mercoledì 19 luglio 2017

Migranti, l’agenda per rispondere ai sindaci disobbedienti

ANSA
da: http://www.lastampa.it/ Pubblicato il 18/07/2017
GIAMPAOLO MASSOLO
La disobbedienza dei sindaci è il sintomo evidente, dal territorio, che tra arrivi di migranti e capacità di accoglienza l’equilibrio è ormai saltato. Sintomo preoccupante che la Nazione stessa rischia di rompersi. L’implosione dello ius soli, un altro brusco risveglio. Il codice di condotta per le Ong, strumento indispensabile, ma indebolito dal vaglio europeo. Ancora una volta serve realismo. 
Le cause che rischiano di trasformare l’Italia in un cul de sac sono fin troppo note. Niente più sbocchi facili. Si aggiunge una congerie normativa su asilo, salvataggi in mare, porti «vicini e sicuri» che imprigiona tutto in una camicia di forza: inutile, in punto di analisi, domandarsene le origini, bisogna farci i conti e non ne sono alle viste mutamenti significativi a nostro favore. Poco praticabile, dunque, in queste circostanze, se non come arma negoziale, chiedere l’attracco in altri porti europei o minacciare di lasciare la missione Triton.  


Più in prospettiva, sarà gioco forza rendersi conto che i flussi non sono arrestabili, che saranno crescentemente di natura economica sfumando la differenza con gli asilanti, che non si può prescindere da una politica di accoglienza e integrazione coordinata a livello europeo. Cose che richiedono tempo e maturazione culturale, unica via per mutare anche i patti a suo tempo sottoscritti. Ma nell’immediato fa premio l’emergenza. Ogni ulteriore iato tra annunci e azione accresce il senso di insicurezza dei cittadini, li allontana dalla politica, lascia spazio a improvvisazioni demagogiche, contrappone Istituzioni nazionali e locali. Agire ci dà credibilità in Europa, toglie alibi a chi rifiuta di collaborare, favorisce l’inevitabile ricerca di appoggi. 

Cosa si può fare in concreto? Una comunicazione univoca, franca e fattuale, intanto, aiuterebbe a dissipare l’illusione di soluzioni miracolistiche e consoliderebbe l’immagine di un’azione non episodica, ma strutturata e coordinata. Occorre concentrarsi quindi soprattutto sulla prevenzione degli arrivi - vera e propria discriminante di ogni azione efficace - sulla facilitazione dei rimpatri, sul miglioramento delle strutture di accoglienza. 

Spostare, sul piano della prevenzione, quanto più a sud possibile i confini dell’Europa - e le connesse responsabilità - fin nel cuore dell’Africa, fornendo subito mezzi per l’assistenza in loco e per la creazione lungo le rotte migratorie di centri di accoglienza temporanea, con un più incisivo controllo delle competenti organizzazioni internazionali. Vale anche per i Paesi di transito e per il monitoraggio, se necessario in armi, dei confini libici meridionali. Intensificare, sempre a titolo preventivo, le iniziative di aiuto in Libia, a livello quanto più decentrato e locale possibile (come dimostra il viaggio del Ministro Minniti), per rendere meno conveniente il traffico di esseri umani rispetto ad attività economiche lecite, opportunamente sussidiate; assistere prioritariamente sul territorio libico, in vista del loro rimpatrio, un numero crescente di migranti sotto l’egida dell’Unhcr e dell’Oim; concorrere al presidio delle coste libiche (come si sta facendo ad esempio con l’invio in loco di un’apposita unità navale della nostra Guardia di Finanza e con il sostegno alla guardia costiera libica); non incentivare le partenze con soccorsi navali troppo a ridosso delle coste e con le attività non sempre trasparenti delle Ong. 

Facilitare poi i rimpatri. Sarebbe dirimente un maggiore coordinamento europeo: non sottovalutiamo quanto abbiamo già ottenuto, vale a dire restrizioni concordate alle concessioni di visti dei Paesi europei agli Stati che rifiutano di riprendere i migranti. Un primo segnale importante. Un’Europa con la cattiva coscienza, infine, difficilmente potrebbe rifiutarci altri finanziamenti per migliorare le nostre strutture di accoglienza. Continuiamo a reclamarli e di sempre maggiore consistenza. Integrare chi ha diritto a rimanere sarà infatti indispensabile, a cominciare dal mondo del lavoro. Meglio pensarci per tempo, con i fondi Ue e una normativa nazionale.  

Questo, pur non privo di limiti, un pacchetto emergenziale possibile. In parte, del resto, il Governo lo sta già perseguendo. 

Certo, si può chiedere più durezza: bloccare i porti alle navi straniere e applicare la direttiva europea 55/2001 per concedere visti temporanei a migranti economici onde favorirne d’autorità e unilateralmente la circolazione nel territorio dell’Unione. Perché no, alla resa dei conti? Il primo provvedimento, tuttavia, rischierebbe serie conseguenze umanitarie nella rada dei nostri porti. Il secondo ci metterebbe senza mezzi termini in urto con i partners europei, su questo e altri dossier strategici. 


Ce la sentiamo? Va ben ponderato. Intanto, resta cruciale sfruttare appieno le collaborazioni europee praticabili e smettere di dividerci tra di noi su quanto realisticamente è possibile fare.