martedì 27 giugno 2017

La Fede e l'Etica... Francesco Roat

Alessandria. Francesco Roat http://www.cittafutura.al.it/
La Jaca Book, editrice dell’opera omnia di Raimon Panikkar, ha recentemente pubblicato un libro del celeberrimo teologo e filosofo spagnolo ‒ Kierkegaard e Śāṅkara. La fede e l’etica nel cristianesimo e nell’induismo, a cura di M. Carrara Pavan e P. Barone ‒; si tratta d’un breve ma intenso testo che riporta la trascrizione di un corso inedito, tenuto da Panikkar alla Pontificia Università Lateranense di Roma durante l’anno accademico 1962-63. In esso vengono messe a confronto la moderna cultura occidentale e quella tradizionale d’Oriente (nonché il cristianesimo e l’induismo), colte in un momento storico cruciale, nell’ipotesi che ciascuna possa trovare nell’altra gli elementi vitali mediante cui operare un auspicabile rinnovamento.
Il filosofo Kierkegaard ed il mistico Śāṅkara sono le due figure emblematiche scelte dal Nostro quali personaggi simbolo delle due culture; ambedue d’altronde condividono l’esser vissuti in tempi di decadenza/crisi spirituale e l’anelito inesausto verso un assoluto/divino intorno al quale ‒ per quanto tale ambito risulti indicibile ‒ entrambi hanno articolato parole/espressioni in grado di alludere ad esso, cercando di precisare i modi e gli snodi di una religiosità autentica.
A detta del pensatore danese nella vita si possono contraddistinguere tre stadi: l’estetico o dell’esperienza immediata/comune: costituita dall’alternarsi ansiogeno di sofferenze e piaceri, di turbamenti e speranze; l’etico: che comporta una rinuncia all’inessenziale ma che può portare l’uomo sull’orlo di un inquietante abisso, lo iato profondo tra il secondo livello e quello successivo; infine il terzo: lo stadio religioso. Giunti qui, secondo Kierkegaard, l’unico sbocco positivo che può avere l’angoscia di fronte alla consapevolezza della propria ineluttabile finitudine/precarietà è solo la fede in quell’indimostrabile o assurdo che è Dio, verso cui si accederebbe solo mediante un salto consentito dal trampolino dell’irrazionale (che oggi potremmo forse ancor meglio indicare come a-razionale).

Śāṅkara appartiene ad un’altra cultura, quella induista dell’advaita vedānta, per cui la realtà è non-duale. Ciò significa, osserva Panikkar: “che Dio e il Mondo, l’Essere e gli esseri se si vuole, non sono due”. Anzi, continua provocatoriamente il Nostro: “Gli esseri si possono definire ‒ anche se tutte queste parole sono inadeguate e possono essere dette a patto che dopo averle sentire e capite si dimentichino, si cancellino ‒ manifestazioni, apparenze, forme, suoni, configurazioni dell’Essere”. E l’io, mentre tanto appassiona/intriga Kierkegaard e un po’ quasi tutta la storia filosofica occidentale, per l’induismo e per il buddhismo non ha reale consistenza e come tale non può dunque venire salvato. O, se proprio vogliamo mantenere questo termine caro al cristianesimo, per essere salvato l’ego deve abdicare a se stesso, deve scomparire. Vedi, a questo proposito, l’esortazione di tutti i mistici d’ogni tempo ‒ vuoi d’oriente, vuoi d’occidente ‒ a sbarazzarsi dell’egoità onde giungere alla libertà.
Conseguire un tale risultato non è però semplice. Śāṅkara afferma che, se si è determinati a ottenere ciò, è necessario avvalersi di virtù fondamentali e imprescindibili. Esse hanno nome serenità, autocontrollo, ascetismo, fortezza, serietà, fiducia nello spirito e quella che in sanscrito viene dettauparati: cioè il non-attaccamento o rinuncia, meglio traducibile in italiano con un’espressione tratta dal vocabolario cristiano: la cosiddetta povertà di spirito. Ed un vero povero ‒ ma paradossalmente ricco ‒ di/per lo spirito è, secondo Meister Eckhart, chi “niente vuole, niente sa, niente ha”. Giacché non conta nulla per la mistica il desiderio, l’acquisizione, il sapere (astratto, teoretico, meramente concettuale).
Qui i due campi ‒ la tradizione orientale e la spiritualità occidentale ‒ possono proficuamente incontrarsi. Sia nell’India di Śāṅkara che nell’Occidente autenticamente cristiano, infatti, si richiede all’uomo un esercizio di svuotamento/abbassamento o, per dirla in greco, di kenosis. E forse davvero, come sottolinea Paulo Barone nella sua postfazione al libro di Panikkar, l’intero cristianesimo può venir condensato in una sola sentenza: quella che Gesù annuncia ai discepoli prima di accomiatarsi da essi senza elargir loro in eredità alcuna dottrina, nessun potere o idolo consolatorio cui prostrarsi (alienandosi), ma esclusivamente il lascito dello spirito: “In verità vi dico, è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; ma quando me ne sarò andato ve lo manderò” (Gv 16, 7).