venerdì 21 luglio 2017

La trappola della doppia moneta

La somma di Lega, Forza Italia, FdI e centristi è ormai stabilmente superiore ai valori accreditati a Pd e Cinquestelle
ANSA
Pubblicato il 20/07/2017
ALBERTO MINGARDI

I sondaggi danno il centro-destra in crescita. La somma di Lega, Forza Italia, FdI e centristi è ormai stabilmente superiore ai valori accreditati a Pd e Cinquestelle. A fare la differenza sarà la legge elettorale (all’ex Pdl converrebbe paradossalmente il sistema che meno apprezzano, il Mattarellum) ma un governo a guida Forza Italia-Lega oggi è probabile almeno tanto quanto uno a guida Pd. 

Berlusconi per ora, come i Blues Brothers, si sta dedicando a «rimettere assieme la band». A questo scopo, il Cavaliere lascia filtrare i dettagli di un’agenda di governo: un’imposta ad aliquota unica (flat tax), interventi sul welfare a vantaggio dei meno abbienti e di categorie particolari (la pensione alle mamme), l’introduzione di una seconda moneta «complementare» all’euro per gli scambi interni. Il programma ricorda retorica (meno tasse per tutti) e prassi (social card) dell’epoca berlusconiana, mai perfettamente allineate. E’ quello di cui c’è bisogno, nell’Italia di oggi? 


Il prossimo governo dovrà verosimilmente affrontare la fine delle politiche non convenzionali della Banca Centrale Europea. Ciò significa, con tutta probabilità, un innalzamento dei tassi e quindi un maggior costo del servizio al debito. In questo contesto, l’emissione di un «seconda moneta» complementare all’euro a che servirebbe? L’obiettivo, di fatto, è quello di consentire allo Stato di indebitarsi in una valuta che controlla: le «nuove lire» altro non sarebbero che dei «pagherò», presumibilmente utilizzati da principio per pagare chi lavora con la pubblica amministrazione. Che impressione trarrebbero i mercati di un Paese già straindebitato che s’inventa una moneta parallela per indebitarsi di più?  

Il prossimo premier dovrà anzitutto porsi l’obiettivo di non peggiorare la situazione della finanza pubblica. L’attuale Def prevede che, nei prossimi cinque anni, il rapporto fra debito e prodotto si riduca di circa 14 punti percentuali, fino a raggiungere il 119% del Pil. Ciò non rende impossibile rilanciare la crescita: bisognerebbe togliere il guinzaglio ai produttori di ricchezza, agendo su semplificazioni, riduzioni degli oneri burocratici, allentamento della morsa della regolamentazione, temi che sono nel dna di Forza Italia. 

In Italia, però, restiamo convinti che lo sviluppo passi dalla spesa pubblica. In un Paese che invecchia e in cui i giovani fanno fatica a trovare lavoro, tutti i partiti immaginano interventi sulla previdenza: assegni minimi più alti, abbassamento dell’età pensionabile, baby pensioni per chi il posto fisso non l’ha conosciuto. L’effetto sarebbe accrescere ulteriormente il debito previdenziale, a danno delle generazioni future. 

Il centro-destra una freccia nel suo arco ce l’avrebbe. La flat tax, l’imposta a aliquota unica, non solo significherebbe tasse più basse per la quasi totalità della popolazione, ma aiuterebbe quanti hanno carriere discontinue (giovani e donne) rendendo più comprensibili e prevedibili gli impegni fiscali. Per essere credibile, una riforma di questo tipo andrebbe tuttavia finanziata con tagli alle spese, non facendo debito. Sul tema, in queste settimane si è consumato un ampio dibattito. Al netto delle diversità ideologiche, c’è consenso fra gli esperti sull’insostenibilità dell’Irpef per quel che è oggi: una congerie di regole e eccezioni che fanno sì che due persone col medesimo reddito possano avere un carico fiscale assai diverso. Ogni volta che ha vinto le elezioni, Berlusconi le ha vinte parlando di tasse. Può succedere di nuovo? 

L’Italia del 2017 è senz’altro diversa da quella del 1994, del 2001 o del 2008. Paradossalmente, però, i problemi - eccesso di spesa pubblica e burocrazia, elevata pressione fiscale - sono sempre gli stessi. Sono solo peggiorati.  


Twitter @amingardi