giovedì 20 luglio 2017

L’ex ministro: voglio costruire un ponte con il centrodestra. Il partito di Alfano chiuso in se stesso

Costa dopo lo strappo: non tengo il piede in due staffe
Enrico Costa, 48 anni, cuneese, avvocato, che fino a ieri mattina era ministro per gli Affari Regionali in rappresentanza di Ncd
Pubblicato il 20/07/2017
UGO MAGRI ROMA
«Non sono uno che tiene il piede in due staffe», spiega le dimissioni Enrico Costa, 48 anni, cuneese, avvocato, che fino a ieri mattina era ministro per gli Affari Regionali in rappresentanza di Ap. Lunedì, nella sorpresa di molti, Costa aveva risposto «presente» all’appello lanciato da Silvio Berlusconi per un centrodestra «inclusivo». Lasciare il governo di centrosinistra era a quel punto inevitabile: «Ho lasciato il ruolo ministeriale ma ho difeso il mio pensiero». 

Alfano le rimprovera di non avere dato le dimissioni già lunedì scorso. Due giorni, ha detto, sono troppi.  
«La notizia credo che sia: Enrico Costa è nella lista, peraltro brevissima, di quanti hanno rinunciato alla poltrona per le proprie idee. Non credo che importi a nessuno misurare quanto ci ha messo, col cronometro in mano». 

Perché lo strappo si è consumato proprio ora?  
«C’è stata una progressione di eventi che hanno accentuato il mio disagio. Sullo Ius soli ho manifestato una posizione di netto dissenso che ha contribuito, credo, alla frenata del governo. Avevo insistito perché si facesse una legge sulla legittima difesa, incontrando varie resistenze. Non le sarà sfuggito che, sulla riforma del processo penale, alla Camera io avevo votato contro. Per mia natura non sono un “signorno”, ma nemmeno si può rispondere sempre “signorsì”». 


Dica la verità: è stato Gentiloni a perdere la pazienza?  
«Al contrario, si è mostrato sempre rispettoso del mio punto di vista e mai mi ha chiesto di rinunciarvi. Di ciò gliene sono grato». 

Non pensa che le dimissioni possano essere un assist al partito della crisi e del voto subito?  
«Lo escludo. La mia scelta è stata un gesto di responsabilità, anche per tenere il governo al riparo dalle fibrillazioni». 

Qualcuno le ha fatto pressioni perché tornasse sui suoi passi?  
«Ovvio che sì, e da parte di molti. È stata una decisione non facile, pure sul piano personale. Da ministro, io tornerò a fare il deputato semplice. Ma era un passo inevitabile. Sul mio dissenso rispetto al governo si è innestata una valutazione positiva sull’appello lanciato da Berlusconi». 

Che cosa le ha detto, l’ex premier?  
«Nulla perché non ci siamo parlati». 

Ma le avrà promesso qualcosa...  
«Ho l’orgoglio e la libertà di avere fatto questa scelta senza mai discutere di incarichi politici». 

Di nessun tipo?  
«Zero, lo garantisco. Ho seguito la mia strada in piena autonomia. Ovviamente con la prospettiva di costruire un ponte tra l’area centrista e un centrodestra finalmente “inclusivo”, capace di recuperare energie, idee e impegni». 

Per quale motivo non ha insistito con Ap? Anche il partito di Alfano, in fondo, vorrebbe costruire un’area autonoma e indipendente tanto dalla destra quanto dalla sinistra.  
«Non penso che possa essere utile all’Italia un centro chiuso in una solitaria e improduttiva auto-contemplazione. In questo modo viene preclusa qualunque prospettiva di sviluppo delle proprie idee. Anziché concentrarsi sul proprio ombelico, il centro deve contribuire a rafforzare la componente liberale del centrodestra. Perché lì sono rappresentati valori ideali e interessi concreti di milioni di cittadini». 

Non ha il timore che possa trattarsi di una battaglia persa?  
«Io di sconfitte ne ricordo soprattutto una, nel 2006, quando la sinistra vinse con un vantaggio di soli 25 mila voti. Ecco, bisogna evitare che ciò si possa ripetere, e per questo motivo sto dando una mano a riunire tutte le forze liberali, persone, gruppi, associazioni. Ripeto: senza mettermi un berretto in testa». 

Chi pensa di coinvolgere nel suo progetto?  
«Dai segnali che ho potuto raccogliere in queste poche ore successive alle dimissioni, credo ci sia una fortissima sensibilità nella società civile e, ovviamente, nel Parlamento». 

Dove però abbondano gli «impresentabili». Farà da ponte anche rispetto a loro? 
«Lo escludo. La premessa è rappresentata da radici condivise, comunione di intenti e profili politici adeguati».