martedì 25 luglio 2017

Nella legge di Bilancio il primo tagliando all’Ape

Verso un mix di soluzioni-ponte per evitare il pensionamento a 67 anni
LAPRESSE
L’età della pensione è stata aumentata ma molte categorie invocano eccezioni per poter anticipare l’uscita dal lavoro
PAOLO BARONI ROMA
C’è un pacchetto pensioni che potrebbe entrare nel prossima legge di Bilancio e corrisponde al primo «tagliando» a cui nei prossimi giorni verrà sottoposta l’Ape social, il meccanismo che consente a disoccupati, invalidi gravi e usurati di andare in pensione con tre anni di anticipo. In particolare si pensa a come soddisfare tutte le richieste arrivate all’Inps entro la scadenza del 15 luglio, in modo da dare una risposta anche ai 6mila che non rientrano nel tetto dei 60mila previsti per quest’anno. Ma si sta anche ragionando, come chiedono da tempo i sindacati, sulla possibilità ampliare la platea dei lavori gravosi estendendola anche al settore agricolo, ai marittimi ed alla polizia locale, e su un meccanismo in grado di aiutare le donne. In particolare per loro potrebbe essere previsto uno sconto di tre anni sul requisito minimo di contributi, oggi fissato come per gli uomini a 30-36 anni - a seconda che si tratti di disoccupati e invalidi gravi oppure di lavori gravosi - valorizzando i mesi o gli anni persi al lavoro per poter accudire i figli o familiari disabili in modo tale da abbassare l’asticella rispettivamente a 27 e 30 anni.
La richiesta dei sindacati, in questo caso, prevede di aumentare dagli attuali 4 a 12 mesi lo sconto legato ad ogni figlio. Visto il boom di richieste occorre poi valutare se il tetto dei 45mila pensionamenti agevolati grazie all’Ape previsti per il 2018 è sufficiente o meno e se non è il caso di rendere strutturale questa misura per il dopo 2018.

Ma il menù che sta sul tavolo della trattativa sulla «fase 2» della previdenza imbastita da governo e sindacati è molto più ampio e va certamente ben al di là dell’orizzonte della prossima legge di Bilancio. Per giovedì prossimo il ministro Poletti ha convocato i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil per iniziare a tirare le fila dopo i tanti incontri tecnici. Molti gli «argomenti cruciali» da affrontare: la pensione contributiva di garanzia, che dovrebbe assicurare alle giovani generazioni un risultato previdenziale dignitoso, il ritorno ad una perequazione piena di tutti gli assegni a partire dal 2019 e, soprattutto, la questione dell’innalzamento dell’età pensionabile che in assenza di un intervento normativo dal 2019 porterebbe a 67 anni il requisito per lasciare il lavoro. 


Difficile che passi la richiesta di bloccare il meccanismo automatico di adeguamento essenzialmente per la solita questione di costi e di equilibrio dei sistema previdenziale come hanno già segnalato sia il Tesoro che il presidente dell’Inps. Questo non toglie che in qualche modo il governo cercherà una soluzione. La proposta avanzata dal consigliere di palazzo Chigi Stefano Patriarca prevede un mix di interventi: in particolare si tratta di mettere in campo una rete di redditi ponte, «da sostenere con un risparmio collettivo, la previdenza integrativa, e con uno individuale, ovvero l’anticipo pensionistico volontario» per «traghettare» i lavoratori fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione. All’anticipo pensionistico volontario verrebbero così affiancati sia l’assegno minino di garanzia destinato ai giovani che altre misure di supporto più specificatamente riservate alle fasce deboli, come gli addetti a mansioni particolarmente gravose o che presentano problemi familiari, di salute o di reddito particolarmente gravi. Quanto ai giovani, e più in generale per tutti i soggetti a bassa contribuzione (come gli attuali quarantenni che ricadono interamente nel regime contributivo), il progetto di Patriarca prevede l’eliminazione di tutti i vincoli che legano l’uscita agli importi ed una pensione minima che parte da 650 euro e può salire sino a mille in base agli anni di lavoro.