giovedì 13 luglio 2017

Se la mafia teme la scuola

Dopo l’oltraggio alla memoria di Giovanni Falcone,Alessandro D’Avenia ragiona sul senso di questi atti vandalici e ripercorre la storia della lotta alla mafia. “C’è un filo che lega Falcone, Borsellino, Puglisi e i ragazzi”. E questo filo è la scuola. Il motivo è che “loro sapevano bene che il più grande nemico della cultura mafiosa è la perdita di consenso. E in questo senso il controllo del territorio è tutto, soprattutto tra giovani e bambini”.
ALESSANDRO D’AVENIA
15 settembre 1993. Il giorno in cui lo hanno ucciso, don Pino Puglisi era andato a bussare alle porte del Comune per chiedere l’ennesimo permesso per utilizzare i locali sotterranei dei palazzoni di via Hazon per qualcosa che assomigliasse a una scuola: nel quartiere di Brancaccio mancava la scuola media. E in quei locali la mafia controllava spaccio, prostituzione minorile e combattimenti di cani. 
Padre Puglisi sapeva che senza una scuola la vita dei ragazzini delle elementari se la sarebbe presa la strada, unica scuola, i cui maestri erano i picciotti dell’esercito mafioso dei Graviano. Don Pino sapeva che, solo grazie alla cultura, a quei bambini poteva essere prospettata una vita diversa. Per questo costituì il centro Padre Nostro proprio come scuola alternativa, luogo in cui potevano giocare e studiare. La scuola non si sarebbe mai fatta (è stata aperta solo nel 2000) perché i politici del quartiere erano conniventi con i boss locali e le richieste venivano colpevolmente ignorate. Proprio per questo don Pino fu ucciso: «Si portava i picciriddi cu iddu» («Si portava i bambini con lui»). Questa la motivazione addotta dal suo sicario, Salvatore Grigoli, detto il Cacciatore. Don Pino sapeva bene che la rivoluzione comincia dai piccoli e dal loro incontro con la bellezza, di cui la scuola è custode. Per questo era, per i mafiosi, pericoloso quanto Falcone e Borsellino, e per questo, come loro, doveva morire.  


19 luglio 1992. Il giorno in cui lo hanno ucciso, Paolo Borsellino, pur essendo domenica, si era alzato presto per scrivere una lettera di scuse a una professoressa che lo aveva invitato a parlare ai suoi ragazzi, ma per una serie di disguidi quella lettera era stata ignorata e la professoressa si era indispettita. Borsellino quella mattina scriveva così: «Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato il mio amico di infanzia Giovanni Falcone e sin d’allora capii che il mio lavoro doveva essere un altro. Avevo scelto di rimanere in Sicilia. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi. Da quel giorno mi occupo quasi esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta». 

A questi fatti di cronaca aggiungiamo, il 9 luglio 2017, lo sfregio alla statua di Giovanni Falcone, nella omonima scuola media dello Zen di Palermo: è uno di quei gesti con cui la semantica mafiosa ribadisce controllo del territorio e veicola un messaggio mirato a chi deve capire, in una scuola che svolge un lavoro simile a quello fatto da Puglisi e auspicato da Borsellino nella sua lettera.  
C’è quindi un filo che lega Falcone, Borsellino, Puglisi, e i ragazzi, e quindi la scuola. Loro sapevano bene che il più grande nemico della cultura mafiosa è la perdita di consenso (il controllo del territorio è tutto), soprattutto tra giovani e bambini. 

Il gesto avvenuto allo Zen, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio e a 24 dall’assassinio di don Puglisi, conferma che la vita di questi uomini è ancora viva e che la scuola ne è memoria viva, cioè feconda. Anche per questo ho cercato di raccontare quegli anni, dal punto di vista di un ragazzo, in uno dei miei romanzi, intitolandolo Ciò che inferno non è, pensando proprio al fatto che questi uomini sapevano bene che i giovani sono, in mezzo all’inferno, ciò che non è inferno, ma solo se trovano maestri disposti ad ampliare le loro vite mettendo in gioco la propria. Così fanno gli insegnanti dello Zen, che diventano quindi pericolosi in territori la cui logica è il potere, il controllo, la violenza, o altri insegnanti in tutt’altri contesti in cui a dominare sono più ordinariamente ignoranza, nichilismo, individualismo, consumismo, solitudine... 

La statua di Falcone decapitata è la conferma che la direzione è giusta, quella testa continua a ribadire le parole che lui stesso aveva pronunciato in un’intervista, con l’ottimismo di un realista: «La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni».  
Non bastano i tweet dettati dall’indignazione di rito, prontamente inviati da tutte le cariche principali dello Stato, e spero che quella scuola, con i suoi insegnanti e studenti, non venga presto dimenticata.