giovedì 3 agosto 2017

Minniti: “Se le Ong vogliono operare dovranno firmare il codice”

Il ministro dell’Interno: «Guardia costiera e sindaci libici frenano gli arrivi»
AFP
Alcuni migranti partiti dalla Libia attendono di essere soccorsi nel Mediterraneo
FABIO MARTINI ROMA
È un 2 agosto particolare per Marco Minniti. Si è fatta sera quando il ministro dell’Interno rientra nel suo studio al Viminale a conclusione di una giornata piena di segnali incoraggianti sul fronte migranti: il dato sui flussi in calo, l’indagine della magistratura sulle Ong, le navi italiane in partenza per la Libia. È un trend, finora negativo, che sembra invertirsi. Ma il ministro dell’Interno rinuncia a dichiarazioni pubbliche e parlando con i suoi collaboratori, sceglie la prudenza: «Una rondine non fa primavera e se cantassimo vittoria domani potremmo essere smentiti. Sappiamo bene che i flussi non si possono cancellare, ma si possono e si devono governare: questo è il nostro obiettivo». Ciò che conta per Minniti è che «in questi giorni cominciamo a vedere una luce in fondo al tunnel, una luce che tempo fa non riuscivamo a scorgere».  


Sulle prime risultanze della magistratura sulle Ong Minniti non dice una parola nel merito e con i suoi si limita ad una previsione-auspicio: «Vedremo se l’inchiesta contribuirà a dimostrare che di un Codice c’era e c’è bisogno...». E aggiunge: «Se le Ong non firmano, difficilmente potranno continuare ad operare». Dunque, il sequestro di Lampedusa suggerisce che adesso le Ong si trovano davanti ad un bivio assai eloquente: aderire al nuovo regolamento, approvato dalla Commissione europea, oppure non entrare nelle acque territoriali italiane. Questo 2 agosto dunque è una tappa, un tassello di un «disegno e di una strategia» per «tutelare gli interessi del nostro Paese» portando la legge in un Mediterraneo Centrale «che nell’ultimo anno e mezzo si è trasformato in una giungla». Anche perché il sequestro della Iuventa suggerisce la possibile genesi delle complicità di fatto fra alcune Ong e gli scafisti: l’«estremismo umanitario». 

I progressi sono il frutto di un metodo di lavoro che il ministro riassume così: «Sin dall’inizio ho cercato di cancellare il termine e il concetto di “emergenza”, perché serve una visione, da dispiegare su più tasti». E dunque se nella seconda metà di luglio si è registrato un drastico calo degli arrivi, ciò dimostra che il lavoro avviato sette mesi fa sta cominciando a dare frutti. Grazie ad un impegno che, ricorda Minniti, si articola su due fronti: «Il crescente lavoro della Guardia costiera libica per bloccare gli scafisti respingendoli a terra e gli accordi da noi siglati con sindaci e tribù libiche perché, una volta tornati nelle loro città, hanno iniziato a spiegare che è più conveniente rimanere che partire». Ecco perché la partita fondamentale si gioca dall’altra parte del Mediterraneo, dove gli accordi sono per definizione incerti, costantemente a rischio: «Non è stato facile rompere il muro del suono, ma ci siamo riusciti». L’inizio è stato nel rapporto con il governo di al-Sarraj da cui è «letteralmente nata dal nulla» la Guardia Costiera, «istituzione» fino a quel momento sconosciuta in quel Paese e a conclusione di questa veloce «costruzione» ieri il Parlamento italiano ha autorizzato la partenza del pattugliatore e della nave-officina di supporto alla Guardia libica, che «era il primo punto dell’accordo del 2 febbraio con Sarraj», ricorda il ministro. 

Ma proprio perché «una rondine non fa primavera», il ministro dell’Interno è deciso a rilanciare subito con nuove iniziative: «Dopo Ferragosto rivedrò, stavolta a Roma, i sindaci libici, perché un’altra parte essenziale della strategia è la mobilitazione della società libica e non soltanto delle istituzioni. Quando li ho visti per la prima volta, il 13 luglio, i principali 13 sindaci del Paese, sono venuti con le slides, con i piani di sviluppo delle loro città e il nostro incontro è stato trasmesso in diretta da tutte le tv libiche. Ci hanno chiesto: aiutateci a costruire il nostro futuro. Sostanzialmente aiutateci a “riconvertire” la nostra economia, liberandoli dal traffico degli esseri umani e offrendogli alternative concrete».  

Un incontro, quello di Roma, con i sindaci libici, al quale Minniti intende dare un respiro europeo, coinvolgendo il Commissario agli Affari interni Dimitris Avramopulos. E sempre in agosto nuovo summit, sempre promosso dal governo italiano, della cabina di regia sul fronte sub-sahariano con Niger, Ciad, Mali «tutti Paesi francofoni - dice Minniti - che mantengono un ottimo rapporto con la Francia, ma che riconoscono oramai un ruolo primario all’Italia». E alla fine di una giornata che Minniti si ostina a non enfatizzare, quel che ripete ai suoi osservatori è il compiacimento perché oramai in Europa nessuno nega più all’Italia «il ruolo di apripista». Nel campo della politica verso i migranti, «siamo rispettati» e questa è la premessa indispensabile per fare nuovi passi avanti, in un contesto, quello della Ue, nel quale c’è un terreno sul quale la storia recente e passata dimostra che è difficilissimo portare a casa risultati: quello dei migranti.