martedì 25 luglio 2017

Jus soli e sintomo di un’irrilevanza, Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta Alessandria
Un’altra ritirata del governo, un altro fallimento sul versante delle riforme. Il premier Gentiloni, constatata l’impossibilità di portare a termine positivamente il dibattito sulle norme di cittadinanza e di una loro approvazione, ha sospeso i relativi lavori parlamentari al Senato; norme che vi giacciono dal 2015, quando vi furono trasmesse dalla Camera dei Deputati. Nessuno però oserà pensare sul serio che la meditazione estiva sia sufficiente a riparare al fallimento: una classe politica rissosa, inadeguata, esposta alla canea delle confusioni indotte dai media e condizionata dagli umori di un elettorato assolutamente disinformato, non si sogna neppure di rendersi consapevole delle norme poste in discussione; le basta seguire il vento dei consensi elettorali. Non si fa certo gli scrupoli di grandi statisti, italiani ed europei che si resero capaci di affrontare la sconfitta elettorale pur di tracciare una linea di progetto per il fururo della loro nazione: sono morti e non solo alla vita fisica, ma anche alla presenza nell’agone della politica.

Tutto succede nonostante il testo dello “Jus soli” costituisca un tentativo responsabile di dare ordine agli eventi delle migrazioni che si susseguono come fenomeno irrisolvibile con i tanti invocati respingimenti, né tanto meno con i muri posti in essere nella “civilissima Europa”. Non mi dilungo sul testo della legge in discussione sul cui destino non metto in gioco neppure un bottone della mia camicia; basti accendere un qualunque PC per chiunque voglia sul serio informarsi. Sottolineo invece che siamo in presenza di un sintomo, uno fra gli altri, dell’irrilevanza dell’ispirazione cristiana per un’ adeguata presenza di cattolici in politica.
A favore della legge si sono mossi i vertici apicali della Chiesa; ha parlato anche la Segreteria di Sato della S. Sede, oltre a papa Francesco; ed ha parlato per intervento di mons. Sostituto che costituisce, ben lo sa chi conosce i meccanismi posti in essere, un’autorevolissima voce vaticana. Ha parlato il presidente della CEI, ha parlato il segretario, da sempre lucidissimo interprete degli affari italiani e voce inascoltata (inascoltata e contestata) dei cattolici più devoti; ha parlato persino (udite udite!) l’eminenza Bagnasco il quale deve essersi accorto (meglio tardi che mai) che anche l’accoglienza dello straniero potrebbe annoverarsi tra i “valori non negoziabili”, probabilmente illuminato dalla rilettura del capitolo 25 (venticinque) dell’Evangelista Matteo.
Ovviamente, come per tutti i principi di ispirazione ideale/cristiana, anche per questo necessita mediazione culturale e dialettica politica; e nel nostro caso il tentativo di mediazione al fine del massimo bene possibile (lo ripetiamo: in poltica nulla è perfetto), mi sembrava essere stato predisposto. Mi chiedo però quali rappresentanti del popolo avrebbero dovuto accoglierlo. Forse chi è stato scelto in rappresentanza di quei cattolici che in nome dell’anticomunismo (ma dov’era più e dov’è non solo il comunismo, ma la sinistra riformista?) hanno votato per il “fedele” Berlusconi e continuano imperterriti a votare per la destra, magari indirizzati dalle truppe del movimentismo devoto? Magari dall’ineffabile Angelino e suoi sodali che professano la loro convinzione cristiana, spiegata ad uso e consumo del consenso cristallizzato di una sparuta schiera dell’elettorato? Magari da Salvini che ricorda puntualmente ai vescovi di fare il loro lavoro chiusi tra le mura del tempio? Forse non sa neppure che ricalca le orme del suo predecessore “puzzone” de cuius che voleva fare dell’Azione Cattolica Italiana una confraternita per la recita delle giaculatorie; e spero di non aver offeso un morto che nel bene, ma molto più nel male, rispetto a Salvini, era un gigante.
E così si raccolgono i frutti di una irrilevanza di cattolici in politica; non perchè ormai presenti in diverse forze politiche, stante la superata esperienza della loro unità, ma perchè distratti da tre decenni di interventi clericali senza possibilità di sperimentare le strade della mediazione culturale, senza la lbertà di confrontarsi dialetticamente con le forze alternative, senza le prospettive di una salvaguardia dei valori al massimo possibile nel confronto con le altre proposte presenti nel Paese, il confronto libero ed adulto che invocava già Luigi Sturzo. E finì in esilio.
Così possono parlare Francesco, Becciu, Bassetti, Galantino e persino Bagnasco ma il buco finisce sempre nell’acqua.