giovedì 28 settembre 2017

Giorgio Laguzzi: la ricchezza nascosta delle nazioni (1° parte, descrizione del fenomeno)

Da qualche settimana è tornata alla ribalta delle cronache la cosiddetta “web-tax”. Una iniziativa congiunta portata avanti da Germania, Francia, Italia e Spagna alla riunione dell’ECOFIN a Tallinn pochi giorni fa avrebbe portato ad una seria discussione su tale strumento. Il tema affrontato dalla web-tax riguarda ovviamente il tentativo di raggirare i metodi di elusione fiscale da parte dei colossi digitali, quali Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Ma il tema dell’elusione fiscale a livello globale, tramite i paesi offshore, ha una origine ancora più antica, ed una base molto più ampia, della quale i colossi statunitensi rappresentano solo una parte, seppur considerevole. Uno degli studi più dettagliati su questo tema è stato portato avanti da Gabriel Zucman, i cui risultati sono contenuti nel suo saggio The hidden wealth of nations [2], a cui il titolo dell’articolo si ispira.

In questa prima parte dell’intervento ci soffermeremo sul valutare lo stato dell’arte, cercando di capire le stime dei patrimoni offshore, di valutare l’ammanco che questi portano in termini di gettito fiscale, e di comprendere alcune tecniche di elusione. Nella seconda parte (che uscirà a breve in un secondo articolo) ci concentreremo sull’analisi delle possibili soluzioni, partendo dai limiti delle misure portate avanti in passato.


Lo stato dell’arte
Per inquadrare il problema nella sua giusta dimensione, Zucman elabora una stima dell’ammontare di capitali detenuti in Svizzera e negli altri paradisi fiscali, arrivando a calcolare nell’8% del totale dei patrimoni globali la quantità detenuta offshore. Nel dettaglio egli stima la suddivisione come segue:
6.900 miliardi € detenuto offshore (pari appunto a circa l’8% del patrimonio finanziario globale, stimato intorno a 87.000 miliardi €), di cui circa 2.100 miliardi € in Svizzera e 4.800 miliardi € in altri paradisi fiscali. Di questi 6.900 miliardi soltanto circa 1.400 miliardi € risultano dichiarati. La perdita totale in termini di gettito fiscale stimata si aggira intorno ai 170 miliardi €, così suddivisi: 110 miliardi € di imposte sul reddito, 50 miliardi € di tasse di successione, 10 miliardi € di imposte patrimoniali.
La parte detenuta offshore in Svizzera viene a sua volta stimata da Zucman essere suddivisa come segue:
Detentori di conti svizzeri:
proprietari dalla UE: 1.200 miliardi € (Germania: 240 mld €, Francia 220 mld €, Regno Unito 130 mld €, Italia 130 mld €, Spagna 100 mld €, Altri: 380 mld €)
• proprietari dall’Asia: 200 miliardi €
• proprietari dagli USA: 60 miliardi €
• proprietari dal Canada: 40 miliardi €
• proprietari dall’America Latina: 200 miliardi €
• proprietari dalla Federazione Russa: 60 miliardi €
• proprietari Paesi del Golfo: 200 miliardi €
Investimenti
Fondi di investimento Lussemburghesi: 700 miliardi €
Fondi di investimento Irlandesi: 200 miliardi €
• Azioni globali (Statunitensi, ecc. ): 500 miliardi €
• Obbligazioni globali: 500 miliardi €
• Depositi, altro: 200 miliardi €


Abbiamo evidenziato due dati in particolare, poiché sono quelli che più colpiscono, a mio avviso, visto la loro natura:
1. il primo, che sottolinea come la maggior parte dell’ammontare di capitali offshore detenuti in Svizzera provengano da proprietari europei, sfatando così il mito che siano principalmente gli oligarchi russi o i dittatori africani a sfruttare maggiormente questa pratica. La cosa d’altro canto può anche essere giustificata da due fattori: da un lato, l’Europa è pur sempre il continente più ricco al mondo; dall’altro, il numero di proprietari europei è probabilmente maggiore di quelli russi e africani;
2. il secondo, che sottolinea la quantità elevata di fondi di investimento lussemburghesi e irlandesi, il che evidenzia la pratica, sviluppata specialmente in Lussemburgo, per la quale sono ormai i grandi fondi di investimento del Granducato a gestire i capitali detenuti in Svizzera, e non più i banchieri elvetici direttamente. Si pensi che il Lussemburgo risulta essere secondo solo agli Stati Uniti in termini di creazione di fondi comuni. Il motivo di questa tendenza si è sviluppata per via della totale assenza di tassazione in Lussemburgo sia sui dividendi incassati dal fondo sia su quelli distribuiti agli investitori (situazione peraltro identica anche in Irlanda). In Svizzera, invece, tali dividenti sono tassati al 35%, ed ecco dunque svelato il “mistero” della migrazione dei fondi da Ginevra verso il Granducato e Dublino.

Va notato che le stime ottenute da Zucman rivedono al ribasso computazioni di altri economisti, tra le quali quelle di James Henry (si veda [1]), il quale aveva valutato un totale che oscillasse tra i 21mila e i 32mila miliardi € di patrimoni offshore. Nel suo saggio, Zucman spiega dettagliatamente due principali motivi per cui ritiene tale stima eccessiva. Allo stesso tempo, riconosce come sia impossibile dare una stima precisa di tale ammontare, ma tende ad escludere che essa possa superare una quantità superiore ai 10mila miliardi €.
La stima relativa agli ammanchi in termini di gettito fiscale annuale nelle diverse macro-aree economiche portano alle seguenti cifre: Europa 70 miliardi €, USA 30 miliardi €, Asia 31 miliardi €, America Latina 19 miliardi €, Africa 13 miliardi €, Canada 6 miliardi €, Russia 1 miliardo €. Per lo specifico caso italiano, considerando la percentuale di patrimoni offshore stimata, si può valutare una perdita tra i 5 e i 7 miliardi €.
Relativamente al punto 2, la cosa che principalmente infastidisce è che Lussemburgo e Irlanda, Paesi che hanno accresciuto fortemente la loro natura offshore negli ultimi anni, siano direttamente appartenenti alla UE (e addirittura alla zona euro). Queste storture caratterizzate da regimi fiscali agevolati vanno esattamente nella direzione opposta a ciò che sarebbe davvero necessario per avanzare verso una maggiore integrazione europea, ovvero la convergenza dei regimi fiscali e della tassazione, condizione necessaria tanto per una equa ridistribuzione delle ricchezze all’interno della UE, quanto per un serio contrasto alle pericolosissime “aste al ribasso” sulle tassazioni marginali superiori, le quali incentiverebbero ancor più pratiche di elusione fiscale da parte dei detentori di cospicui capitali, a danno dei sistemi di welfare e indirettamente anche dei piccoli e medi risparmiatori.

Dedichiamo infine un ultimo breve paragrafo alla analisi delle tecniche di elusione delle società multinazionali, e ad alcune relative stime quantitative.
Le tecniche per far apparire i propri profitti in Paesi a tassazione agevolata sono essenzialmente due: la prima consiste nel sovraccaricare di debiti le filiali site in Paesi con elevata tassazione, attraverso dei prestiti infragruppo (tecnica che tuttavia risulta facilmente rilevabile); la seconda consiste invece nella manipolazione dei prezzi di trasferimento, ovvero i prezzi a cui le diverse filiali si scambiano i loro stessi prodotti. La tecnica consiste nel vendere a tariffe elevate prodotti e servizi da Paesi offshore e comprarli da filiali site in USA o altri Paesi ad elevata tassazione; in questo modo si possono facilmente alzare gli utili nelle prime ed abbatterli nelle seconde.
Secondo le stime di Zucman, queste tecniche di elusione permettono ai colossi digitali statunitensi di eludere circa 130 miliardi di dollari di passività fiscali. Interessante è inoltre anche la stima delle passività versate dalle multinazionali in termini percentuali; esse rivelano che le aliquote effettive pagate negli USA è passata dal 45% degli anni ’50, al 30% degli anni ’80, per poi precipitare al 15% nel 2010 (si veda [2], Fig. 9, p. 124).
I danni derivanti dalle varie manipolazioni contabili si ripercuotono in termini negativi, e talora dannosi, anche sui parametri macroeconomici. Si pensi ad esempio al caso irlandese, in cui il surplus commerciale pari al 25% del PIL è gonfiato fortemente proprio dallo stratagemma di importazione a prezzi bassi ed esportazioni a prezzi elevati mostrato sopra. Tali pratiche tendono dunque ad avere effetti nefasti non solo dal punto di vista dell’equità e della correttezza fiscale, ma anche sulla stabilità economica; alla base infatti di quest’ultima vi sono le analisi dei parametri macroeconomici di crescita, occupazione, diseguaglianza, ecc. dei vari Paesi, che se alterati artificialmente possono contribuire in maniera significativa ad impedire una maggiore stabilizzazione del sistema economico e finanziario.

Giorgio Laguzzi
Akademischer Rat presso Albert-Ludwigs-Universitaet Freiburg

Bibliografia

1. J.S. Henry, The prince of offshore revisited. Tax Justice Network, Luglio 2012. (Available at:http://piketty.pse.ens.fr/files/HenryTJN2012.pdf)
2. G. Zucman, The hidden wealth of nations, University of Chicago press, 2013.

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