venerdì 28 luglio 2017

Ciao maschio, com’è difficile riprodursi

MASSIMILIANO PANARARI
Chi si ricorda Il declino dell’impero americano, il film del 1986 del regista Denys Arcand in cui veniva messo in scena l’ossessivo inseguimento del piacere da parte dei protagonisti? Una pellicola dove, naturalmente, si parlava moltissimo di sesso; e proprio dal sesso, come racconta una ricerca resa nota ieri, sembra arrivare l’autentico crepuscolo di ciò che resta dell’«impero occidentale».   
E si tratta della caduta verticale della fertilità dei maschi di questa parte di mondo, documentata in un ampio studio condotto dall’Università Ebraica di Gerusalemme. Nel corso degli ultimi 40 anni, la concentrazione di spermatozoi negli uomini di Europa, Stati Uniti e Oceania si è ridotta di quasi il 60% per ragioni principalmente riconducibili all’inquinamento, a stili di vita non salutari e all’incremento degli «interferenti endocrini» (gli agenti chimici, a partire dai pesticidi; e precisamente dalla denuncia di questa tematica era nato, negli anni Sessanta, il movimento ecologista). Un problema molto vasto di salute generale (poiché vi si associano anche fenomeni di morbilità e malattie), che incrocia direttamente la questione demografica e il calo della natalità.


D’altronde, questi spermatozoi riluttanti e infiacchiti sembrano diventare anche la metafora di uno stato d’animo collettivo che rasenta il cupio dissolvi. E rappresentano la somatizzazione, su un piano anatomico-fisiologico, di una mentalità che non crede più nel futuro – e che si declina «alla perfezione» con il pessimismo diffuso e lo stato d’ansia che induce a rinunciare a fare figli per ragioni di difficoltà materiale e di crisi economica. In questo caso, natura (l’infertilità accresciuta a dismisura) e cultura si tengono – con la differenza, non di poco conto, che nei dorati Anni Ottanta del film di Arcand erano il narcisismo del benessere e l’edonismo della pancia piena a fare da deterrenti alla procreazione, mentre oggi lo è l’aumento esponenziale dei working poor in seno alle giovani generazioni. 

Il tracollo della potenzialità riproduttiva di quello che era il Primo mondo a fronte dell’esplosione vitalistico-demografica di Asia e Africa evoca il concretizzarsi di suggestioni primonovecentesche (spesso inquietanti o pericolosamente ambigue), tra civiltà che paiono avere esaurito il loro ciclo e lo spengleriano tramonto dell’Occidente. All’inizio del Secolo breve l’eutanasia dell’Europa veniva imputata al liberalismo e al socialismo, portatori del «germe» della dissoluzione del corpo sociale tradizionale. In epoca postmoderna, per invertire la curva e ricostruire un clima di speranza che faccia ripartire anche la natalità bisogna probabilmente agire su due piani. Quello delle politiche mediche pubbliche e della vigilanza sui fattori di rischio per ridurli e restituire così vigore e salute ai componenti dell’ex sesso forte. E quello del rilancio dei diritti individuali e sociali per tornare a sentirsi pienamente cittadini dell’Occidente e del suo progetto moderno (figlio proprio del liberalismo e del socialismo). Anche perché le culle vuote non si sposano di certo con le urne piene, né con una riapertura di credito degli elettori nei confronti delle nostre (anch’esse malandate) democrazie rappresentative.