martedì 25 luglio 2017

Il fatale 1977: e ora il “libro contro” di Elias Canetti (2) Il Sole, la Morte e il telefono

«E ovunque si dilatava e si spargeva una profonda musica,
che stringeva il cuore. Io sapevo,
pur senza afferrarne un senso e senza comprender nulla,
sapevo una cosa sola, che quella era la morte».

Hugo von Hoffmannsthal, Erlebnis (1892, trad. Claudio Magris) 
«La cosa peggiore nella morte è la sua concentrazione. Riconduce
tutto a sé: una restrizione. Le religioni non si accontentano di una
simile restrizione. Dietro la strettoia dipingono immani paesaggi.
Com’è allettante!».

«Ti sei forse facilitato la morte opponendole frasi fatte?».
Elias Canetti, Il libro contro la morte (Adelphi 2017)
Nuccio Lodato Alessandria
Il 3 giugno di quello stesso, estremo ’77 era morto improvvisamente, nella sua ultima casa romana, Roberto Rossellini. Era reduce dalla presidenza della giurìa di Cannes, dove aveva imposto -forse con una forzatura generosa ma impropria – l’assegnazione della Palma a Padre padrone (col successivo Il prato, magari non a caso interpretato dalla figlia Isabella, il film meno felice dei Taviani). Aveva appena fatto in tempo a chiamare in soccorso la prima ex-moglie dirimpettaia, Marcella, i legami con la quale non si erano del resto, nonostante la proverbiale disinvoltura sentimentale del regista, mai interrotti, anche nel ricordo accomunante della severa perdita, nell’anno in cui nascevo, del figlioletto di nove anni, Romano.

La notizia, circolante nella tarda mattina, mi era suonata quasi come una perdita simbolica di padre, ignaro del fatto che da lì a cinque settimane sarei stato realmente stato oggetto di quella effettiva. Ho raccontato altrove cosa abbiano significato per me quanto a forza storicamente e moralmente rivelatrice il cineasta e la sua “trilogia della guerra”, in particolare Roma città aperta (“Mi ha salvato Rossellini”, «Quaderno di Storia Contemporanea» del 2015). Come non pochi miei coetanei, non mi sarei probabilmente interessato così organicamente al cinema senza anche quella visione. Curiosamente, quell’estate, mi pareva così di aver perduto insieme il padre effettivo e quello politico-culturale: due quasi coetanei che non avevano assolutamente nulla in comune, tranne, volendo, il filofascismo degli anni Trenta, poi radicalmente mente rientrato nella visione dell’autore di Paisà (decisamente meno nell’altro caso, ma senza ricadute né pubbliche né, in fondo, sulla mia stessa educazione).
Ero stato alle prese, in quei mesi, seguito con malcelata ironia amicale dallo stesso Adelio, anche col mio primo libretto, il “castorino” dedicato ad Howard Hawks per la collana, inventata e diretta con piglio e cipiglio dall’indimenticabile Fernaldo Di Giammatteo, con l’altrettanto inobliabile La Nuova Italia fiorentina dei Codignola, capitanata da Sergio Piccioni. Una fatica sproporzionata alla modestia (qualitativa e quantitativa) dell’esito. La buona cara preside Egle Incerti dell’allora scuola media alessandrina n. 6, poi “Gandolfi” (all’epoca le scuole si aprivano!) mi aveva molto agevolato quanto a impegni di suo alter ego per condurlo a termine. (Nel 2003 Renata Gorgani, col suo nuovo “Castoro”, me ne avrebbe consentita, anzi suscitata, una successiva stesura ed edizione, decisamente più sostenibile della precedente).
Howard Hawks, frutto a scoppio differito degli anni formativi regalatimi dalla cinefilìa competente e insuperata degli amici genovesi attorno al CUC (Ambrogio, Humouda, Viganò; De Fornari, Dalla Valle, Marchelli: ma anche Ungari, Ferrini, Carlini e Rossi da La Spezia, Tatti Sanguineti da Savona e l’altrettanto troppo presto compianto Pino Turroni a Milano…) andò in libreria, con scelta di tempo commercialmente perfetta, pochi giorni prima di quel Natale. Ma l’anno doveva concludersi nel segno che l’aveva connotato tra la primavera e l’autunno coi saluti repentini di Rossellini, di mio padre e di Adelio. Proprio il giorno di Natale chiuse la partita, nello stupore attonito del mondo intero, Charlie Chaplin nella sua dimora d’esilio elvetica, ora trasformata dalla famiglia in megamuseo, a Corsier-sur-Vevey. Poche ore dopo, il giorno di santo Stefano, per non essere da meno, fece altrettanto dall’altra parte del mondo, nell’amata Palm Springs, anche Hawks.
Le coincidenza mi colpi estremamente, anche se forse valse all’editore qualche copia in più (quarant’anni fa correva l’effimera stagione d’oro dei libri di cinema: oggi collocarli è un sesto grado superiore). Mi pareva in qualche modo, dal mio piccolo angolo provinciale, di avergli portato sfortuna: sarei stato incapace di scrollarmi di dosso quella zavorra irrazionale per parecchi anni. Anche se in realtà la Vecchia Volpe Grigia di Hollywood aveva doppiato l’ottantina, traguardo allora rispettabile quanto oggi ovvio. Pur non essendogli consentite regìe da sette anni per la grettezza degli assicuratori, aveva continuato a scorrazzare in moto col giovane figlio Greg, finendo poi inevitabilmente pluriacciaccato, con l’immancabile caduta domestica conclusiva. Morì in quei giorni, per soprannumero, quasi in clandestinità a causa dell’occupazione mediatica totalitaria dei due grandi, pure un terzo assai importante cineasta, meno conosciuto al grande pubblico di quanto non lo fossero in realtà i suoi film: Jacques Tourneur.
Non erano “morti uguali”: ma certo con gli addii congiunti di Rossellini, Chaplin e Hawks in neppure sette mesi (considerando anche, dalla nostra ottica nazionale, quelli di De Sica nel ’74 e di Visconti due anni dopo) si poneva davvero la parola fine alla classicità del cinema, quanto meno nell’accezione in cui la si era fino ad allora intesa (ne scrissi anche in quel senso: Chaplin, Hawks e la classicità del cinema nel pavese «Bollettino per Biblioteche», n. 17/18 del 1978). Con Rossellini se n’era andata la magìa quasi inconsapevole di uno sguardo spontaneo, ma capace di trasformare, d’istinto, l’inquadratura apparentemente più banale nella sintesi di un’epoca. Dono rarissimo: condiviso, se vogliamo, in parte e diversa maniera, col fotografo Bob Capa, in parallelo alla… condivisione della Bergman!). Chaplin portava via con sé l’idea del cinema integrato e accolto finalmente alla pari tra le grandi espressioni ratificate” dell’Arte e della Cultura del Novecento, fin dai primi decenni del secolo. Il Maestro, insomma: vissuto nella pubblica estimazione da compagno di strada di Picasso o di Joyce, di Le Corbusier o di Stravinskij. Con Tourneur, all’opposto, veniva deprivato il versante, di nicchia anzi che no, della cinefilia pura e dura, adorante senza timore del settarismo, isolazionista per diffidenza nei confronti della cultura umanistica, innamorata del proprio partito preso ancora più e prima che dei propri oggetti di culto, intenzionata a contrapporre con aggressivo apriorismo la “popolarità” del film alla sua artisticità. Sebbene a chiunque abbia occasione di rivedere su qualche canale digitale, satellitare o in streaming che sia, ad esempio, Il bacio della pantera, risulterà difficile negare la qualifica di capolavoro.
Hawks si collocava, in qualche misura, in una posizione intermedia tra i due estremi: forse il più assoluto rappresentante del gran director hollywoodiano, più ancora dell’amico-rivale John Ford: in apparenza esecutore prono all’industria, in realtà geloso custode, con efficace sotterraneità, della propria indipendenza, peraltro orgogliosamente rivendicata in molteplici occasioni pubbliche.
Alberto Farassino, a quel punto costretto dagli eventi, dalla pausa natalizia dei quotidiani e dal … redattore capo a fondere i due lutti in un unico necrologio, evitando di cadere nella diffusa trappola mediatica, perché la grancassa per Chaplin aveva praticamente oscurato persino Hawks (e fatto letteralmente sparire Tourneur) l’avrebbe spiegato col consueto nitore magistrale (“la Repubblica” di quel 29 dicembre): « Sarà un caso, ma la diversa sorte che i due vecchi hanno avuto anche nel morire è così simile a quella che la critica e la cultura avevano loro decretato fin da quando erano ancora in vita. Eppure Howard Hawks, non meno di Chaplin, era il cinema. Intenso non come linguaggio della fratellanza universale, ma come ritmo, varietà dei generi, spumeggiare della recitazione, solennità degli scenari. E soprattutto come movimento e come azione.
Chaplin era grande, certo, ci divertiva e ci commuoveva, ma come era difficile amarlo, lui che concedeva i suoi film col bilancino del farmacista, in riedizioni di prima visione numerate e firmate col più ferreo dei copyright. Hawks lo abbiamo amato di più perché si è lasciato amare, ci ha dato il suo cinema fin che ha potuto, con generosità, senza temere le accuse di eclettismo o di mestierantismo. I suoi film non si vedevano nelle feste comandate, ma tutti i giorni, nei cinema di terza visione, in copie rigate. Molti di essi non siamo riusciti a vederli; alcuni, del periodo muto, sono perduti. Perché l’Arte non li difendeva, il progressismo e l’umanitarismo non li tutelavano. E’ difficile spiegare perché Hawks fosse un grande, perché i segni del suo cinema, come è stato detto, erano l’evidenza, la trasparenza, la semplicità. Per questo è morto senza essere mai invecchiato. Il suo cinema non ha conosciuto le fasi di dubbio, di ripensamento senile, di splendido disfacimento interno attraverso cui sono passati, in vecchiaia, tanti registi. Perché, se Chaplin aveva contribuito a far ammettere il cinema nel consesso delle arti, Hawks è quello che gli ha conferito la nozione di classicità. Lui che aveva lavorato nel cinema per cinquant’anni ci ha sempre dato l’impressione di non cambiare mai, e ci ha fatto credere che il cinema potesse rimanere sempre uguale a se stesso».
All’Adelio Ferrero rigoroso discepolo di Guido Aristarco, Chaplin piaceva ovviamente oltre misura, Hawks poco, Tourneur, ammesso si degnasse di guardarne i film, proprio per niente. A quello “nuovo” degli anni Settanta, quello di “Cinema e Cinema”, della monografia su Keaton e delle schede pubblicate postume, è mancato il tempo di approfondire le revisioni: e purtroppo né con lui né con Farassino ci sarà più quello per riparlarne. Ma forse proprio da quel vecchio ritaglio ingiallito dell’articolo di Alberto viene fuori il segreto: la capacità, riconosciuta da Hawks, di giungere alla morte senza essere mai invecchiato…
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Alla resa dei conti, mi chiedo spesso quale sia stata la molla che mi ha spinto, da più di cinquant’anni a questa parte, a dedicare presso che integralmente il tempo libero al cinema. Credo quella di un tentativo, pur assai approssimativo e dilettantesco, gravato da limiti di aggiornamento metodologico e di capacità sistematica di lavoro che mi si sono rivelati insormontabili (sono pigro e velleitario, insomma: amo distrarmi e passare volubilmente ad altro con facilità) di far prevalere le Memorie sugli Oblii. Fatte ovviamente le debitissime proporzioni, una pulsione non troppo diversa da quella provata da Canetti, e accentuata, oltre che dallo choc paterno di quarant’anni fa sopra descritto, da quello ulteriore -anche se affrontato con strumenti di autodifesa meno inadeguati- che mi comportò tra l’autunno del ’98 e il successivo la perdita repentina e integrale dei superstiti tanto della famiglia di provenienza che di quella acquisita. Non credo di possedere le risorse per affrontare antagonisticamente la Morte (e temo che nessuno possa o abbia potuto farlo, ahimé, Canetti e… Claudio Villa inclusi!) ma cerco almeno di porre freno, con apporti ed esiti microscopici, a quell’ulteriore e forse superiore scandalo della Perdita della Memoria (individuale e collettiva) che davvero mina cancerosamente alle fondamenta il nostro oggi di Occidente al Tramonto.
Forse per questo mi ha attratto in misura così sproporzionata lo schermo, a detrimento delle ben più “serie” letteratura e musica, pittura e storia. Con grave danno, perché la storia del cinema costringe a focalizzare meravigliosamente nella sua globalità il Novecento, ma fa correre grossi rischi di approssimazione riguardo a tutto il resto. Il cinema sarà stato e certamente resta, anche ridotto com’è oggi, «la Morte al lavoro», come sosteneva provocatoriamente Cocteau. Ma è anche l’unico modo che finora ci è stato dato di conoscere e sperimentare per la… proiezione oltre il limite del Tempo «che sulla terra ci era stato dato» (Brecht) di volti e voci, espressioni ed emozioni, gesti e movimenti di sia pur pochissimi privilegiati, tra i troppi che non ci sono più. Certo, allora lo facevano, con apparecchiature costosissime, Hitchcock con Grace Kelly o Rossellini con Anna Magnani; oggi, smartphone in saccoccia, possono permetterselo anche il figlio dei vicini con la fidanzatina, o la politicamente devota che si fa il video selfie con Salvini in felpa dedicata. Se sia un tendenziale progresso democratico o un regresso ulteriormente massificante lo dirà il futuro, ammesso che ce ne sia uno.