venerdì 4 agosto 2017

Serve un patto per fermare il super euro

FRANCO BRUNI
Siamo ancora del 15% sotto i livelli dei primi mesi del 2014, ma la discesa dell’euro contro dollaro si è decisamente invertita alla fine dell’anno scorso. Il 2017 è stato in salita e l’euro forte sta diventando un problema. Per almeno tre motivi.  
Il primo è che la forza dell’euro non è facile da spiegare. La politica monetaria Usa è da tempo più restrittiva (tassi più alti e liquidità in riduzione) di quella europea. Il che giustificherebbe un dollaro forte, anche perché la Fed ha un programma di graduale rialzo dei tassi che la Bce ha invece esplicitamente rinviato. E’ vero però che le prospettive di crescita reale dell’euro area stanno migliorando mentre ciò non può dirsi per gli Usa. Aumenta la probabilità che l’inflazione europea sia presto tale da giustificare la riduzione degli abbondantissimi acquisti di titoli con cui la Bce, a differenza della Fed, continua ad alimentare la liquidità. Interrotti quegli acquisti, si comincerà a pensare anche ad aumenti dei tassi di interesse. 
Rimane il fatto che il programma di aumento dei tassi americano è già in atto. Puntare sull’euro significa dunque considerare poco credibile l’impegno delle banca centrale Usa o pensare che le difficoltà politiche della Casa Bianca comprometteranno la congiuntura americana. Questo pensiero sta probabilmente già causando l’abbandono di investimenti in Usa: parte della forza dell’euro è spiegabile solo come debolezza del dollaro. 

Il secondo problema dell’euro forte è che rende più care le nostre esportazioni. E’ vero che riduce il costo delle importazioni, ma ciò non è gran beneficio in un periodo di prezzi comunque bassi del petrolio e di altre materie prime e nel quale si vorrebbe aumentare un poco l’inflazione. Sarebbe peccato che le migliorate prospettive dell’economia europea tornassero a peggiorare per colpa del cambio. Per la ripresa italiana, che conta molto sulla spinta delle esportazioni, il cambio forte non è piacevole. E’ essenziale continuare a contare sulla qualità, più che sul prezzo, dell’export e puntare sui rapporti commerciali intereuropei per rafforzare i quali è sempre più preziosa l’integrazione del mercato unico.  
Il terzo problema è che l’euro forte aumenta l’incertezza sulle prossime mosse della Bce. E’ indubbio che anche in Europa la liquidità in eccesso va gradualmente prosciugata e il livello dei tassi normalizzato, soprattutto per evitare che i mercati, alla ricerca di rendimenti adeguati, muovano verso investimenti troppo rischiosi. Inoltre, se l’inflazione si avvicina al 2% in modo stabile, per la Bce ridurre l’espansione monetaria diventa essenziale per mantenere la credibilità dei suoi annunci e obbedire al suo statuto. Ma come si fa a interrompere gli acquisti di titoli e alzare i tassi quando l’euro continua a rafforzarsi? Il rischio è che la speculazione esasperi il super-euro finendo per creare incertezza dannosa per la crescita. Il disordine dei cambi può diventare disordine dei tassi e dei prezzi di Borsa. La volatilità finanziaria può creare instabilità, frenare progetti di investimento, produzione e occupazione.   
Per superare le difficoltà del cambio col dollaro gli annunci e gli interventi della Bce vanno dosati con sapienza e diffusi con prudenza. L’ideale sarebbe poter contare anche su qualche maggior concertazione transatlantica nel formulare le politiche monetarie, in questa fase di difficile normalizzazione globale, dopo gli anni di crisi affrontati dappertutto inondando i mercati di liquidità e azzerando i tassi di interesse. Se giungesse un messaggio di collaborazione esplicita fra Fed e Bce si ridurrebbero gli incentivi a cavalcare l’instabilità del cambio. L’occasione potrebbe essere il tradizionale convegno di fine agosto dei banchieri centrali, fra le montagne del Wyoming. Speriamo che l’incontro risulti meno sterile di quelli degli ultimi anni. 

Twitter @francobruni7