martedì 4 luglio 2017

Riusciranno i nostri amici a ritrovare i voti perduti nelle recenti elezioni?, Franco Livorsi

Franco Livorsi http://www.cittafutura.al.it/ Alessandria
Non so se la dichiarazione di dissesto del Comune di Alessandria del 2012, connessa ai pasticciacci precedenti della Giunta di centrodestra di Fabbio in materia di bilancio, sia stata veramente inevitabile come si dice. 
In ogni caso ha avuto pesanti conseguenze sull’immagine della Giunta di sinistra di Rita Rossa che ha governato la città, da Palazzo Rosso, sino a pochi giorni fa. Infatti per uscire dallo stato di dissesto, tra l’altro senza licenziare nessuno, in modo assolutamente meritorio, com’è stato fatto, la Giunta di Rita Rossa è stata costretta a praticare la politica delle tariffe massime e non ha avuto, quasi sino alla fine, molti soldi da investire anche per cose macroscopicamente urgenti. 
Pur avendo fatto moltissimo nell’ultimo anno. Ad esempio, pur avendo lodevolmente risanato in modo meraviglioso il Teatro infestato dall’amianto ai tempi di Fabbio, la Giunta Rossa non ha potuto neanche aprirlo, sotto elezioni, con qualche grande spettacolo nella “sala grande”, che è il”teatro vero”, perché nemmeno alla fine aveva i soldi per comperare un migliaio di poltroncine nuove. Questa popolarità forzatamente diminuita a causa della politica di sacrifici praticata per gran parte della legislatura, ha certo avuto il suo peso nella sconfitta della Giunta di sinistra della Rossa di pochi giorni fa. Ma non sarebbe bastata a determinarla.

  L’altra ragione forte di sconfitta è stata illustrata in modo addirittura scientifico, attraverso due articoli che esaminano in dettaglio voti e flussi elettorali in Alessandria, da Giuseppe Rinaldi. Sarà un peccato se anche testi così rilevanti - come temo accadrà - verranno presto dimenticati, o non letti dai “politiques” alessandrini, che spesso non vogliono consumare invano “la servéla”, alias le meningi (27 e 28 giugno, qui). Il punto chiave della doppia analisi di Rinaldi, che ragiona sui voti dati e sui flussi elettorali, in Alessandria - questi ultimi messi in luce dall’Istituto di ricerche Cattaneo - è il fatto che Rita Rossa, come lui dimostra, è vittima in primo luogo del fuoco amico, ossia di liste che al primo turno l’avevano contrastata, formate da ex vicesindaci e assessori della sua Giunta, le cui ragioni non-personali di opposizione non mi pare siano mai state chiarite. 
Mentre il centrodestra si è coagulato mettendo tra parentesi i reciproci contrasti, il centrosinistra non si è affatto unito, in termini di liste concorrenziali, al secondo turno. Se c’erano tali ubbie contro la Rossa, a “sinistra”, la via politicamente corretta sarebbe stata quella di chiedere, diciamo sei mesi fa, primarie di coalizione per la nomina del candidato sindaco, impegnandosi a rispettarne il risultato. Sarebbe stato inusuale con un sindaco uscente, ma se c’erano tali divisioni sarebbe stato meglio. Non l’ha chiesto nessuno. Invece la lotta tra quattro liste – Rossa, Trifoglio, Ivaldi e Miraglia - con candidato sindaco che era stato già sindaco, vicesindaco o assessore in giunte di sinistra, al primo turno, ovviamente riflessasi sul secondo, ha “regalato” la Giunta al centrodestra, come Rinaldi ha appunto dimostrato “ma-te.ma-ti-ca-men-te”.
   Su ciò è stato confermato un punto chiave della politica, e della mia disaffezione dalla politica (pur amata-odiata). Questo punto è l’ostinata determinazione della sinistra, alessandrina ma anche italiana, nel ripetere sempre lo stesso errore. Quasi fosse affetta da un secolo dal cretinismo politico (sia detto senza offesa perché su altri piani il “cretino politico” può anche essere un buon amministratore e persino ministro, o un geniale). 
A volte con l’attenuante enorme di un dopoguerra “rivoluzionario”, a ridosso di una Grande Guerra e della Rivoluzione di Lenin, come i comunisti del primo dopoguerra, o di un Sessantotto alle porte come fu per il nostro PSIUP nato nel ’64; ma spesso senza attenuanti, e negli ultimi anni persino per “futili motivi”, per incompatibilità di carattere o odio interpersonale, spesso per inconfessabili attese deluse di tipo totalmente personale. La sinistra, in sostanza, non riesce ad essere “sinistra inclusiva”, dal centro della sinistra alla “sinistra più di sinistra”, come noi di “Città Futura”, per Statuto, chiediamo da quindici anni (anche se pure noi spesso predichiamo bene e razzoliamo male). E’ così difficile capire che la sinistra perde quando si divide; e vince - o almeno rischia di vincere - quando si unisce? Possibile che la destra, pur essendo anch’essa divisa, sia sempre capace di non spingere il dissenso sino alle reciproche scomuniche da “Vengo anch’io, no tu no” di Jannacci, mentre la sinistra non smette mai la pratica delle reciproche e persino sprezzanti scomuniche reciproche? “Tutti uniti, ma senza di te, anche se rappresenti palesemente la maggioranza” e anche se così - come diceva il mio papà riferendomi una battuta che girava nel mio Borgo San Paolo di Torino natio tra gli operai durante la seconda guerra mondiale, dopo il “Vinceremo” di Mussolini arriva il “vince Romolo”. Sono errori gravi e il ripeterli sempre è “diabolicum”, come dicevano i Romani antichi. O “cretinum”.
   Adesso si spaccano Giunte e partiti addirittura per ragioni personali. Vale anche sul Comune di Alessandria. Io sono da tanti anni lontano da tali cose, essendo appassionato di faccende – psicologico analitiche, filosofico religiose, o “letterarie”, oltre che politico nazionali e internazionali - che mi coinvolgono molto di più. E tuttavia ho maturato la convinzione che quella di Rita Rossa fosse una Giunta decisamente buona. E’ vero, avrebbe potuto essere più dialogante con quelli che non sono dello stesso giro della politica politicante, dai gruppi e associazioni culturali, e persino singoli intellettuali, alla stessa gente dei sobborghi, come “qui” ha scritto anche l’amico Cavalchini; ma è una critica che sento fare a tutte le giunte dal 1965 a oggi. E’ una critica fondata, ma non è il punto chiave, poiché la Giunta Rossa aveva altre virtù. Infatti Rita Rossa è una grande comunicatrice e ha una grande esperienza di amministrazione. Ho sentito, anche a Città Futura, in questi anni, diversi esponenti importanti della sua Giunta, e altri li conosco da una vita. Ho ascoltato diverse volte Abonante, e mi è parso convincente, semplice e profondo persino in materie astruse come il bilancio. Ho sentito l’assessore Ferralasco, assolutamente competente e convincente sui problemi di sviluppo della città. Ho sentito l’assessore ingegner Lombardi, che in materia ambientale di cose ecologiche buone ha cercato di farne parecchie. Vedo quasi tutte le settimane Renzo Penna, che testimoniava progressi reali. E conosco e apprezzo l’attivismo di Maria Teresa Gotta, mia antica allieva, nel campo della Pubblica Istruzione. Ora io ho in mente tanti sindaci, vicesindaci, assessori ai lavori pubblici o al bilancio, e così via, del passato, dal 1965 in poi, e posso fare un po’ di confronti. “Questi qui”, che ho citato, non sfigurano di certo al confronto. Mi sono parsi politici onesti, volenterosi e abbastanza preparati. Nonostante la cura da cavallo imposta giocoforza contro il dissesto, senza divisioni a sinistra “i nostri” avrebbero potuto vincere (oppure vincere o perdere per pochi voti). E Rinaldi lo ha qui dimostrato molto bene, appunto scientificamente. Lo attesta anche il bell’articolo di Patrizia Nosengo del 28 giugno “Palazzo verde e Italia nera”, che giustamente spiega bene in dettaglio il molto di buono della Giunta di Rita Rossa, che conosce meglio di me. Fa anche, come già Cavalchini, una giusta apertura di credito, in ambito culturale, al nuovo sindaco “leghista” Cuttica di Revigliasco. A tale apertura volentieri mi unisco “toto corde”. Da “avversario” irriducibile, ma assolutamente leale e rispettoso, che osserva le cose senza faziosità, mi permetto di dargli un cordiale consiglio: non restringa il proprio ruolo alla pure importantissima promozione di cultura, all’ampio giardinetto che i suoi potrebbero lasciargli zappettare a volontà, ma vigili sui pescecani della destra, certo ansiosi di riprendere la vecchia prassi con lo spirito di quel tale che, tornato dopo anni, diceva “Heri dicebamus”. Stia attento al “ritorno del rimosso”, che sarà il suo pericolo numero uno. Anche se a una persona per bene è difficile, tutte le mattine, mentre si fa la barba, si ripeta il vecchio adagio: “Dagli amici mi guardi Iddio ché dai nemici mi guardo io”. Attento ai “vecchi marpioni”, insomma.  Ce ne sono anche “di sinistra”, ma ora quelli che possono sperare di scaldarsi vicino al sole sono quelli di centrodestra.
    Patrizia mette in luce anche dati internazionali e nazionali del voto dei nove milioni di italiani oltre che dei 75.000 votanti alessandrini. Fa bene perché in effetti ormai la differenza tra il piano amministrativo e il piano politico si è sfumata (e viceversa), e soprattutto perché in effetti ci sono ondate d’opinione, come tanti anni fa mi diceva Angiolino Rossa, che influenzano ogni votazione senza che noi ci possiamo fare molto (lui diceva “niente”).  
   Oggi l’opinione pubblica, in Alessandria (come ha mostrato il voto) e dappertutto (come si sa), è scossa soprattutto dal tema dell’immigrazione, che per noi italiani - condizionati da un lato dalla vicinanza della povera Africa alle nostre coste e dall’altro dal trattato di Dublino, che obbliga ad accogliere qui i salvati sui nostri mari - sta diventando un’incredibile emergenza. L’Unione Europea dovrà: 1) farsi carico in modo proporzionale dei profughi in tutti i 27 paesi membri; 2) intervenire con un vero Piano Marshall a favore dei paesi africani, costieri e non, devastati da guerre o fame, specie con imprese sue insediate là, disincentivando così la spinta dei disperati a scappare in Europa; 3) magari controllare essa stessa le coste di partenza con forze d’interposizione; o fare tutte queste cose insieme. Se in materia non ci sarà una grande politica europea, su tutti tali fronti (e purtroppo non è tanto probabile), il populismo di destra riuscirà a fare in Italia quel che “in grande” fa Trump in America e non è riuscito a fare in Francia il Front National anche grazie alla vittoria di Macron, ma anche per il saggio sistema politico-elettorale – gollista e poi mitterrandiano - di quel Paese. E così l’Unione Europea si sfascerà. Pure se vincerà Grillo. Questo populismo reazionario è qui all’attacco e la stessa Forza Italia di Berlusconi dovrà, con riluttanza,farsene una ragione. Nella migliore delle ipotesi sarà alleata alla pari di Lega e Fratelli d’Italia “uniti nella lotta”, cioè sotto di loro, che insieme ora sono maggioranza. Berlusconi lo sa; cerca solo di praticare la politica dei due forni. Se il trio Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia prevarrà, cercherà di esserne il perno e, se ci riesce, il Capo. Se non prevarrà, cercherà l’alleanza col PD di Renzi. In ogni caso Salvini è all’attacco. Cuttica è una persona colta e mite, ma non stupisce che ad Alessandria sia calato più volte Salvini negli ultimi tempi, come ci ha ricordato Penna, certo anche per rinfocolare queste paure degli immigrati, in specie islamici, che in termini di voti per la Lega sono manna dal cielo.
   Ma oltre a questo, lo ribadisco, nella vittoria del centrodestra ha pesato moltissimo la divisione della sinistra, su cui ormai, a livello nazionale, le responsabilità - debbo ammetterlo onestamente, tanto più per la mia indipendenza - si distribuiscono equamente tra avversari “di sinistra” di Renzi e PD di Renzi.
   Si dice che questa sconfitta era inaspettata. Tuttavia quando io e Federico Fornaro, pochi mesi fa, ci siamo confrontati alla CGIL sull’allora recentissima scissione del PD, io mi lasciai scappare di dire pubblicamente che se avessero atteso il risultato delle amministrative di giugno invece di rompere col PD allora, avrebbero potuto chiedere le dimissioni di Renzi con buone possibilità di ottenerle, dopo la disfatta del 4 dicembre 2016 al referendum e l’ulteriore riprova prevedibile di questo giugno. Ora Renzi è forte del 70% dei militanti ed elettori espresso nel recente congresso del suo PD, che con Bersani e compagni dentro non sarebbe stato così cospicuo. Peggio per loro, ne sono contento perché avevano fatto troppi autogol, da ex comunisti e da post-comunisti del 2013.
   Certo Renzi aveva sbagliato a personalizzare la battaglia referendaria, ma non credo che sia stato il punto decisivo perché comunque la campagna, dagli avversari, sarebbe stata personalizzata contro Renzi, a prescindere: tant’è vero che lo è ancora adesso. Il risultato di quel referendum, comunque, secondo me ci ha ributtato indietro di decenni sui problemi della governabilità democratica dello Stato. Per me è stato una sciagura nazionale. Avremmo avuto almeno governi di legislatura, forti del 55% dei voti, e un quasi-monocameralismo. Non credo minimamente che la Corte Costituzionale, che non sta sulla luna, in caso di sì da parte del popolo sovrano avrebbe potuto opporsi al maggioritario a due turni, pur chiedendo qualche correzione. Ma purtroppo il “sovrano”, il “popolo”, ha detto no 60 a 40, e bisogna farsene una ragione.
   Tuttavia non ho difficoltà a riconoscere che dopo - in questo 2017 - Renzi è parso un motore che “batte in testa”. Ha perso un bel po’ di “spinta propulsiva”. Ha preso “troppi pugni”. Perciò è diventato un leader oscillante, anche se io spero molto che sappia riemergere con qualità adeguate al nuovo contesto, che però per ora latitano. Prima - dopo il referendum - ha sostenuto un maggioritario al 75% (Mattarellum). Poi al 50% (Rosatellum). Poi è stato molto tentato di tornare al proporzionale travestito alla tedesca, che avrebbe portato “per forza”, nel migliore dei casi, a un governo di legislatura con Berlusconi. Poi è parso aprire a Prodi e Pisapia, il che avrebbe implicato un premio di maggioranza alla coalizione invece che alla lista. Più oltre sembra aver pensato che rimarcando l’autosufficienza del PD potrebbe diventare il Macron italiano: il che potrebbe anche essere “giusto”, ma tenendo almeno conto del fatto che quella situazione richiede un sistema elettorale conforme, a meno che non si creda che Macron sia una specie di eroe senza macchia e senza paura arrivato sul cavallo bianco come Ivanhoe tra gli applausi del popolo. Credo che a settembre sarà necessario “scegliere” in proposito una legge elettorale nuova e vera (se no qui”tutto a schifio finisce”, come direbbero in Sicilia). E se per caso si pensasse di non scegliere, andando a votare con la sentenza della Corte costituzionale appena adattata – che poi in pratica vuol dire proporzionale puro, e di nuovo alleanza con Berlusconi “annunciata” per il dopo elezioni- si perderà tutto. O a vantaggio di un centrodestra unito oppure a favore del M5S (quale dei due sia peggio, in termini di governabilità interna e rapporto con l’Unione Europea, lo sa Iddio). Potremmo persino avere una “rottamazione alla rovescia”, con scontro finale alla “Okay Corral” tra due allegri vecchietti ottuagenari, Berlusconi e Prodi. Senza un decisionismo “vero” e con la sinistra in pezzi potrebbe essere la “soluzione finale”, con alto rischio di vittoria o del centrodestra o del M5S (o, peggio ancora, senza alcun governo possibile, con immensa gioia di tutti gli speculatori e di tutti i criminali organizzati d’Italia e del mondo).
   Ma l’atteggiamento in-decisionista di Renzi è “rose e fiori” se paragonato al nullismo di chi sta alla sinistra del suo PD. Renzi fa malissimo a chiudere alla sua sinistra esterna-interna perché un’altra alleanza decente, elettoralmente credibile e perciò anche efficace, non c’è neanche se lui “piange in cinese”; ed essere credibili “da soli”, senza almeno un congruo premio alla prima lista, con la riserva di cercare le alleanze “dopo”, per il PD sarà molto molto difficile. Quindi il PD,anche se fosse renziano non al 70 (com’è), ma al 95%, ha bisogno di avere alleati ben visibili a sinistra. Se non li avrà, sarà peggio “per lui”. Se non lo capisce o capirà, sarà peggio “per lui”. Ma quelli della sinistra esterna al PD pongono a Renzi una condizione democraticamente e umanamente inaccettabile: “Facciamo l’Unione, e una legge che premi le coalizioni (e se ne può discutere), però tu, Renzi, non devi esserne il Capo.” E’ una cosa che avrebbe fatto morire dal ridere i comunisti da Togliatti in poi, che “alla bisogna” accettarono ben altri tipi (da Badoglio a Andreotti). Questi qui, i nostri “sinistri”, sono minoranza nella possibile coalizione col PD (e senza il PD “andò vanno?”). E non hanno neanche - pur facendo finta per assurdo che si possa fare a meno del PD di Renzi - un leader comune (nell’era che Calise dimostra essere della “democrazia del leader”, piaccia o spiaccia alle anime belle che non hanno ancora capito che siamo nell’era della TV, di Internet e della società liquida, post-ideologica). Sembra sempre, alla sinistra rispetto al PD, che il “leader comune” stia per arrivare. Sono come il popolo delle scimmie o bandar log nel Libro della jungla di Kipling (quello vero e non quello caramelloso e degli effetti speciali disneyano): scimmie che erano i più intelligenti di tutti gli animali della jungla, ma che erano il solo “popolo della jungla” senza capo. Stavano sempre per sceglierlo, ma all’ultimo momento se ne dimenticavano. E così facevano ridere gli altri “popoli della jungla” ed erano preda facile del boa Ka, che ne era ghiotto. Ma ammesso e non concesso - lo si vedrà in questi precisi giorni - che le frazioni “alla sinistra” del PD di Renzi siano così intelligenti da riconoscere l’unico “vero” leader di popolo che hanno, cioè l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, e che così per assurdo possano arrivare al 10% dei voti, e cominciare a essere un alleato forte che condiziona il PD da sinistra, ottenendo pure una legge elettorale favorevole alla competizione tra coalizioni come vogliono Pisapia, Prodi, Bersani e Franceschini, - come possono essere così fessi da pensare di poterlo fare senza riconoscere, addirittura in partenza, la leadership di Renzi, il cui partito è sempre prossimo al 30%, sulla Coalizione (ben inteso sinché Renzi sarà il segretario, e quindi candidato premier, del PD, ma ora lo è, e appena indicato tramite primarie dagli iscritti ed elettori del suo Partito, anche col mio voto, al 70%)? E se lo rifiutano, come fanno a non capire che ciò dà la vittoria certa o al centrodestra di Berlusconi oppure, nella migliore delle ipotesi, al M5S di Grillo o, ancor peggio, getta il Paese nell’ingovernabilità a tempo indeterminato? Come fanno a non dirselo tutte le mattine, se conoscono minimamente il “principio di responsabilità”?
    Per tali ragioni a dire la verità in questa fase vedo piuttosto nero, e temo che siamo alla vigilia di una disfatta storica della sinistra (forse iniziata proprio il 4 dicembre 2016, e ormai quasi fuor di controllo). Ma spero di essere smentito tramite scelte finalmente adeguate da un lato del PD di Renzi, che al massimo entro settembre dovrà decidere (e dire alto, chiaro e forte) con chi vuol stare nei prossimi anni e con che legge elettorale accanitamente voluta vuole andare a votare; dall’altro del Campo Progressista di Pisapia, che deve dimostrare di sapere e poter fare una politica che incalzi sì il PD di Renzi da sinistra, e sui problemi più urgenti per i lavoratori in specie disoccupati e sottoccupati, ma non mollando neanche morto tale alleato per quanto possano strillare quelli del loggione di sinistra che lo vorrebbero come uomo-simbolo di una sinistra possibilmente forte, ma contro il PD di Renzi, cioè della solita sinistra “delle cause perse” che ritiene “vera sinistra” un’attività che finisce sempre per essere onanistica, e infatti non supera mai il 5% dei voti. Purtroppo questa nuova sinistra - plurima e una, unita nella diversità, da Renzi e Pisapia - anche per reciproche diffidenze, incompatibilità, retoriche, risentimenti e limiti soggettivi non viene fuori. Così “vince Romolo”, e tutti son contenti. Forse attraverso, come osservatore, un momento di sconforto, ma mi viene in mente il vecchio liberale Giovanni Giolitti, che si trovava a Parigi nei giorni della marcia fascista su Roma del 28 ottobre 1922. Un giornalista francese gli chiese: “E ora, signor Presidente, che accadrà?”. Il vecchio Giolitti, che solitamente aveva uno stile molto misurato e educato da vecchio liberale cuneese dell’Ottocento, rispose: “Siamo nella merda, e ci resteremo”. Speriamo che oggi non sia così. E soprattutto che non lo sia subito dopo le ormai prossime elezioni politiche.

                                                                                                                         (franco.livorsi@alice.it)