domenica 25 giugno 2017

Ignobile viltà di alcuni senatori, Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta https://appuntialessandrini.wordpress.com
Plinio Cecilio Secondo, più noto come Plinio il Giovane, vissuto tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, scrisse, tra l’altro, un nutrito epistolario, vero capolavoro di osservazioni e giudizi sulla vita, sui costumi e sulle corruzioni di Roma del suo tempo. Le lettere, in totale più di trecento, sono raccolte in dieci libri e risultano di facile e gradevole lettura, molto spesso brevi e concise, altra volta più distese e articolate. Le due più note e celebrate sono, una all’imperatore Traiano sul trattamento severo, ma garantista da risercare ai cristiani, l’altra, inviata a Tacito, sull’eruzione del Vesuvio del 79 D.C. durante la quale era morto lo zio dell’autore, noto come Plinio il Vecchio.
Chiedo venia per queste brevi annotazioni “erudite”, ma mi facilitano l’introduzione, perchè vorrei invece proporvi un’altra lettera, per esteso, dal momento che qualcuno potrebbe intravedervi qualche riferimento a situazioni contemporanee, ovviamente al di là delle mie innocenti intenzioni. La data non è individuabile, ma siamo certamente alla fine del primo secolo cristiano; Plinio riferisce ad un amico (Mesio Massimo) sulla vita del Senato di Roma, unica magistratura formalmente rappresentativa ad impero ormai consolidato.
Ascoltate e giudicate voi sui possibili riferimenti di attualità, dal momento che io protesto di volerli negare.

Cito alla lettera. “ Ti avevo scritto (tempo prima già aveva trattato dello stesso argomento) che c’era da temere che dalle votazioni a scrutino segreto scaturisse qualche guaio. Le previsioni si sono avverate.
Nelle ultime riunioni, in alcune schede si sono trovate molte barzellette e persino sconcezze, in una poi invece dei nomi dei candidati c’erano quelli dei loro sostenitori. Il senato s’infiammò di sdegno e con aria minacciosa invocò la collera del principe (l’imperatore, con ogni probabilità Traiano) contro chi aveva scritto in quella maniera. Il responsabile però rimase incognito e nascosto; Forse era addirittura tra quelli che manifestarono, con più foga, il loro crucciato risentimento. Che cosa non possiamo che faccia, nella sua vita di privato cittadino colui che in un affare di tanta importanza, in un momento così serio, si diverte in pagliacciate di questo genere? Tanta è la sfrenatezza che ingenera nelle nature abiette (è sempre Plinio che parla, io non metto giudizio) la ben nota baldanza dell’ “E chi lo saprà?”. Domanda la scheda, afferra lo stilo (oggi si dice matita), abbassa il capo (la descrizione è ben godibile), non teme nessuno e disprezza se stesso (oggi non si disprezzano neppure: ovviamente lo dico per chi dovesse cogliere qualche riferimento all’attualità). Da questa disposizione d’animo provengono i meschini scherni che starebbero bene sul palcoscenico di un teatro.
Da che parte voltarsi? Che rimedi cercare? Dovunque i mali sono pèiù potenti dei rimedi. Non si sfugge a questa impudenza sterile e tuttavia senza ritegno. Stammi bene.”
Aggiungo solo che il titolo lo traggo dalle proposte di commento della lettera, poste in essere dalla critica testuale più avveduta: “Ignobile viltà di alcuni senatori”.

Come vedete, una nota settimanale di riposo: ho fatto lavorare Plinio Cecilio Secondo (Plinio il Giovane).