giovedì 3 agosto 2017

La borsa di Fra Guglielmo e le esangui casse comunali

La borsa di Fra Guglielmo e le esangui casse comunali
Diocesi di Alessandria
Come dall’aldilà possono essere aiutati gli amministratori pubblici dell’aldiqua. Parodia ottocentesca di Carlo A-valle, ripresa da Piercarlo Fabbio LMCA
Sono arrivato alla 200esima puntata qui a Radio BBSI. Mi pare un buon traguardo per una trasmissione che ha il suo cuore nella divulgazione storica locale. Duecento non è però il numero complessivo, che è assai più alto, perché, come più volte ricordato, i primi passi de La mia Cara Alessandria sono stati mossi in un’altra Radio locale, cioè Radio Alex. Sono amici che saluto volentieri per l’impulso che hanno dato a questo cammino.
Ma visto che spumanti da stappare non ne ho, né tantomeno ritengo di dedicare a alla celebrazione della duecentesima puntata un pranzo di gala, mi limiterò a pescare nella ormai sostanziosa biblioteca di LMCA per trovare qualche storia lontana, che magari neppure più mi ricordo di come andasse a finire. O che ho raccontato solo parzialmente.
Ho girato per scaffali tutta la settimana, anche se ormai sono di carattere informatico e i contenuti sono digitalizzati. Niente a che vedere con i polverosi volumi, che però sono ancora validissimi quando le storie sono da elaborare e venire scritte per potervele raccontare. Del resto io pesco molte volte nei secoli passati o addirittura trapassati ed in allora vi erano studiosi di indubbia preparazione (non che oggi manchino) ed annalisti che mettevano insieme fatti, episodi, personaggi e scenari vari, raccogliendoli in corposi tomi da compulsare con cura, come direbbero i più dotti.
Ma ho affermato che devo scegliere e pescare per farvi riascoltare. Amplierei quindi il racconto di una bellissima storia, accennata in pochi minuti e poi ripresa in uno dei più suggestivi appuntamenti a cui abbia partecipato come lettore, cioè Cittadella di Luna, una rassegna di molte forme teatrali che gli alessandrini apprezzavano non poco, ma cui non si è più dato seguito.

Sto a cavallo di più secoli per parlarvi di un Beato alessandrino, Guglielmo Zucchi, che centinaia d’anni dopo la sua morte, direttamente dal Paradiso, decide di aiutare, ancora una volta, la sua città.
Inizio a presentare i protagonisti di questa storia (vera?) che viene pubblicata su alcuni numeri de “Il Gagliaudo”, settimanale satirico diretto dal vulcanico Carlo A-valle, con il titolo de “La borsa del Beato Guglielmo”. A scrivere l’articolo, che occuperà tre numeri dell’ebdomadario, un certo Fra Chichibio, che altri non è se non lo pseudonimo dell’A-valle. Il titolo già mi orienta a comprendere del tema che si vuole trattare: La borsa del beato Guglielmo. È domenica 8 marzo 1857.
Ma chi è il Beato Guglielmo? Lasciamo a Claudio Zarri, dandogli voce, il racconto sintetico della sua personalità: “Verso la metà del Trecento Fra Guglielmo, com’era abitualmente chiamato, era molto popolare in Alessandria per la sua proverbiale carità; secondo la tradizione abitava all’inizio di via Mazzini, in una casa su cui più tardi sarebbe sorto il palazzo Cardona-Viora; sul fianco di quest’ultimo esisteva un’immagine dello Zucchi, scomparsa quando l’edificio fu demolito (1938) per far posto all’erigendo palazzo delle Poste. Pare che Lo Zucchi fosse un fabbriciere della cattedrale; fattosi frate, continuò fino alla morte (avvenuta il 7 febbraio 1377) nella sua opera di assistenza ai bisognosi. Una pia tradizione vuole che la sua borsa, alla quale egli attingeva continuamente per donare ai poveri, fosse inesauribile, così da giustificare il detto ‘avere la borsa di Fra Guglielmo’.
Nel 1438 fu iniziata la causa di beatificazione. Sepolto poveramente nella chiesa di S.
Marco (duomo attuale), a seguito di miracolose guarigioni a lui attribuite, nel 1662 fu collocato più degnamente in una cripta presso l’altare maggiore” (C. ZARRI, Alessandria da scoprire, Alessandria, Ugo Boccassi Editore, 1994, p. 73).
Oggi il suo corpo è visibile attraverso una teca in vetro collocata nella Cappella del Rosario del Duomo di Alessandria.
Altro protagonista il sindaco dell’epoca, il cav. Avv. Carlo Aliora, che insieme a Carlo Parvopassu, si alternò alla guida della città tra il 1849 e il 1860, essendo entrambi primi cittadini di nomina regia. Allora il Sindaco veniva nominato direttamente dal Re e così fu fino al 1883. Poi venne eletto all’interno dei consiglieri fino a 110 anni dopo, cioè il 1993, quando il primo cittadino incominciò ad essere scelto direttamente dagli elettori.
Ritorno a metà Ottocento. A ciò si deve aggiungere la polemica sempre aperta fra laici e clero. I primi pronti a criticare la Chiesa per le corpose sostanze economiche che gestiva e per quelle, assai più deboli, in loro possesso. I secondi, cioè i sacerdoti, sempre attenti a sostenere che era la scarsa fede dei laici anticlericali a generare le povertà che loro stessi denunciavano.
In questo clima neppure il Comune, guarda un po’, come se non fosse passato da allora ad oggi neppure un giorno, era in grado di far fronte a tutte le necessità per la atavica mancanza di risorse.
Gianluigi Ferraris, che ha il grande merito di aver riportato alla luce queste pagine de “Il Gagliaudo”, e non solo, così spiega la situazione in cui versavano le “esangui” casse comunali: “Le difficoltà del Municipio erano in quello stesso 1857, oggetto di roventi polemiche tra le forze politiche alessandrine, e segnatamente tra maggioranza e minoranza consiliare. Quest’ultima (costituita sino alle elezioni del 25 agosto, che segnarono un ribaltamento dei rapporti di forza, dalla sinistra) lamentava che la maggioranza praticasse una politica di spesa eccessivamente disinvolta” (Ferraris Gianluigi, Fra Chichibio e l’avventura de Il Gagliaudo, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2007, pag. 375)
Ma mentre ci si dibatte tra le conosciute mille difficoltà, il sindaco Aliora trova tra le sue carte una misteriosa pergamena. Titolo? “Mezzo infallibile per ristorare le finanze civiche”. Non resta che rivolgersi al Consiglio Comunale in seduta plenaria. Cosa discuteranno gli illustri Consiglieri? Ora, dovete sapere che “Il Gagliaudo” ha una talpa in Municipio, un informatore che fa trapelare tutto ciò che succede a Chichibio, pronto a scrivere un articolo di fuoco. Chi è questo signore? Nientepopodimeno che il Galletto dell’Orologio, sottratto ai casalesi secoli prima.
La pergamena altro non è che una lettera inviata dal paradiso e firmata il beato Guglielmo Zucchi, il quale, lamentandosi che nessuno pensi a lui, che pure è il santo più ricco del paradiso, si duole di essere, com’egli scrive, “confinato nella faccia d’un pilastrone del duomo e in un angolo della piazza Reale, dove mi si fa servire d’insegna ad un salsicciaio.”
Chi era san Baudolino, un povero eremita dopotutto! in confronto a lui, fabbriciere
della cattedrale?
Ed ecco la proposta del Beato Zucchi: per salvare le finanze di Alessandria il beato Guglielmo offre la sua borsa, ancora intatta, a condizione che la sua immagine venga tolta dai luoghi in cui si trova e fatta dipingere da bravi pittori alessandrini sul coperchio della cassa comunale.
La lettura della lettera suscita applausi nella religiosa assemblea comunale, che delibera un pellegrinaggio solenne all’immagine del santo, e l’affidamento al caricaturista del Gagliaudo di disegnare la processione, e al suo direttore di comporre un inno.
Ma non voglio farvi perdere il gusto del racconto de Il Gagliaudo, perché i Consigli Comunali possono essere anche divertenti, se li si sa riportare su un giornale. Leggo per voi: “Quando adunque i consiglieri furono al loro posto, tutte le bocche si apersero: e tutti gli occhi, come altrettante batterie di cannoni, presero la mira dritta alla faccia del sindaco, che la solennità del momento aveva reso anche più venerabile. Egli sollevò allora il rotolo, nell’atto d’un celebrante che dica: il Signore sia con voi! E rotti i sigilli, che mandarono sull’adunanza un odor d’ambra e di gelsomino, lo spiegò e lo sciorinò religiosissimamente”
Sapete ora che cosa contenesse quel benedetto rotolo? Una lettera, nient’altro che una lettera in caratteri gotici, che il sindaco prese a leggere con voce alquanto commossa e un tantino nasale: e che era concepita in queste parole:
“Miei cari concittadini! Uomini di poca fede, fino a quando vi dimenticherete di me?
Se vi s‘incispa un occhio, voi accendete una candela a santa Lucia: se vi duole un
dente, vi votate a santa Apollonia: se v’incoglie la peste, fate processioni a san Rocco: se vi s’ammala un asino, ricorrete a sanBovone: se le vostre figlie hanno voglia di marito, tirano sant’Antonio pel manico: se le vostre mogli hanno male allemamme, pagano un triduo a sant’Agata: tutti i santi e le sante del calendario hanno insomma qualche grazia da vendervi: evoi le comprate.
Ma io, e chi sono io finalmente? Sant’Agata, sant’Antonio, san Bovone, san Rocco, sant’Apollonia, santa Lucia e
tutti gli altri e le altre, possono darvi delle buone parole fin che ne volete, possono farvi guarire da tutti i mali di questo mondo, ma denari non se ne cantano: e c’è da scommettere che, fra quanti sono, non hanno dieci centesimi da pagare un bicchierino d’acquavite a Tapeti o da farsi suonare la polka fiera sull’organetto dell’orbo che gira il paese.
Anzi, se avete bisogno di qualche cosa da loro, vi trovate subito dinanzi la bussola colla bocca aperta: o il sacrista che vi batte sulla testa il suo borsotto immanicato in un lungo bastone.
Ed io, che sono il santo più ricco del paradiso: io che tengo sempre in mano una pelle di gatto piena di zecchini, in cui, quanti se ne levano, altrettanti ne spuntano: io sono confinato nella faccia d’un pilastrone del duomo e in un angolo della piazza Reale, dove mi si fa servire d’insegna a un salsicciaio!
Nessuno, nessuno de’ miei alessandrini pensa a me: e solamente qualche donnicciuola del vulgo, passandomi di costo (accanto) e guardando ciò che ho in mano, si sta paga a borbottare che, delle borse come quella del padre Guglielmo, ai nostri giorni più non se ne trovano!
E poi, chi è in fin del conto questo san Baudolino, che mi avete preferito, nominandolo vostro protettore? Egli non era che un povero eremita, mentre io fui massaio della cattedrale: ed egli non ha fatto che uno straccio di miracolo in tutto il suo vivere, mentre io ne faceva mille ogni giorno.
E non è forse il più incredibile dei miracoli, che un chiericuccio di sacristia, come me, avesse tanto danaro da spendere in limosine?
Forse voi temete, che io non abbia più la mia borsa o che, per ingannarvi, io l’abbia ripiena di marche da giuoco? Tranquillatevi pure su questo articolo perché la mia borsa io non l’ho mai portata al ghetto: e quando venni a morte, non ho fatto il testamento di don Andrea, che voi conoscete! Io l’ho qui ancora, qui intatta, e l’ho serbata per voi: mentre voi mi pagaste sempre d’ingratitudine.
Uomini di poca fede, che vi giovano i prestiti, i dazi e le contribuzioni d’ogni genere? Un altr‘anno sarete da capo. La mia borsa, la mia borsa ci vuole!
Guardate il ciabattino, ché diede lo schiaffo a nostro Signore: con cinque soldi in saccoccia, egli ha fatto oramai mille volte ilgiro del mondo: e continuerà fino alla consumazione dei secoli … o almeno fino alla metà del prossimo giugno.
Prendete adunque la mia borsa: ché in paradiso io non ne ho più bisogno. Ma prima di consegnarvela, voglio da voi un‘ammenda: voglio che veniate a riceverla colla più grande solennità: e che quindi, togliendo la mia immagine dal pilastronedel duomo e dall’angolo della piazza, la facciate invece dipingere da Rivolta o da Menzi sul coperchio della cassamunicipale.
In questo caso, invece della borsa, mi porrete in mano una scopa: ché così mi divertirò nelle ore di ozio a levar via leragnatele.
Dal Paradiso, il giorno 2 marzo mille ottocento cinquantasette”.
IL BEATO GUGLIELMO ZUCCHl
La lettura di questa lettera fu accolta con unanimi applausi dalla religiosa assemblea. Inoltre, seduta stante, sulla mozione del sindaco, venne deliberato, pure all’unanimità di voti, che la vegnente domenica il religioso Municipio si recherebbe
in pellegrinaggio all’immagine del santo, onde ricevere le sue grazie.
Ed anzi un consigliere, perché la festa riuscisse più splendida e più solenne, propose, che il disegno della processione venisse eseguito dal caricaturista del Gagliaudo: e si mandasse al suo direttore di scrivere l’inno da cantarsi, sul metro del tantumergo.
Non mi resta che leggervi le ultime sestine dell’inno prontamente scritto dall’A-valle sotto le mentite spoglie di Chichibio, se non altro per dimostrare come anche le più aspre contese tendano a finire in Gloria… o con un Amen:
San Guglielmo, a noi propizio
I cieli ti rendano!
Se ci salvi dal precipizio,
Canteremo un chirie,
Recitandoti l’uffizio
Per omnia saecula.

Piercarlo Fabbio
dalla trasmissione di Radio BBSI: La mia cara Alessandria 200_243 – 21 febbraio 2017