martedì 18 luglio 2017

1967. vacanze italiane, Riccardo Lera

1967. vacanze italiane.
La partenza era stata strategicamente stabilita per le diciannove. Mio padre, smontato da un sei a due, chiese quattro ore di riposo, la prima delle quali la perse in superflue raccomandazioni a mia madre circa l'organizzazione logistica dell'intera spedizione; infatti, anche se mamma non sapeva calcolare quanto carico avrebbero dovuto sopportare per centimetro quadrato le quattro gomme dell'auto, per tutto il milione e sessantunmilametri che ci separavano dalla meta, tutto era già stato ampiamente controllato più volte. 
Il vecchio maggiolino AL 98401 era stipato dentro e fuori. Casa nostra era infatti pressoché deserta. Il piccolo vano bagagli sistemato nel cofano anteriore raccoglieva la paletteria e i teli che costituivano la nostra robustissima Gifacò, tenda da campo base himalaiano, cinque metri per cinque mezzo, veranda esclusa, a tre vani, due dei quali camere da letto, da tre posti l'una. La sua robustezza, scientificamente testata dai calcoli matematico - ingegneristici del pater familias era un dogma inscalfibile e come tale accettato senza alcun contraddittorio. La Gifacò stava oltre l'imponderabile. Come tutto il resto d'altronde. 
Sia il tettuccio che il cofano posteriore erano sommersi da masserizie varie, adagiate su due distinti portapacchi, ad essi adeguatamente fissati da robusti elastici e fasciate da un telo impermeabile. Il culmine del bagaglio esterno superava abbondantemente i due metri e mezzo d'altezza. 

Ma era l'interno dell'autovettura a trasportare la maggior parte delle nostre ricchezze; stipato fino all'inverosimile lo scomparto posto dietro il sedile posteriore, quest'ultimo si presentava anch'esso per più di metà della sua lunghezza pieno di ogni utensile da cucina, sedie e tavoli da campeggio, cibarie varie e frigorifero da campo. 
Nell'esiguo spazio rimasto si dovevano accomodare, mia madre e mia sorella maggiore di sette anni, Simona, le gambe magre incastrate fra carabattole varie e gli occhiali da ipermetrope inchiodati sul viso dal sedile anteriore di mio padre. Cosa abbia potuto vedere del viaggio resta a tutt'oggi circondato da un alone di mistero. Lei non ricorda. Ma poiché non porta più gli occhiali, il motivo va senz'altro individuato in un progressivo, traumatico - terapeutico accorciamento dei bulbi oculari per la prolungata compressione realizzatasi in quelle ore. E', in letteratura medica, l'unico caso di vacanza con finalità oftalmologiche. 
Per mia sorella minore, Alessandra, di anni quattro, si era ricavato uno spazio vitale di circa venticinque centimetri, dove, sdraiata fra due cuscini si incastrava perfettamente tra un baule ed il tettuccio dell'abitacolo. Alessandra è stata, senza volerlo, la prima italiana munita di doppio air bag. 
Nostra madre, zero in matematica, ma buon senso tanto, dopo aver preparato tutto in silenzio, ci fece recitare un pater noster lungo viale Martiri, poco prima del casello autostradale. Per un'ora si sorbì un interrogatorio stile Gestapo torrenzialmente sgorgato dalle corde vocali di chi mi fece con la Y anziché con la X. 
"Sì, Cesare", 
"Hai preso...?", 
"Sì, Cesare", 
"Hai messo...?", 
"Sì, Cesare", 
"Hai controllato?", 
"Sì, Cesare". 
Non lo stava nemmeno più a sentire. Mi sembrava di udire lo stesso tono di quando le vecchiette ai rosari litaniavano, storpiandolo, ora pro eo, in un contrattissimo oraprué. 
La mia posizione di undicenne, posta al lato del guidatore, detta del "morto", apparirebbe ai più la più comoda, senonché, oltre a chincaglierie varie, dovevo tener ben stretto fra le gambe, vero kamikaze, la bombola del gas da venti chilogrammi, necessaria a sfamare, durante le vacanze, l'intera truppa. Inoltre nonostante la giovane età avevo compiti di navigatore, con attenta lettura delle carte e l'avvertenza di tener ben sveglio il conducente, che si sorbì, soffocando nello stomaco ogni possibile sacramento, quasi venti ore di guida consecutive. Infatti alle diciannove in punto mio padre, pantaloncini corti ed italica canottiera fresca di bucato, ricontrollato, per l'ennesima volta, il livello dell'olio, la pressione delle gomme, il liquido dei freni e non so io che diavolo ancora, si pose alla guida, direzione Palinuro, provincia di Salerno, e da lì, eccezion fatta per inderogabili necessità fisiologiche, mai più distaccò le mani dal volante, diventando un tutt'uno con esso. 
Inesistente la Torino - Piacenza, si risalì, per imboccare l'autostrada del sole, fino a Milano. Alessandra e Simona si addormentarono ben presto ed i miei si scambiarono brevi fraseggi sui costi dell'intera operazione. Ma io avevo ben altro da fare che ascoltare quel bollettino economico familiare. Era il 1967, papà aveva preso patente ed auto, di seconda mano, da due anni. Stavo per compiere il più lungo viaggio della mia infanzia; guardavo il lento succedersi delle uscite autostradali. Alle ultime ombre della sera sfilammo il casello di Sasso Marconi e mamma ebbe un sussulto: 
"Fra poco c'è Gardelletta!". 
Gardelletta, un nome che si era ripetuto sempre nelle memorie e nei racconti familiari, era il suo paese natale. I genitori di mia madre erano vissuti lì fino al 1935, una frazione di Marzabotto, chiusa fra le montagne, nella valle del Setta. Nonno Giuseppe trasferì in Piemonte la sua famiglia, come operaio addetto alla costruzione di una grande opera viaria dell'epoca mussoliniana, la Serravalle - Genova. 
Fu così che scamparono al grande disastro, allo sterminio voluto dalle S.S. di Walter Reder. 
Ma la piazzola per la fermata era nell'altra carreggiata ed ormai era buio e tutto mi corse via in un attimo, tra profili di montagne inghiottiti dalla notte. 
Alle tre del mattino tutti dormivano, forse anche mio padre, ed il maggiolino sembrava volar via tranquillamente da solo. Ma mi sbagliavo. Vedendo chiare le nuvole contro il cielo mormorai: 
"E' l'alba". 
Ma il Tazio Nuvolari domestico, ben abituato ai turni in acciaieria, era ben desto nel sacro compito di traghettatore della moglie ronfante e della propria stirpe. 
"Non è l'alba, son le luci di Roma". 
E così la capitale mi sfilò accanto, ai lati del nastro d'asfalto, muta, silenziosa, immensa.