acuta e stridula che gli usciva da dietro gli occhiali spessi un dito. Franco Bellatorre fu il nostro insegnante fino alla quinta classe. Come per ciascun essere umano alcuni ne ricordano i pregi, altri ne vogliono sottolineare i difetti. Ma una sua esperienza didattica è nella memoria di tutto il paese.
"Ciao Massone", 
"Oh Negri", 
"Dove vai Callegari?". 
Sono le prime battute di un racconto a firma Giacomo Schiaffino, Mino per tutti, che compaiono su "Alla scoperta di Serravalle Scrivia", libro diario dei ragazzi della terza elementare 1964/65. Fu il risultato di un lavoro che impegnò tutta la classe, per mesi e mesi. Per crearlo si visitarono tutti gli edifici pubblici, dal municipio con foto ricordo insieme al Sindaco Picabellotti, alla stazione ferroviaria dove ci si divertì sulla pesa del piccolo scalo merci a mettercisi tutti quanti, per vedere quanti quintali si faceva insieme; si andarono a vedere le rovine, scavo archeologico allora non era d'uso, della romana Libarna. 
E poi ci furono le fabbriche, tante prima della crisi maledetta e ci riempimmo le tasche di caramelle e cioccolatini alla Fidass e alla Serra, di qualche mignon di liquore alla Gambarotta. 
Suddivisa pertanto in brevi brani di ricerca sul paese, alternati a liberi componimenti, la pubblicazione vide, sotto la guida del Bellatorre, le stampe a fine anno scolastico, corredato dei nostri disegni, quello del Figio in copertina, e venduto, trecento lire la copia, porta a porta, da tutti noi. 
Copie speciali furono abbellite dalle rose di stoffa confezionate dalla mamma di Mirko Cruzzi e regalate alle autorità e ai nostri vecchi. Il successo fu grande e la nostra soddisfazione pure. Noi, quelli della terza elementare A, Guglielmo Marconi. 
La scuola, costruita nel 1960, si trova appena sopra l'Ospedale S.Giuliano e le scuole medie. Articolata su due piani suddivideva, manichea, i maschi dalle femmine, questi sotto e quelle rigorosamente di sopra. La divisione era veramente netta, tant'è che ho dovuto aspettare una simpatica cena, trent'anni dopo il diploma di scuola elementare per scoprire la maggior parte delle ragazze mie levanti. 
Chi problemi di tale fatta non aveva era proprio il Maestro; lui di sopra correva di spesso, incurante di quel taglio sessuale che correva fra i due piani, nella soletta fra soffitto e pavimento. 
"Va dalla fidanzata", sentenziava grave Lucianino Bottazzi. 
"Va dalla fidanzata", confermava il Piero Massone. Era la voce di campana che dava la stura al guazzabuglio più totale. Per un po' non si sarebbe visto e il palo lo faceva lungo il corridoio il Rigattieri, dal fischio di sirena potentissimo. Uscivano dalle cartelle le cerbottane colorate e stralci di quaderno le armavano di freccette aguzze come aghi, ed urla e gare di figurine a chi ci andava sopra e lotte furibonde per stabilire se più forte Ursus o Maciste ed erano sovente i ripetenti a sedare gli animi, promettendo ai più scalmanati di stamparli contro il muro se non l'avessero smessa, che io me li immaginavo proprio a stampo dentro il muro, come nei cartoni animati. 
Ma a stemperare il tutto arrivava sempre il fischio tremendo di Luciano e tutto tornava in ordinato silenzio, rotto dallo scricchiolio lieve delle penne sui quaderni. 
Il brutto fu quando, non ricordo bene chi distrasse la nostra vedetta dal suo compito, il Maestro piombò in classe con occhi torbidi e una voce di veleno.
Fu una Norimberga. Testimoniammo uno ad uno. La domanda fu la stessa per tutti: chi era stato? Mi consola ricordare che io piangendo riuscii a confessare di aver tirato una palla di carta in testa a non so chi; i più fecero tre nomi, non so perché proprio quei tre, ma li fecero: Massimo, Giancarlo e Vilmer furono sospesi e qualcuno a casa le buscò davvero sode, con la cinghia. 
Ma faccio un torto a ricordare del Maestro solo questo; per me fu una persona meravigliosa, che, fuor di retorica, seppe educarmi allo studio, alla dignità ed al rispetto per me stesso e per gli altri. Era orfano, viveva a pensione in una stanzetta presso una vecchietta buona, ma a volte un po' acida; era lontano dalle sue terre del basso Monferrato e noi siamo stati, per cinque anni, la sua maggiore attenzione.

Poi vennero le medie. Un rapporto discente docente frantumato in mille figure, rivoli educativi cambiati ogni trimestre, un cordone ombelicale rotto e io ne soffrii. Il francese mi scivolava via fra le mani, e ci vollero per me le ripetizioni di Anna Pollini, dolce insegnante, fidanzata di Gigi il musicista. Ma anche per altri fu dura lo stesso. 
"S. leggi", 
"La c-r-a-i-e". 
"Come?", 
"La c-r-a-i-e"; 
"Ehh?", 
"la c-r-a-i-e", ripetè S. per la terza volta e la mancata pronunzia di la cré fece rima con il voto, tre. 
"Retourn a ton place, S. e ripeti almeno questo: Je retourn a mon place". 
Catastrofica, 
"Ratataplan", fu la mesta e imbarazzata risposta. 
E poi B., insegnante di lettere, unto dentro e fuori, picchiava duro con la lingua: 
“C. ce le hai le unghie sporche eh? Cafone. Grande e grosso, ciula e goffo". E G., di ginnastica, full metall jacket ante litteram, dagli ordini color della sciabola, sibilava flessioni e piegamenti, minacciando pene severissime ai possibili renitenti. 
Ci accompagnava su in palestra, come se fosse l'ora d'aria d'Alcatraz. Ed un giorno, correva il primo aprile, scorse un pesce sulla schiena d'uno di noi e sopra vi era scritto 
"Scemo chi legge". 
"Altttttt", frustò l'aria la sua voce di metallo e il battaglione s'arrestò di pietra gelata. Roteò a fionda lo sguardo lungo tutta la fila. 
"L'ho letto" constatò, fiero del proprio acume investigativo. 
"Dietro front, avanti march; tutti in classe". 
Nessuno disegnò una sola sillaba sulle proprie labbra. In classe fu silenzio per più di mezz'ora, tutti in piedi senza la possibilità di muovere mezzo passo. Le gambe dolevano, pesanti come il piombo e le ginocchia erano serrate come da un filo metallico. 
Lui traguardava come indifferente, oltre di noi, contro il muro posto alle nostre spalle. Poi con voce roca scandì la domanda che tutti s'attendevano.
"F u o r i i l c o l p e v o l e". 
Qualcuno già singhiozzava senza rumore, ma lui era una statua e dagli occhi usciva solo il livore vitreo di gerarca offeso. L'aula era in agonizzante silenzio ed anche le mosche s'incollavano, ferme, alle bocce di plastica dei lampadari. Poi, improvvisamente, s'udì lo strusciare limpido di un passo in avanti. Era Mino e tutti si guardò verso di lui, impietriti. Lo sguardo fisso in avanti, con dignità e a voce chiara disse: 
"Sono stato io." 
Dio volle che la verità sentenziata dal pesce d'aprile non fosse completamente vera. G. reclinò il capo su un lato, un mezzo sorriso quasi umano gli si dipinse sulle labbra. 
"Schiaffino, lo so che non sei stato tu". 
Il suo sguardo fu ancor più d'acciaio con tutti gli altri, ma il suo accanirsi non sbloccò l'indagine, fino a quando G. lascio il banco e andò di fronte al C. Per lui non ci fu nessun sorriso; "G" andava proprio bene, ripetente e figlio di meridionali. Fu una nota sul registro e sospensione; incredibilmente non venne bocciato a fine anno. Per il resto della classe, per mesi, la spalliera fu davvero l'inferno cristiano, con lacrime e stridor di denti. 
Le medie volarono via in un tourbillon d'insegnanti e furono talmente tanti che, anche per il meglio intenzionato di loro, fu pressoché impossibile stabilire un rapporto educativo stabile, necessario, soprattutto per ragazzi di quell'età: due presidi, tre insegnanti di lettere, due di latino, due di matematica, due di storia e geografia, due di musica, due di disegno, due di religione, due di applicazioni tecniche, tre di educazione fisica, tre di francese. E' la pagella della nostra scuola media inferiore, tralasciando, gli innumerevoli supplenti, vicari ed avventizi che in quegli anni si sono succeduti in cattedra.















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