giovedì 27 luglio 2017

In memoria di Giovanni Bianchi da Sesto San Giovanni

Andrea Zoanni
Vi sono delle azioni che si desidera compiere per ricordare una persona, lasciandole nel tempo e nello spazio affinché qualcuno le possa raccogliere. Quando si tratta di scrivere non si deve cadere nella retorica fine a se stessa, ma non penso di correre questo rischio ricordando il Giovanni Bianchi da Sesto San Giovanni. Il 25 luglio si sono svolti i funerali, nelle vicinanze di casa sua, una cerimonia sobria e toccante, proprio come era lui.

Non avevo intenzione di ricordarlo in questo modo, sapendo che Appunti l’avrebbe comunque fatto, ma la sera stessa, rientrando a casa, ho trovato un articolo sul Corriere on line a firma di Elisabetta Soglio che ne descrive esattamente le sue caratteristiche, per come anch’io l’ho conosciuto e che invito a cercare. Vorrei citare alcuni brevi passaggi, perché il Giovanni era persona che invogliava al dialogo. E quanto oggi ce n’è bisogno.
Senza mai apparire e con il suo approccio mite, ma determinato, Bianchi ha lasciato il segno in tanti.
In questa affermazione sta proprio quell’invogliare al dialogo cui dicevo poc’anzi, perché contemporaneamente alle parole pronunciate cercava con occhi vispi uno o più interlocutori per confutare le proprie tesi. Mite ma non mansueto, determinato ma rispettoso degli altri com’era, perché sapeva ascoltare.

Quella di Bianchi era una spiritualità profonda, ma spiegava ai suoi che il cattolicesimo va vissuto anche col corpo: per questo aveva guidato la marcia disarmata a Sarajevo ed era stato a Gerusalemme a chiedere la pace fra religioni.
Una volta mi chiese se avevo messo in conto di tornare in Terrasanta, gli dissi non credo, mi rispose che una volta sola non era sufficiente, che ci dovevo ritornare anche per quelli che mai l’avrebbero visitata, perché lì stanno le nostre radici, in quella terra martoriata dall’uomo e non da Dio.
Giovanni Bianchi era a suo modo un visionario.
Raramente succedeva di faticare a seguirlo nello svolgere il suo ragionamento; e quando percepiva un principio di smarrimento negli uditori, proprio per l’attenzione che aveva verso gli stessi, li anticipava proprio così: sono un visionario.
Era un «teorico della sestesità», perché forse non sapremo mai quanto sulla sua attenzione al mondo del lavoro e ai diritti dei lavoratori abbia influito il fatto di essere nato nella Stalingrado d’Italia, nella città delle fabbriche difese anche quando fu il momento di chiudere e riconvertire.
Posso confermare questa affermazione quando, in un dialogo sul territorio e la territorialità, il sociale e la società, nel quale evidenziavo l’arcaicità di questi concetti rispetto le odierne frontiere abbattute dalla tecnologia, lui mi rispose di avere nostalgia delle fabbriche di Sesto San Giovanni, del loro rumore, del loro odore.
Io sorrisi e lui comprese che c’era in me un poco di compassione verso la sua affermazione.
Ricambiò il sorriso e facendosi più serio mi disse più o meno queste parole:
“In tutto l’occidente c’è stata una vastissima svalutazione culturale del lavoro, che non è più stato visto come il perno della mobilità sociale, o della realizzazione delle persone, o l’incontro dell’uomo con la tecnologia. Questo ha comportato che il lavoro è diventato solo un posto di lavoro, ma se é solo un posto di lavoro e nulla più non è molto interessante e non mobilita niente. La mia nostalgia sta in questo, in quelle fabbriche c’era vita vera e oggi quella vita vera non ha trovato una nuova dimora”.
Poi c’è il Bianchi scrittore di testi, una produzione vastissima che comprende anche qualche romanzo e le poesie, perché la poesia era la sua grande passione.
La mente va ad una sera a Tartano, in una valle laterale alla Valtellina, che non posso dimenticare perché verso mattina mi giunse la notizia della morte di don Walter Fiocchi. Ero agli Incontri Riformisti organizzati ogni anno dall’Associazione Democratici per Milano e si stava cenando.
Ad un certo punto ci si scherniva rispetto alle lungaggini di certi interventi, alle prose trite e ritrite. E qualcuno sciorinava anche nomi e cognomi di persone assenti. Fu in quell’istante che Giovanni disse che avevamo bisogno di più poesia.
Immaginate la reazione, ma con semplicità riprese la parola evidenziando la straordinaria capacità dei poeti nel condensare ed esprimere in poche parole un trattato e un discorso intero.
L’ultima volta l’ho visto a febbraio, era venuto a Como ed eravamo insieme ad altre associazioni del mondo cattolico per riflettere sul dopo referendum. Aveva sostenuto il Renzi della prima ora e anche il referendum, con qualche critica come succede in tutte le espressioni democratiche.
Ma quella sera la sua analisi si rivolse al renzismo, che aveva esaurito la sua spinta propulsiva perché incapace di andare oltre il proprio orticello per aggregare, come anche l’atteggiamento referendario aveva messo in luce.
Sono solo piccole pillole per me significative di una persona che si aveva il piacere di leggere e di incontrare. Non aggiungo altro, in una Italia a rimorchio dell’economia europea e come contropartita la gestione degli sbarchi mediterranei, in una Unione dove il novello Macron ribadisce come essa sia, oggi come ieri, prevalentemente una questione di leadership tra Francia e Germania.
Noi invece siamo afflitti anche da una siccità che sta prosciugando il lago di Como e che vede il lago di Garda al 34% del suo invaso. Sì, perché sono questi i lanci di agenzia reiterati nei giorni scorsi sui media rispetto alla scarsità d’acqua: vi pare il nostro un Paese dall’informazione seria?
Vorrei concludere richiamando un episodio che fa sempre poca notizia, perché impegnati a volgere lo sguardo da altre parti o a fare spallucce nella convinzione che non ci tocchi.  Ne parlai un giorno a Giovanni, alzò gli occhi al cielo e mi incoraggiò.
Si tratta di mafia capitale derubricata a mazzetta capitale, nonostante più di 250 anni comminati da giudici rimasti purtroppo fermi a una vecchia idea della mafia, cui impone davvero una revisione del 416 bis.
Io penso che a Roma si sia persa una grande occasione per una svolta culturale che si voleva imprimere ad un Paese sempre in ritardo nel fare i conti con la propria storia e in questo caso anche con la realtà che lo opprime e gli impedisce di svoltare. Sono queste le ragioni per cui io sto, con profonda e meritoria convinzione, dalla parte di Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e la Procura di Roma, perché la zona grigia nella quale le mafie traggono la loro forza resta tutta e i mafiosi non sono solo al sud.
E qui vorrei citare Mario Calabresi, che ha fatto un po’ il poeta, richiamando in una frase quel senso culturale che non abbiamo: “Quando ci si sente sollevati perché i Palazzi erano infiltrati fino al midollo da un’associazione criminale che non può essere definita mafiosa, allora si è perduti”.