giovedì 13 luglio 2017

Non c’è ricambio e i soldi sono pochi. L’Italia in fondo alla classifica

Il livello dei nostri atenei resta alto, ma il contesto è poco favorevole
Pubblicato il 13/07/2017
FLAVIA AMABILE ROMA
I professori universitari protestano per gli stipendi bloccati ma i mali dell’università italiana sono molti e non basta l’eccellenza nella qualità della ricerca a rendere il quadro più confortante. Anzi. Appare evidente che chi riesce a produrre risultati di ottimo livello nel sistema della ricerca universitaria italiana lo fa nonostante un contesto decisamente poco favorevole. I professori universitari sono in forte calo e sempre più anziani per il blocco del turn-over che ha fermato l’innesto di idee e risorse più giovani. La spesa in ricerca si conferma su valori molto inferiori alla media dell’Unione Europea e dei principali paesi Ocse. L’Italia con l’1,27% si colloca solo al diciottesimo posto tra i principali paesi Ocse. Per ogni euro che il nostro paese spende nelle tasche dei ricercatori italiani rientrano soltanto 70 centesimi. L’università non riesce a essere interessante nemmeno per i giovani: l’Italia rimane tra gli ultimi Paesi in Europa per numero di laureati.  
I LAUREATI  
Penultima posizione in Europa. Obiettivi Ue lontani  
L’Italia rimane tra gli ultimi Paesi in Europa per il numero di persone in possesso di un titolo di istruzione terziaria (coloro cioè che proseguono gli studi dopo il diploma delle superiori). Persino tra i più giovani, che dovrebbero avere le stesse opportunità dei loro coetanei europei, la quota è inferiore. Tra coloro che hanno tra i 25 e i 34 anni in Italia a proseguire sono il 24% contro il 37% della media Ue e il 41% della media Ocse, secondo quanto risulta dall’ultimo Rapporto dell’Anvur. 
Il confronto con gli altri Paesi secondo le classifiche Eurostat vede l’Italia all’ultimo posto lo scorso anno, penultima oggi. Ci sono solo 26 laureati italiani ogni cento cittadini tra i 30 e i 34 anni. Peggio, tra tutti i Paesi membri della Ue, fa solo la Romania (25,6%). L’Italia, poi, è quintultima, davanti solo a Portogallo, Romania, Spagna e Malta, per quanto riguarda il tasso di abbandono scolastico dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. Nel 2016, la percentuale di laureati tra le persone tra i 30 e i 34 anni è cresciuta in tutta l’Unione (arrivando al 39,1%), rispetto al 2002. Ma l’Italia non ha approfittato di questo aumento generalizzato, è rimasta comunque indietro rispetto agli altri Paesi.


È vero che gli italiani con un titolo di istruzione superiore sono raddoppiati rispetto al 2002, quando la quota era del 13,1% e che il dato odierno supera l’obiettivo nazionale del 26%. Ma resta lontano il traguardo della strategia «Europa 2020», che tutti i Paesi arrivino per quella data ad avere il 40% di laureati. 
Il Paese più virtuoso è la Lituania, con più di un laureato ogni due trentenni (58,7%). Seguono Lussemburgo (con il 54,6%) e Cipro (con il 53,4%), scrive l’ufficio statistico della Ue nel rapporto del 2016. In linea con tutti gli altri Paesi europei, anche in Italia sono le donne a laurearsi in proporzione maggiore rispetto agli uomini, con una quota del 32,5% contro il 19,9%. Nel resto della Ue, le laureate sono cresciute di dieci punti percentuali dal 2002: dal 24,5% al 43,9%, sopra gli obiettivi comunitari.  


L’ORGANICO  
Sempre meno docenti: diminuiti del 12% in 6 anni. E manca il turnover  
Dal boom al calo irreversibile. Se si considera il numero dei docenti universitari dalla fine degli anni Novanta a oggi si assiste a un aumento continuo fino al 2008. Dal 2009 al 2015 il calo dovuto ai provvedimenti di blocco del turnover messi in campo dal governo Berlusconi insieme con il taglio dei finanziamenti pubblici al sistema universitario. È una diminuzione netta del 12%, da 62.753 docenti a 54.977. 
Il rapporto studenti/docenti ha seguito l’andamento opposto. Aveva raggiunto un minimo storico nel 2008 (28,9 studenti per docente), è cresciuto fino al 2010 (30,2) e ha oscillato per i successivi cinque anni attorno a 30 studenti per ogni docente, in corrispondenza del calo degli iscritti. 

Fino al 2008 i professori erano formati da molti ordinari, relativamente pochi associati e molti ricercatori. Dal 2008 al 2013 invece c’erano pochi ordinari, un numero leggermente superiore di associati e molti ricercatori. Nel 2015, con i numerosi passaggi registrati dalla posizione di ricercatore a quella di associato, ha assunto maggiore peso del passato la figura intermedia degli associati.  

La presenza femminile tra i docenti cresce invece in maniera costante e regolare: dal 1988 a oggi è passata da 26 a 37 donne ogni 100 docenti, una quota non molto diversa da quella dei paesi Ocse, che hanno una media di 42 donne ogni 100 docenti. Il rallentamento delle carriere universitarie legato al calo dei docenti e al blocco del turnover è evidente osservando la distribuzione per età: negli ultimi 27 anni l’innalzamento dell’età media è stato continuo: dal 1988 al 2015 l’età media è aumentata di quasi 7 anni, giungendo a sfiorare i 53 anni. I più attivi in cattedra sono i professori associati che hanno un monte ore di didattica erogata maggiore di 1,3 ore in media rispetto ai professori ordinari (rispettivamente 111,6 ore e 110,3 ore); i ricercatori a tempo determinato insegnano in media 9,6 ore in meno rispetto ai ricercatori a tempo indeterminato (rispettivamente 67,8 ore e 77,4 ore). 


LA SPESA  
Gli investimenti al palo da 4 anni, 18° posto nell’Ocse   
La quota del Prodotto interno lordo dedicata in Italia alla spesa in ricerca e sviluppo è rimasta stabile nei quattro anni considerati dall’ultimo rapporto dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario). Ma la stabilità, sottolinea l’Agenzia, non è un dato positivo: la quota del Pil investita in ricerca si conferma su valori molto inferiori alla media dell’Unione europea e dei principali paesi Ocse. L’Italia, con l’1,27%, si colloca solo al 18° posto (insieme alla Spagna) tra i principali paesi Ocse, con valori superiori solo a Russia, Turchia, Polonia e Grecia, ben al di sotto della media dei paesi Ocse (2,35%) e di quelli della comunità europea (2,06% per l’Ue considerata a 15 Stati) e 1,92% per l’Ue di 28 Stati). 

Fra le regioni italiane, soltanto il Piemonte presenta quote di spesa in ricerca prossime alle medie dei paesi Ue e Ocse, rileva l’Agenzia. Al secondo e terzo posto Lazio e Emilia Romagna. La ripartizione delle quote di spesa tra settori istituzionali vede prevalere il settore privato, che rimane comunque sottodimensionato rispetto alla media europea, sui settori dell’istruzione superiore e pubblica. La maggior parte dei fondi a disposizione di docenti e ricercatori deriva dai fondi europei, ma per ogni euro che il nostro paese spende come contributo al settimo programma quadro, nelle tasche dei ricercatori italiani rientrano soltanto 70 centesimi. 

Nonostante i fondi scarseggino sempre più, l’Italia conferma, almeno per ora, la propria tradizione di eccellenza in quanto a qualità della propria produzione scientifica. La quota di pubblicazioni scientifiche italiane rappresenta nel periodo 2011-2014) il 3,5% del totale mondiale, con una crescita del 4% annuo (in lieve rallentamento rispetto agli anni precedenti) della produzione scientifica nazionale. E l’impatto della produzione scientifica, misurato in termini di citazioni effettive su citazioni attese, è risultato superiore alla media dell’Unione europea e maggiore di Francia e Germania.  

LE RETRIBUZIONI   
Gli ordinari prendono tra i 3300 e i 4000 euro. Niente scatti da 6 anni  
Gli stipendi mensili dei professori di ruolo delle università pubbliche sono stabiliti per legge. Oscillano tra i 3300 e i 4000 euro quelli del professore ordinario e tra i 2200 e i 2700 euro quelli del professore associato. Il ricercatore di ruolo al quale comunque spetta l’attività di docenza, guadagna tra i 1300 e i 1700 euro mensili. Tutti con tredici mensilità annue e tutte le garanzie e i benefit previdenziali riservati ai dipendenti pubblici. Sono gli stessi livelli di stipendio da sette anni. Fu il governo Berlusconi nel 2011 a decidere il blocco degli scatti.  

Il provvedimento venne confermato dai governi successivi, da Monti a Letta. Renzi, dopo averlo riproposto con la legge di stabilità per il 2015, per l’anno seguente cambiò rotta e decise che era il momento di sbloccare gli stipendi nelle università a partire dal 2016. Ma riportò in vigore la legge precedente che lega l’adeguamento degli stipendi al calcolo dell’Istat sugli aumenti medi delle retribuzioni degli altri dipendenti pubblici. E siccome non c’erano stati rinnovi dei contratti del pubblico impiego, mancavano aumenti a cui riferire quelli delle università. Così anche per il 2016 gli stipendi sono rimasti invariati. Ed è molto probabile che lo stesso accadrà nel 2017.