martedì 4 luglio 2017

Il passato del futuro, Patrizia Gioia

Patrizia Gioia  http://www.cittafutura.al.it/ Alessandria
Il concerto di Vasco ieri sera
Potrei definire così - il passato del futuro-  il concerto di Vasco ( e qui il nome non è una firma) a cui ieri sera ho assistito seduta comodamente nella poltrona di un cinema milanese.
Una rassegna dei suoi e dei miei quarant'anni di musica, ma soprattutto dei nostri sessanta e più anni di vita, per ognuno spericolata a modo suo. 
Ogni canzone un rimbombo nei corridoi della memoria, un'alzata d'onda nell'oceano degli occhi dove il colore dell'acqua si confondeva con l'azzurro degli occhi di Vasco, un azzurro che tiene insieme l'innocenza e l'esperienza, la grazia e la disperazione.

Non sono mai stata un grande appassionata di Vasco, il rock da qualsiasi parte viene non è musica per le mie contrade, anzi diciamo che da sempre sono le parole che fanno la mia musica e in alcune canzoni di Vasco le sue parole si disponevano armoniosamente con le altre nell'immenso spartito che custodivo e custodisco.


Inutile negare che è la robusta corda del romanticismo che mi fa vibrare, che sia musica jazz o sinfonica, leggera o classica quello che mi lascia il segno è la sottile nota sempre sul confine tra malinconia e gioia, che corrisponde più al tramonto che all'alba chiara, quando l'orizzonte scolorisce e il sole scompare, vigoroso simbolo della nostra vita mortale.

Nella lunga scia dei pellegrini sempre incamminati verso Oriente, Vasco lo incontro spesso tra Leopardi e Holderlin, qualche volta lo vedo chiacchierare e saltellare con Mozart, qualche altra seduto sul ciglio della strada in compagnia di Hermann Hesse, una sera li ho sentiti che divagavano su Klingsor, Klee e  Mahler. 
Ma è quando si parla di donne che Vasco e tutti i pellegrini si fanno un po' stonati, nell'universo femminile in cui accendono i loro fuochi rimane sempre un'irriducibile zona d'ombra, una distanza che solo in pochi momenti si fa vicinanza, si è sempre soli a camminare, sempre innamorati, sempre appassionati d'una mancanza.

Ieri sera su quel palco ho rivisto Lucio e Fabrizio, Lauzi, Bindi, Tenco, Endrigo che seguivano silenziosi Mia Martini, la Ferri e la Melato, tutti in ascolto di quel che le donne dicevano, pronti a tradurre con le loro parole quel che delle donne non si sa dire.

Duecentotrentamila persone che cantano insieme sono come un mare calmo pronto alla tempesta, sono come un diluvio che potrebbe arrivare e cambiare tutto quel che dopo di lui resta.
Il tempo di Vasco è preludio del nuovo, è sguardo innocente e ironico nella insondabilità della vita che ci sa però anche donare il coraggio di vivere nell'incertezza di un'esperienza e di un'intuizione profonda dove non è la ragione che ha la parola prima, ma il silenzio da dove quella parola nasce per diventare musica.
Zarathustra è sempre attuale, l'inizio del concerto ben illumina questa verità: si nasce ogni giorno

e divenire uomini e donne è il compito, spericolato, appassionato, pieno di bollicine, niente affatto scontato.